Testa rossa. Capitolo 2. Carlo Chierici e la sua famiglia

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

 

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici mise il telefonino in carica, lo accese. Se solo avesse avuto uno di quegli aggeggi quando lavorava. Pensò a sua moglie che qualche ventennio prima gli faceva da segretaria, lei appuntava le visite su un quaderno con la copertina rossa poi lui prendeva la macchina e andava a quegli indirizzi scritti in  calligrafia minuta, di notte e di giorno, sabato o domenica che fosse.

Lei che correva a cercarlo tra un paziente e l’altro per un parto, una febbre, un infarto. Sua moglie che suonava a casa di quel paziente o di quell’altro con il cappello in testa e la borsa di paglia, bassa e secca come era sempre stata. Lei seduta sullo sgabello in ingresso, difronte al telefono, schiena dritta: il dottore è disponibile, affermava. Lasci detto il dottore verrà sicuramente, squittiva. Il dottore è sempre disponibile, anche se il dottore ha la febbre, la polmonite, la colica. Anche il giorno del funerale della moglie il dottore fu disponibile. Così come Mario sarà disponibile il giorno del suo funerale? Pensò Carlo Chierici e già se ne pentì.

Mario non rispose al suo primo numero di telefonino, il numero pazienti. Carlo Chierici chiamò il secondo numero, quello dei festivi pensando fosse in vacanza, nessuna risposta. Anche il numero dello studio di via Gorla suonò libero, poi digitò quello di Sesto e lì lasciò un messaggio in segreteria.

– Sono papà, ho bisogno di una cosa. Chiamami sul cellulare. Grazie. Arrivederci.

Riattaccò e subito dopo fece il numero di Giulio, il suo secondogenito. Vive a Genova, ha sposato una strana donna bigia col muso da volpe di nome Antonella . Carlo Chierici l’ha vista trenta volte in trent’anni: per il matrimonio, per il funerale della moglie e in altre occasioni simili. E quando è entrato nella casa di riposo Ziama, naturalmente. Antonella è stata colei che ha scelto la sua penultima dimora perché il povero Giulio sarebbe stato capace di prendersi il vecchio padre rincoglionito  in casa. Mario di certo no. Nessuno dei due figli gliene ha mai parlato ma lui si vede la scena come se l’avesse vista su Raidue. Mario che chiama Giulio:

-Dobbiamo parlare di papà. -primo piano sui suoi raiban e sul suo smartphon.

-Io non posso permettermi col mio lavoro, poi lo sai come la penso: quando ci doveva fare da padre dove era?-

Controcampo di Giulio con in mano la cornetta del telefono di casa che dice a Giovannino, otto anni, di scendere dalle ginocchia che il nonno deve parlare con lo zio. In sottofondo il pianto di Gilda, tre anni. Giulio: non ancora in pensione ma già nonno a tempo pieno.

-Ma no, papà non è messo così male. ‘E ancora  autosufficiente.

– Per quanto? Ti ricordi il pentolino.

La storia del pentolino del latte dimenticato sul fuoco è questa. Carlo Chierici non è mai stato buono in cucina, si è sempre dimenticato qualcosa: il sale, lo zucchero, l’olio, di accendere o di spegnere il fuoco. Solo che quando hai trent’anni è che sei un uomo, un medico, devi pensare a cose più importanti del latte che straborda dal pentolino e spegne il fornello. Poi hai ottant’anni e quel pentolino segna l’inevitabile fine della tua autonomia.

– Meno male che c’era la signora Gina.

– Meno male un corno, non possiamo vivere con l’incubo che ci bruci la casa. Dobbiamo trovargli una sistemazione, ti dico che qui a Milano i pensionati costano tantissimo, dai tremila euro in su al mese.

La sera stessa Giulio ne avrà parlato con Antonella e il giorno dopo lei gli avrà presentato il depliant giallino della casa di riposo Ziama.

Mille cinquecento euro al mese, nell’entroterra ligure, idealmente a metà strada tra i due fratelli, abbastanza lontano da entrambi nei fatti. Cortile interno con giardino e cinque alberi. Sei panchine. Ci si può entrare con la macchina. Stanze da due a quattro posti letto. Televisioni e tombola assicurata. Con cento euro in più al mese lavano la biancheria. Medicine escluse. Il medico viene a visitare i pazienti una volta al mese. Se, per qualunque motivo, il paziente perde l’autosufficienza, il paziente deve essere trasferito in una struttura più idonea. Dalla direttrice i due fratelli hanno firmato come garanti. Lui ha firmato il consenso per vendere la casa, la sua casa. Con la sua poltrona, la sua libreria. Giulio si era offerto di mettere tutto in cantina ma Carlo Chierici ha voluto che si sbarazzassero di tutto, a loro piacimento. Si è portato dietro il minimo indispensabile: L’Odissea, tutto Dumas, i Maigret.

