Testa rossa. Capitolo 1. Carlo Chierici e i suoi amici

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 Carlo Chierici era uscito nel giardino. Il fico piangeva grosse foglie gialle che Alex combatteva con il suo rastrello sdentato. Erano le 10 e un quarto, gli ospiti della casa di riposo Ziama erano riuniti nella sala mensa. Un’animatrice della cooperativa “Sole in inverno” aveva organizzato la tombola. L’animatrice non sapeva che le pedine erano truccate, c’erano una sovrabbondanza di 13, 44, 77 e 89. Le pedine, e le schedine, le aveva truccate Mario Ginevrini due anni prima. Poi se n’era dimenticato. Si era dimenticato anche che si chiamava Mario Ginevrini e passava tutta la giornata a letto a pisciare nel catetere.

A Carlo Chierici non piaceva la cooperativa “Sole in inverno”, erano quasi tutti sudamericani e lui aveva il sospetto che non fossero realmente infermieri, OSS o come diavolo si facevano chiamare.

” Secondo me l’infermiere era un addetto mensa la settimana scorsa.”

“Ma come fai a riconoscerli, sono tutti uguali.”

Gianni Montaldo detto Aldo e Carlo Parodi erano i suoi amici, giocavano a carte assieme, si scambiavano il giornale, erano tutti e tre appassionati di Formula uno.

Così, tanto per appassionarsi di qualcosa e avere delle date da segnarsi sul calendario. Carlo Chierici era stato un medico di famiglia, quando la medicina si faceva per davvero, con le diagnosi e pochi strumenti. Oggi suo figlio Mario, medico generico a Sesto San Giovanni, non sapeva riconoscere un infarto da un mal di schiena senza un elettrocardiografo.

Al culmine della sua carriera era diventato dirigente U.S.L. e a questo Carlo Chierici fa risalire ogni suo male perché, all’età di 65 anni era stato mandato in pensione, senza poter prolungare l’età lavorativa. Se almeno avesse mantenuto qualche paziente. Magari da privato avrebbe potuto seguirne ancora qualcuno ma ormai era tardi, era vecchio, solo, senza uno straccio di hobby con il quale far passare le ore.

Giocare a carte non lo entusiasmava ma giochi semplici come cirulla o scopa lo divertivano, soprattutto se c’era Gianni Montaldo detto Aldo. Era il più giovane, aveva 85 anni, era un ingegnere, aveva passato tutta la sua vita tra il nord Africa e il Belgio. Si erano un po’ preoccupati quando tre mesi fa aveva iniziato a parlare in francese senza alcun motivo, poi era passato al latino. Per fortuna il geriatra gli aveva fornito delle pillole azzurre da prendere tre volte al giorno che lo avevano restituito all’italiano. Scherzando Gianni Montaldo detto Aldo aveva detto che solo se iniziava a parlare greco antico c’era da preoccuparsi veramente, con il francese e con il latino faceva confusione anche a trent’anni. Gianni Montaldo detto Aldo era così, scherzava su tutto e riempiva di disegni tutto quello che gli capitava sotto mano. Aveva anche una collezione di disegni fatti con la sua macchina da scrivere olivetti lettera 22 rossa. Erano disegni di uccelli, nidi, fiori, anche donne e posizioni del kamasutra, tutti fatti con i caratteri della vecchia olivetti e gli spazzi vuoti. Erano in una cartellina beige che tirava fuori una volta al mese quando pioveva e pensava a sua moglie. Contraddicendo le statistiche le loro mogli erano tutte passate a miglior vita ma forse Gianni Montaldo detto Aldo era l’unico a cui mancasse veramente. A Carlo Chierici mancava più la sua poltrona e il caffé della sua moka, non gli piaceva il caffé della casa di riposo Ziama, sapeva di sciacquatura dei piatti. Forse era perché Gianni Montaldo detto Aldo e sua moglie non avevano vissuto sempre assieme, ma si erano inseguiti per il mondo come due uccelli migratori. La metafora era sua, confessata in una sera di pioggia davanti al disegno che raffigurava la posizione del missionario creata con una Olivetti del ’78. Aveva avuto anche altre donne nelle sue imprese estere e le raccontava con disinvoltura tanto che i suoi figli avevano, prima evitato di portare i nipoti, poi avevano diradato le visite che si erano stabilizzate in una comparsata nelle feste comandate. Non che questo dispiacesse a Gianni Montaldo detto Aldo che trovava noioso il figlio maschio, Aristide Montaldo e antipatica la femmina, Chiara Montaldo. Impiegato comunale uno e maestra elementare l’altra. Scherzando insinuava che anche la moglie doveva essere stata poco fedele negli anni dell’Etiopia per aver messo al mondo quelle due salme. Giocando a cirulla Gianni Montaldo detto Aldo dava fondo alle sue storie divertenti e battute di spirito tanto che, una volta su tre la partita finiva con la direttrice, Giovanna Giovanardi, che ritirava il mazzo di carte e mandava tutti in camera o in saletta a guardare la televisione.

