Testa rossa. Capitolo 4. Carlo Chierici riceve un regalo che non gli piace.

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela 2010

 

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Il computer di Franco Scaduto era diventato il nuovo centro di attrazione dell’intera compagnia di amici. Sul computer ci si poteva tenere aggiornati sulla Formula 1. Il sito grandprix.motorionline.com era stato messo sulla scrivania virtuale, bastava cliccarci sopra due volte (schiacciare due volte il tasto del telecomando del computer) per accedervi. Tutte le settimane Gianni Montaldo detto Aldo cambiava tappezzeria della scrivania virtuale e ci metteva le donnine del GP in costume da bagno, Carlo Parodi con quelle dei piloti e Gianni Montaldo detto Aldo gli dava del finocchio e una sera arrivarono anche alle mani. La direttrice Giovanna Giovanardi per poco non sequestrò il computer: ci volle tutta l’abilità di Franco Scaduto per riuscire a convincere la direttrice che non scaricavano (mettevano dentro il computer) materiale pornografico.

Gianni Montaldo detto Aldo un giorno imparò ad usare word e scoprì che poteva ricominciare la sua collezione di disegni (questa volta si, anche pornografici) creati con le lettere della tastiera del computer; non doveva più raccoglierli nei faldoni polverosi stipati sotto il suo letto, bastava metterli dentro una cartella virtuale; imparò anche che gli stili utilizzabili erano tanti, alcuni anche simili alla sua Olivetti del ’78.

Gianni Montaldo detto Aldo a questo punto aveva due esigenze impellenti: una motoretta, magari non un ultimo modello Deluxe piuttosto una vespa a quattro ruote, e un personal computer e non sapeva come procurarseli. I suoi amici lo videro prima adombrarsi poi rinchiudersi in un mutismo rigido.  Era a letto, sotto un lenzuolo ruvido, sembrava non respirasse e non sbattesse le palpebre. Dopo tre giorni Carlo Chierici gli si avvicinò fino a percepire il fiato quasi fermo ma che ancora  entrava e usciva dai  polmoni: gli sussurrò di alzarsi, di aprire gli occhi; Gianni Montaldo detto Aldo non si mosse. Carlo provò a scuotere il pigiama di cotone a righe: le mani affondarono nella stoffa, sembrava che il corpo dell’amico fosse scomparso; prima ancora di trovare il petto di Gianni Montaldo detto Aldo, Carlo Chierici si ritrasse come scottato da quella mancanza. La pelle del malato era diventata sottile, il viso scavato dalla mancanza di acqua. Carlo Chierici sentì crescergli dentro la rabbia, un pugno caldo che doveva vomitare al più presto se non voleva avere conseguenze sulla sua ulcera, doveva avvertire l’amico del gioco stupido nel quale si era imbarcato facendo il finto malato. “Cosa credeva di ottenere? Pietà? Un capriccio di un ottantenne non intenerisce nessuno. Forse si è dimenticato che la mamma è sepolta da un pezzo? Bambino rinsecchito. O forse è lo sciopero della fame tanto pubblicizzato?”. Prima che Carlo Chierici potesse parlare Gianni Montaldo detto Aldo aprì gli occhi troppo chiari e disse con aria distratta: ” Il n’y a personne: j’ai beau dire, on me laisse toujour seul”.

Carlo Chierici si pietrificò, di tutte le paure l’Alzheimer era lo spettro più tetro. Guardò l’amico con la stessa espressione che avrebbe avuto nel guardare una carota in pigiama sotto delle lenzuola. Girò sui suoi tacchi ed uscì dalla stanza seguito dallo sguardo  dei compagni di camera della carota.