Come quando girava per i mercatini dell’usato e indovinava la morte di qualche suo paziente dai titoli dei libri venduti sulle bancarelle così anche i suoi libri dovevano andare a testimoniare la sua dipartita simbolica. Trattati sulle malattie infettive del secondo dopoguerra, resoconti della sconfitta della malaria in Piemonte. Ricerche sulle nuove malattie alimentari, i libri di Carlo Cipolla. Carlo Chierici teneva tutto, comprava tutto e leggeva tutto ciò che riguardava la medicina generale. Chissà chi avrà comprato quella strana rivista finanziata dalla casa farmaceutica Sigmatau con quelle belle foto di frattali? Chi avrà comprato il suo libro di medicina legale? Chi avrà comprato i libri di suo padre di ostetricia di urgenza di metà ottocento con tanto di tavole a colori su come far uscire, senza cesareo, un bimbo podalico in quattro mosse? Sempre che a qualcuno interessi, sempre che non…

Poi Giulio Chierici rispose al telefono. Già in ansia, già sentendosi in colpa. Questo bravo figlio che lui non si era mai accorto di avere.

– Sai dov’è la televisione che avete comprato alla mamma quando era ricoverata in ospedale?

Giulio Chierici non capisce  perché Gilda, che ora ha cinque anni, piagnucola. Finalmente la bambina si allontana, Giulio Chierici promette che cercherà la televisione, che chiamerà Mario per sapere se sa dov’è.

– Entro Sabato.

Da lontano, oltre la voce di Giulio e di Gilda, si sente una donna che chiede:  chi è? Cosa vuole? Sta bene?

Carlo Chierici spegne il telefono. Esce dal bagno dove si era rinchiuso alla ricerca di qualche intimità. Due vecchi come lui sono distesi sui letti, gli uni affianco agli altri, come in colonia, guardano il tg5. Fuori inizia a piovigginare. Le luci nel corridoio si accendono automaticamente.

A Carlo Parodi le cose sono andate meglio: le tre figlie hanno tutte risposto che chiameranno la direttrice e  metteranno la cosa a posto ma Carlo Parodi non è così sicuro e orgoglioso della sua prole come in altri momenti, forse perché non c’era suo figlio Benedetto a rassicurarlo. O forse è che manca da casa da già due anni, in realtà nessuno di loro ha più una casa ma sono corpi in attesa di un’altra e ben nota destinazione, con figli e nipoti che sperano di recuperare qualcosa o almeno di non rimetterci troppi soldi in questa attesa. Gianni Montaldo detto Aldo tirò fuori un’idea che avrebbe potuto togliere la possibilità di scegliere un programma televisivo per un anno: “La signora Celestina Bellavista è convinta che ci siano i turchi in camera sua.” La notizia giungeva dalla OSS carina, Dolores, 54 anni e una quinta di reggiseno. La maggiorata aveva assicurato a  Gianni Montaldo detto Aldo che la signorina Celestina Bellavista non aveva fatto dormire nessuno al terzo piano. “Domani verrà uno specialista ma per stanotte si aspettano cose da… turchi, non so se mi spiego. ”

