Parole dal nulla – Dialogo con Sisifo

E si che dovremmo esserci abituati all’essere effimeri e gettare nel nulla le nostre azioni.

Sisifo ha un bell’urlare la sua angoscia ma dopo qualche eternità avrebbe dovuto farci il callo; invece è sempre lì, sguardo stravolto, fisso sul masso che cade inesorabile; ferito dalle urla dei diavoli; i brividi per le correnti fredde che circolano sull’altura brulla, la carne dentro che brucia, per lo sforzo e la calura che ha accumulato a valle.

Sisisfo urla, ogni volta, in ugual misura.

Io invece mi deprimo. La sanità nazionale dovrebbe prevenire le terribili malattie che il logorio del nulla aprirà sulla mia carne. Forse però non si prenderà più la briga di curarle e mi lascerà corrodere come una bistecca dimenticata in fondo al sacchetto della spesa, nello scompartimento in basso del frigo.

Non sono padrona del mio destino né della mia vita, ogni mia voce risuona nel nulla e neanche l’eco riesce a raggiungerla per riportare indietro brandelli di possibilità.

Ed è proprio l’inutilità delle mie azioni, l’impossibilità di cambiare, di agire sul corso degli eventi che mi fa venir voglia di urlare a Sisifo: – E fermati! Lascia il masso a valle, seditici sopra. I diavoli arriveranno a torturarti? Ignorali, tanto ti torturano ugualmente.

– E poi?- mi risponde Sisifo,- e poi che cosa ci ho guadagnato? Non ho fatto nulla, non mi sono mosso. Sono rimasto seduto. No, non sono i diavoli il problema, neanche il masso per la verità, ma io, Sisifo, in relazione al mio masso.

-Masso, quale masso? -ribatto io, abbozzolata nella mia frustrazione- Lascia stare quel benedetto masso, cambia masso, trasporta dell’altro.

Sisifo paziente, sotto il peso del suo destino, ribatte: -E pensi che questo cambierebbe le cose? I massi in realtà sono tutti uguali, cadono. Credo che si chiami forza di gravità.

– Allora bisogna cambiare la strada. – Lo esorto io e ormai gli cammino affianco su per l’erta salita. – Va in discesa, o in piano.

– Interessante- Risponde lui sbuffando – è proprio dalla discesa che nascono tutti i miei problemi. In realtà ho provato più volte a cambiare strada, è che ho troppi pochi elementi per poter scegliere: mi illudo di scegliere, di trovare alternative, poi mi trovo sempre davanti a una salita che, inevitabilmente, si trasforma in discesa.

– Che destino del piffero: è tutto inutile.- Esclamo esasperata.

– Bella scoperta, vuoi angustiarmi ancora per tanto con queste dissertazioni da due soldi? Non sai cantare o ballare o magari raccontarmi qualche pettegolezzo succulento accaduto in questo tempo? Se vuoi possiamo appartarci dietro il masso e farci una ciulatina. Una sveltina non allarmerà i diavoli e portarsi appresso un masso così grosso può avere i suoi vantaggi.

– Scopare con Sisifo? Che idea del cavolo. A che servirebbe?

– Che domanda è? A godere, avere bei ricordi quando porto il masso e divertirsi in solitaria dopo.

Mi fermo. Sisifo continua a procedere curvo sotto il peso, è sudato, coperto solo da uno straccio che gli penzola fradicio. Dallo sforzo i muscoli sono contratti e asciutti, sembra un manichino di uno studio di anatomia.

Un Sisifo beccaccione non era quello che mi aspettavo, scendo a valle.

Arrivata in fondo alzo lo sguardo e intravedo il masso in bilico sulla vetta, prima che il masso cada, volto le spalle. Continuo la mia passeggiata nel nulla.

Forse dovrei fottermene come dice Sisifo? ( meglio, lui voleva fottermi e non so se è uguale).

Ma ha senso e di che senso vado blaterando?

Non voglio fare come la cicala che canta quando è estate e muore d’inverno, mi sembra però inevitabile perché ora mi sbatto e mi angustio come una formica ma rischio di morir di fame come una cicala quando giunge l’inverno.

Forse dovrei parlare con loro.

Annaspando nella nebbia dolciastra che penetra nei polmoni mi metto a cercare i due insetti della favola. Il naso è rivolto a terra, mi guardo i piedi, forse paurosa di schiacciarle, proprio ora che ho bisogno del loro aiuto.

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