“Perché non abbiamo mai chiesto di dormire assieme? Avremmo potuto chiederlo? La direttrice lo avrebbe permesso? Perché no? Anzi”. Carlo Chierici si rimproverava perché dopo la storia dei vecchi conviventi la direttrice Giovanna Giovanardi era divenuta molto accondiscendente in fatto di trasferimenti di camera e riteneva che fosse salutare che gli ospiti potessero scegliere i propri compagni di stanza, entro certi limiti. La storia dei vecchi conviventi era una delle storielle che circolavano nella casa di riposo Ziama: la signora Francesca Feci e il signor Francesco Donato, giunti alla casa di riposo Ziama, erano stati divisi dopo trent’anni di convivenza. Questo fatto – a detta di tutti – fu la causa della dipartita veloce dei due, record negativo della casa di riposo, (escludendo quelli che muoiono entro le ventiquattro ore): soli diciassette giorni di permanenza. Era vero che in quei diciassette giorni avevano urlato l’uno contro l’altra in continuazione, rinfacciandosi tutte le cose fatte o non fatte (il cavallo di battaglia della signora Francesca) e maledicendo o bestemmiando ( lui soprattutto) ogni minuto di quei trent’anni di convivenza.

I figli di primo letto della signora Feci avevano messo in guardia la direttrice sui loro litigi furibondi e lei aveva ritenuto opportuno dividere l’ anziana coppia. Li aveva addirittura messi in due piani differenti, in parti opposte dell’edificio. Come darle torto, in diciassette giorni le Oss divisero a forza il signor Donato e la signora Feci ben 102 volte, ovvero sei volte al giorno. Comunque la direttrice  si liberò presto di quei due ospiti inopportuni, a distanza di poche ore l’uno dall’altro: nonostante gli urli, i libri o i piatti che si lanciavano i due vecchi non potevano davvero vivere separati e lontani seccarono, è il caso di dirlo, come due vecchi alberi.

In corridoio Carlo Chierici incontrò Carlo Parodi che gli chiese come stava il malato ma Carlo Chierici non rispose e con il viso giallo sotto le luci al neon del corridoio, la camicia slacciata e i pugni chiusi, continuò la sua avanzata verso la direzione; cercando di procedere speditamente zoppicava: Carlo Parodi corse in camera di Gianni Montaldo.

La direttrice fissava lo schermo del computer dove un cane ballava il tip tap, alla vista del vecchio medico chiuse la finestra (spense il programma internet exporer); si alzò accigliata, era una donna alta, formosa, dai vestiti chiari e squadrati, i capelli erano l’unica nota stonata in quella figura che avrebbe voluto essere elegante: erano sempre scomposti e più li legava e più le conferivano un’aria trasandata. Una volta al mese il parrucchiere restituiva quei capelli castani tinti al corpo curato e allo sguardo inflessibile ma oggi non era uno di quei giorni e una massa stopposa, con la ricrescita a corona, giaceva come un brutto cappello su quella donna in talleur grigio.

Carlo Chierici si scusò e gli espose la sua preoccupazione per l’amico, le suggerì di chiamare i figli e il medico. La Direttrice Giovanna Giovanardi ringraziò freddamente e lo invitò ad uscire.

Gianni Montaldo detto Aldo non si alzava più dal letto e farfugliava frasi sconnesse in francese, dopo tre giorni passò al latino e dopo una settimana al greco, ma per brevi periodi e solo in presenza delle Oss e mai degli amici, quantomeno il greco si premurava di non parlarlo mai quando nelle vicinanze c’era Franco Scaduto. Il quindicesimo giorno la direttrice Giovanna Giovanardi chiamò i figli di Gianni Montaldo detto Aldo, urgentemente.

Chiara e Aristide Montaldo arrivarono tre giorni dopo, con le facce compunte come se il padre fosse già morto, erano entrambi vestiti di nero. Entrarono silenziosamente nella camera del malato: senza neanche doverlo chiedere i due compagni di stanza uscirono, nonostante il mal di schiena di Carmelo Coccolucci.

La porta si chiuse. Carlo Chierici, Franco Scaduto e Carlo Parodi erano seduti nel salottino più vicino alla camera dell’amico malato e aspettavano l’evolversi della giornata in silenzio. Le soluzioni erano molteplici e tutte tristi: avrebbero potuto ricoverarlo in un ospedale o in un altro centro specifico per malati di  Alzheimer; avrebbero potuto decidere di lasciarlo morire lì, lentamente e, a pensarci bene, questa sarebbe stata la scelta più dura per i tre amici: avrebbero visto lo sguardo farsi assente fino a spegnersi in quegli occhi chiari che un tempo erano stati sorridenti.