“La Dolores pensa che ti sia rimasta la casa, senti a me, non pensano che a quello queste donnette” . Carlo Parodi parlava a ragion veduta, la vera motivazione della sua entrata nella casa di riposo Ziama era stata una penosa storia con una certa Cecilia, ecuadoriana di quarant’anni, con tre figli in Ecuador e uno in arrivo in Italia si scoprì. Questa Cecilia gli teneva in ordine la casa e gli faceva da mangiare. Un giorno tra Carlo Parodi e la badante successe qualcosa che fece supporre che il figlio che l’ecuadoriana portava in grembo fosse, o potesse essere plausibile che fosse, di Carlo Parodi. Carlo Parodi cercò di comprare il silenzio della donna offrendole del denaro. Dopo un paio di mesi le figlie si accorsero che mancavano diverse migliaia di euro dal conto e ne chiesero spiegazione prima al presunto padre reticente e poi alla donna. Quando lei interpretò la parte della povera donna ingravidata e abbandonata Carlo Parodi venne spedito da un andrologo il  quale dichiarò la sua impotenza. Dopo questa sentenza Carlo Parodi si rifiutò di alzarsi dal letto, di bere e di mangiare finché non venne ricoverato in ospedale. Lì non diede segni di vita se non dopo essere stato idratato via flebo e le sue figlie non piansero al suo capezzale pensandolo ormai passato a miglior vita. Si riprese e nessuno parlò più dell’argomento ma la casa di riposo Ziama acquistò un nuovo ospite. Carlo Chierici e Gianni Montaldo detto Aldo non conoscevano la storia ed archiviarono la battuta alle tendenze conservatrici, se non apertamente razziste, dell’amico.

“Dice che ha visto la signora Chiara Valle darci dentro stanotte coi turchi, se ne faceva tre o quattro alla volta  e ha dei pesci sotto il letto.”

“Vivi o morti i pesci?” domandò Carlo Chierici.

“Non lo so, ma bisognerebbe chiederglielo.”

L’ultima vecchietta suonata che aveva alloggiato alla casa di riposo Ziama era stata una mezza greca, la signora Melina. Una sera la signora Melina aveva iniziato a salutare qualcuno in un angolo del soffitto, in corridoio. Ha salutato il soffitto per un mese e mezzo, dopo ha iniziato a chiacchierare in greco con un muro vicino alla finestra.

A quel punto era difficile far finta di nulla e le hanno chiesto con chi parlasse, lei ha risposto che scambiava due parole con sua mamma, era tanto che non la vedeva; quando le hanno chiesto chi salutasse sul soffitto ha detto che era il diavolo che stava sempre lì, poverino e qualcuno doveva ben salutarlo; poi è arrivato un vecchio amico d’infanzia, poi il marito e un angelo nudo. Erano presenze allegre che dispensavano consigli e raccontavano storielle in greco. I medici hanno provato a curarla con le pillole azzurre ma lei le sputava in bagno, nascondendole sotto la lingua. Un giorno ha smesso di parlare, poi è diventata violenta. Diventare violenti era l’unica via di uscita per la casa di riposo Ziama. Non bastava avere il pannolone o non riuscire più a tenere un cucchiaio in mano. Fin che possono li tenevano i loro ospiti.

Cosa succedeva fuori dalla casa di riposo Ziama era un mistero carico di fantasmi. Qualche volta il telegiornale parlava di ospizi lagher dove i vecchi vengono legati ai letti, con quattro pannoloni per non cambiarli e le piaghe da decubito che mangiano la carne fino all’osso. Una volta, in televisione, hanno fatto vedere dei corridoi luridi pieni di spazzatura, da manicomio prima di Basaglia aveva commentato Carlo Chierici.

Alla fine della trasmissione tutti gli ospiti della Casa di riposo Ziama si reputarono fortunati e felici e, per un paio di giorni, le lamentele si diradarono, tranne per la signora Anna che aveva perso la memoria a breve termine.

Quella sera i tre amici andarono a letto dopo la loro dose di televisione e lasciarono la signorina Celestina Bellavista ai suoi turchi notturni.

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2 thoughts on “Testa rossa. Capitolo 2. Carlo Chierici e la sua famiglia

  1. seguo con curioso interesse il dipanarsi degli eventi nella casa di riposo Ziama, confortevole pensionato tra le verdeggianti colline dell’entroterra ligure, con giardino interno provvisto di ben cinque alberi e sei panchine…
    sarà che non sono ancora abbastanza vecchio, ma quasi?
    : ))))
    amare e credibili, qui, le digressioni sulle circostanze che hanno portato all’ingresso in ospizio dei due carli (chierici e parodi).
    (un refuso: “la casa di riposi Ziama “)

  2. Grazie, ho corretto anche un po’ di punteggiatura su suggerimento di un amico.
    Insieme hai refusi le virgole a volte mi sfuggono di mano, interpunto i pensieri facendomi beffe dell’analisi logica.
    Un abbraccio, cmq non credo che tu possa identificarti anagraficamente coi padri ma, mi spiace per te, coi figli… :-), non voglio anticiparti niente ma ho quasi finito di scrivere il finale.

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