Parole dal nulla. NINANANNE. La grande madre

Ho sonno,  questo vagare senza meta tra nebbie e terreni incolti mi appesantisce. So che sono nel pieno delle mie forze, sono giovane, oh quanto sono giovane, una ragazzina (?!) eppure mi trascino in queste lande desolate e perdo tempo, l’unico mio bene. Non riesco a decidere di fare nulla e quel poco che ho mi scivola tra le dita.  In realtà sono distratta, come se fosse primavera, come se potesse entrare la primavera in questa coltre lattiginosa. Avevo una meta? Cosa volevo fare? Perché sono venuta qui? In lontananza sento una nenia, la seguo fino a giungere a una grotta, sarebbe meglio dire un buco, potrebbe abitarci una volpe, vorrei infilarci la testa per vedere chi ci abita. Una gazza mi precede e mi supera, le penne della sua coda mi pizzicano il naso, poi cadono tutte assieme, attaccate a un corpo mozzato. Dal buco esce una testa di donna dal viso adunco, con la bocca aperta che litiga con la testa di gazza che le morde la lingua. Poi, per mettere fine a quel lugubre litigio, l’addenta. La testa  della donna è attaccata alla terra tramite i capelli, un polpo dai mille sottili tentacoli che la trascinano dentro il buco. I capelli sembrano fotosensibili mentre i suoi occhi mi guardano.Ha fame e io ero il suo pranzo. Non ha gradito la povera gazza le cui zampe ancora fremono vicino ai miei piedi. La testa di donna, dopo aver sputato il pezzo di volatile ed essersi massaggiata visibilmente la lingua tra le guance, riprende a cantare.

– Ninna nanna ninna oh,

Vieni bimba mia tesoro

Vieni qui dalla tua mamma

Che ti ama e ti consola
Ninna nanna ninna oh,che ti apprezza e ti adora.

Un castello le darò.

Le darò i miei sorrisi …       –

Continua a cantare e la mia stanchezza è diventata insopportabile.

Cosa ero venuta a fare qui? Perché devo continuare a camminare senza sapere cosa fare? La testa canta e la sua voce è familiare, vorrei potermi fidare di lei, vorrei potermi riposare nella sua piccola grotta, riscaldata dai suoi tanti e avvolgenti capelli. Sono neri, ondulati e partono a raggiera dal suo volto. Sono una coperta che lei mi rimboccherebbe tutte le sere, che mi abbraccerebbero stretta, stretta. Mi farebbero riposare, finalmente. Ma so che non è vero, anche se vorrei non saperlo. La sua bocca, baciandomi, inietterebbe  nel mio corpo un acido che scioglierebbe i miei organi lasciandomi un involucro di pelle. Un guanto di me stessa.   Devo andare avanti, anche se la voce è così assicurante, i suoi occhi così amorevoli. Se mi avvicinassi ancora potrei riposare, si, per un po’, per sempre. Mi dispiace doverla deludere ma mi congedo avvicinandole il resto della gazza. La grande madre però non apprezza, fa uno scatto in avanti cercando di afferrarmi il piede mezzo nascosto dal corpo di gazza. Mi tiro indietro cadendo rovinosamente su un cespuglio di more che urla dal dolore, io pure a dire la verità ma ho scampato un pericolo ben più grande che qualche spina nel sedere. La bocca dell’aracnide  vomita una sostanza marrone scura da cui schiocca, come una frusta, la lingua affilata. Nel rigurgito melmoso nuotano parole così cattive che i miei occhi non possono staccarsene. Vorrei avvicinarmi per poterle vedere meglio ma la lingua mi tiene a distanza. Il veleno di quelle parole mi gela il sangue, ho paura di muovermi per non rompere le vene. Leggo che non uscirò mai più da questa nebbia, leggo che la nebbia è la mia incapacità, leggo che sono troppo piccola per capire e troppo vecchia per imparare, leggo che secco tutte le piante che incontro, sia reali che metaforiche. Leggo che mi sono perduta per non dovermi riconoscere. Leggo che rifiuto il suo amore e che quindi nessun altro mi amerà. Leggo che sono donna e che dovrò stare a casa ad allevare i figli e tenere pulita la casa. Leggo che i miei figli mi odieranno. Leggo che l’ho delusa, che le ho spezzato il cuore e che ora sanguina.

Le lettere vengono assorbite dalla terra che diventa ancora più arida. La testa continua a contorcersi trascinata dai suoi capelli. Finalmente i capelli hanno la meglio e il voltoaquilino scompare nel buco. Del rigurgito rimane solo una bava giallognola che scivola sulla parola sanguina.  Con attenzione mi avvicino e la raccolgo, me la infilo in tasca e mi allontano. Le lettere tintinnano nella mia tasca, sembrano fatte di cristalli di sale. Dopo qualche metro mi fermo, metto la mano in tasca ma c’è solo un pugno di polvere e una g mezza rovinata. La lancio in mezzo a un cespuglio di miseria rivoltandomi le tasche. Infondo mi ha fatto piacere incontrarla, è sempre piacevole sentirsi amati, anche se da un aracnide mannaro che si finge una sirena. E così pensando mi allontano, scomparendo nella nebbia
.

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2 thoughts on “Parole dal nulla. NINANANNE. La grande madre

  1. brrr… allucinata trasposizione (non so se in chiave più surrealista o neorealista) del legame affettivo tra madre e figlia, coi suoi ricatti (” rifiuto il suo amore e che quindi nessun altro mi amerà”), l’incomunicabilità che “sale” e la bava giallognola che scende.
    meno brillante del precedente, ma comunque molto intenso.
    (un refuso: “Il veleno di quelle parole mi gelano (gela) il sangue”

  2. condivido, è il problema del passare dal generale al personale. Comunque il ragno era una mamma simbolica, come forse si intuisce ce l’ho un po’ con la generazione delle madri e dei padri. Poveretti, niente di personale, i miei genitori sono meravigliosi, sono le madri e i padri simbolici che mi fanno incazzare.
    Grazie della costanza, il progetto è in divenire, sto ancora scrivendo.

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