La televisione, sempre accesa, scandiva le giornate della casa di riposo Ziama, faro luminoso gracidava a volumi sempre più alti storie vere o quasi vere. Ogni stanza aveva la sua televisione appoggiata su una apposita mensola in alto. I telecomandi erano in possesso delle OSS e della direttrice. Nella saletta le sedie erano disposte a semicerchio davanti alla televisione più grande, anche nella sala mensa c’erano tre televisioni, e poi una in ogni camera.

La televisione era la soluzione di tutti i problemi. Se ti comportavi bene potevi scegliere il programma alla televisione, se ti comportavi male ti mandavano a vedere la televisione, se mancava l’animatrice per fare la tombola si guardava la televisione.

Questa possibilità di poter scegliere il programma della televisione creava l’altra occupazione del gruppo di amici: cercare di vedere tutte le partenze e tutti gli arrivi della formula uno. Si iniziava a rigare dritto ben due giorni prima della partenza, ogni partita di carte era sospesa, quasi non si rivolgevano la parola per il timore di dire o fare qualcosa che potesse allontanare la possibilità di scelta su un, almeno un televisore. Carlo Parodi era l’estrema soluzione. Dormiva in camera da solo ormai da otto mesi e, nel caso frequente che le vecchiaccie  del pensionato si rifiutassero di sentire il rombo dei motori della Renault (Carlo Chierici) o della McLaren(Gianni Montaldo detto Aldo) o della Ferrari (Carlo Parodi), ci si rifugiava da lui. Era stata una fortuna costata la vita a due sconosciuti che avevano tirato il gambino uno il giorno prima di arrivare alla casa di riposo Ziama e l’altro la notte stessa che era arrivato. Carlo Parodi non se n’era neanche accorto. Era andato a far colazione che il nuovo arrivato dormiva ancora, russava a suo dire, poi, quando le OSS erano andate a svegliarlo, era già morto. La cosa non gli aveva fatto né caldo né freddo, non si erano quasi presentati e tanto meno dati il buongiorno. Carlo Parodi era stato un dirigente dell’Agenzia delle entrate, siciliano. Aveva vissuto molto in America e, per via di alcuni avvenimenti di guerra, possedeva anche il doppio passaporto. Prelevato in un campo di prigionia in Marocco era stato arruolato come interprete dall’esercito americano alla fine della guerra. Era tornato in Italia nel ’46, giusto in tempo per mettere incinta la moglie del terzo figlio. Era padre di quattro figli, nonno di otto nipoti, bis-nonno di due pro-nipotini. Uno dei suoi figli era  andato a vivere in California e Jennifer, la prima nipote, si era arruolata e aveva combattuto nella prima guerra in Iraq. Alla casa di riposo Ziama arrivavano cartoline da Monterrey con stampate Harley Devinson e foto di un neonato con scarpette, bavaglino, porta-ciuccio Harley che facevano ridere Gianni Montaldo detto Aldo.

Inizialmente Carlo Parodi era appassionato di ciclismo, prima del 1954 partiva, con il figlio più grande al seguito, per vedere il giro d’Italia, poi li aveva visti in televisione. Aveva smesso quando Benedetto, il primogenito, si era sposato con Brenda ed era partito per l’America. Aveva ripreso a guardare il giro d’Italia con la pensione, ma senza il figlio si sentiva a disagio. Solo dopo qualche anno aveva scoperto la formula uno, il figlio era venuto in Italia un paio di volte per il giro di Monza. Quando quattro anni fa era entrato nella casa di riposo Ziama, comunità alloggio per anziani autosufficienti, aveva chiesto unicamente di poter vedere le partenze e gli arrivi dei maggiori campionati di formula uno.

Alla vigilia della partenza del campionato di Malesia la direttrice Giovanna Giovanardi annunciò l’arrivo di un nuovo ospite che avrebbe finalmente occupato la stanza 5, quella di Carlo Parodi.

I tre amici erano in ansia. Rischiare di non poter vedere il campionato di Malesia era impensabile. In via del tutto eccezionale decisero di incontrarsi clandestinamente. Si diedero appuntamento in giardino alle dieci e un quarto, nonostante il freddo pungente.

Carlo Chierici fu il primo ad arrivare e si posizionò sulla panchina di plastica gialla, con il giornale aperto. Dopo poco Carlo Parodi uscì dalla sala mensa e lo raggiunse zoppicando leggermente. Gianni Montaldo detto Aldo arrivò, dritto, magro, forse un po’ rigido. Non si lamentarono del freddo, né dei dolori articolari o digestivi che li affliggevano. Aspettarono che Alex finisse di raccogliere le foglie cadute a terra e, senza quasi guardarsi, esposero il problema e le possibili soluzioni.

La posizione di Carlo Parodi era di chiamare le figlie e di impugnare la clausola con cui era entrato nel pensionato: doveva poter vedere le partenze e gli arrivi  della formula uno. Se le sue tre figlie non avessero capito l’importanza avrebbe chiamato fin suo figlio Benedetto, in America. Gianni Montaldo detto Gianni non disse che, se neanche il figlio Benedetto avesse fatto qualcosa, avrebbe chiamato sua nipote Jennifer per bombardarli con una bomba al fosforo. Non lo disse ma sospirò, di chiedere aiuto ai suoi figli non era neanche da prendere in considerazione: – “Farò lo sciopero della fame” annunziò con voce solenne, ” o ci fanno vedere la partenza del campionato di Malesia o mi farò morire di inedia, come le dolci fanciulle dei romanzi di appendice”.

“Così ti nutriranno con un sondino naso gastrico”  gli rispose Carlo Chierici. “Non è una buona idea”.

“Ma avvertiremo i giornali, gli daremo una veste politica: non possono trattarci così, abbiamo dei diritti anche noi, vogliamo la nostra libertà, la libertà di vederci la partenza del campionato di Malesia.”

Carlo Chierici non rispose, pensò solo che un ultra ottantenne che veniva nutrito artificialmente non era una grande notizia. Toccava a lui dire qualcosa, non gli veniva in mente nulla. Ai suoi figli poteva chiedere di intercedere per lui? No, lo avrebbero preso per uno scemunito, un inizio di demenza senile. Poteva chiedere una televisione portatile. Il figlio Giulio ne aveva regalato una alla madre, quando era ricoverata in ospedale, magari c’era ancora, da qualche parte. ” ‘E abbastanza piccola da poterla nascondere in un armadietto e poi vederla in bagno, seduti uno sul gabinetto, uno nel seggiolino della doccia  e l’altro nella sedia a rotelle del corridoio portata dentro. Non era il massimo ma è meglio di niente.” Propose agli amici.

Il pomeriggio stesso ognuno mise in pratica i propri propositi.

Il pensionato guardava “Amici”, programma fondamentale per la vita sociale all’interno della casa di riposo Ziama, tanto che persino Gianni Montaldo detto Aldo si era piegato a osservarlo rigido, su una poltroncina in terza fila, sbirciando appena uno dei suoi Enaudi scritti ormai troppo piccoli. Nel salottino la signora Chiara Valle, novantacinque anni, insultava tutte le ballerine che entravano in scena. Nella sala mensa la signora Carla Zucchi lodava le medesime natiche con un: “è brava e bella, le daranno un programma tutto suo?”, al cambio di natiche continuava con un: “poverina, ha avuto un aborto sei mesi fa. A questa gli è morto il babbo di cancro”.

Gianni Montaldo detto Aldo si alzò e andò in camera sua lamentando un po’ di male alla schiena e iniziò a redigere una complicata lettera alla direttrice, Giovanna Giovanardi. La lettera iniziava in maniera ossequiosa, continuava con delle minacce, si intramezzava con una poesia, un inno al suo seno e si concludeva con delle oscenità. In calce disegnò una macchina della formula uno, una Ducati precisamente, dal cui tubo di scappamento usciva la parola “libertà”.

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2 thoughts on “Testa rossa. Capitolo 1. Carlo Chierici e i suoi amici

  1. davvero ottimo.
    notevole la *freschezza* tridimensionale dei personaggi *scaduti* (ossimoro da scaffale), rancidi reduci di vita ormai “andati a male”. ho sempre pensato che la vecchiaia metta a nudo l’essenza ultima del nostro essere umani, scrostando via la patina tronfia ed abbronzata della vita adulta.
    : )
    senza pietismi o retorica, senza buonismi o sconti al disfacimento di corpo e mente che nella terza età raggiunge il suo culmine espressivo: ecco dunque l’arte naturale della vita nuda di pirandelliana memoria, in cui non possiamo che riconoscerci allo specchio. ecco l’umanità assoluta e l’ironia graffiante dei due Carli e di Gianni Montaldo detto Aldo trasformarsi nella santissima trinità di una storia che, per restare in termini automobilistici, parte in pole position. ottimi pure i dialoghi e i tempi della narrazione. my compliments, archivio e attendo sviluppi.
    (alcuni refusi minimi: “dell’78”; “ne” vs “né”; “dalla cui tubo” vs “dal cui tubo”; e mi suona meglio “Ai suoi figli poteva chiedere di intercedere per lui?” vs “I suoi figli, poteva chiedergli di intercedere per lui?, eniuei, ofcòrs, vedi tu”)

    • Grazie, sono sorpresa e spero di non perdere pezzi nel proseguo della storia, è la prima volta che affronto un racconto più lungo di una pagina che non sia un copione teatrale.
      grazie anche per i refusi, quando rileggo in realtà spesso non leggo ma riporto alla memoria quello che ho scritto. Un errore.

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