Carlo Chierici andò in bagno. Passando vicino alla porta di Gianni Montaldo sentì dei singhiozzi di donna. Forse, influenzato dal giudizio del padre, aveva mal considerato Chiara Montaldo: sotto quella superficie da maestrina scialba batteva un cuore. Entrato in camera sua pensò ai suoi figli: “loro sarebbero venuti?” No, lui non doveva pensare a queste cose, certo che sarebbero venuti, magari suo figlio Mario dopo il secondogenito. Magari avrebbe delegato il fratello minore, no, sarebbe venuto. Ma che male gli aveva fatto, era stato un buon padre dopo tutto, forse un poco assente ma un buon padre. Di quante colpe dovevano condannarli questi figli viziati, nati da famiglie perbene, in una nazione che si era indebitata per crescerli nel lusso della casa in campagna, dell’inps e dei baby-pensionamenti. Lui era stato un padre assente che trattava la moglie come una segretaria. Gianni Montaldo fu un padre che non amava i propri figli ma amava troppo sua moglie per dirglielo, loro però lo hanno capito  e appena hanno potuto si sono vendicati rinchiudendolo nella casa protetta Ziama. Chissà se ne proveranno rimorso?

Carlo Chierici finì di asciugarsi le mani sulla salvietta a nido d’ape bianca che pendeva dal suo porta asciugamani e uscì in corridoio. Poteva intravedere Carlo Parodi e Franco Scaduto in fondo al corridoio, seduti sulle sedie rivestite di stoffa, le braccia penzoloni, inutilizzate nell’attesa del verdetto.

Una porta della camera dell’amico malato si aprì. Gli amici si guardarono attorno spauriti: dalla stanza di Gianni Montaldo detto Aldo si precipitò fuori Aristide Montaldo, al posto dell’uomo apatico e grigio che era entrato circa due ore prima,  Carlo Chierici si trovò davanti una faccia paonazza che urlava insulti contro il letto di Gianni Montaldo, a contro canto si udiva un singhiozzo femminile. Gli insulti erano equamente ripartiti tra il padre e la sorella. Quest’ultima si precipitò sul fratello urlando un isterico:” Io no! Io no!”. Non si capiva se la sorella abbracciasse il fratello o lo azzannasse, le mani erano troppo feroci per dare delle carezze ma avevano un che di implorante. Aristide Montaldo la scaraventò in direzione della lavanderia scoprendo così un collo graffiato e sanguinante. Le Oss si precipitarono nel corridoio, Aristide Montaldo le superò ed uscì dalla casa di riposo Ziama. Le Oss aiutarono Chiara Montaldo a raggiungere l’infermeria dove sparì. Dalla porta rimasta aperta Carlo Chierici vide Gianni Montaldo detto Aldo che guardava stupito la porta aperta: gli occhi del malato erano stranamente vigili e quasi divertiti, alla vista dell’amico si mise sdraiato tirandosi le coperte fin sopra le orecchie.

Dopo un paio di giorni da quella melodrammatica visita Gianni Montaldo detto Aldo ricominciò a parlare in Italiano, perse quel velo lattiginoso che gli velava lo sguardo e dopo quattro giorni era di nuovo a gironzolare per i corridoi quando Oss e direttrice erano fuori vista. Franco Scaduto, Carlo Parodi e Carlo Chierici erano ancora preoccupati e non sapevano interpretare quell’improvviso cambio di stato dell’amico.

Gianni Montaldo detto Aldo, con l’aiuto e il permesso di Franco Scaduto, iniziò a tenere una frequente corrispondenza con i suoi figli via mail: dedicava a internet un paio d’ore tutti i pomeriggi, sottraendole alla televisione.

Agli orari più disparati e sul cellulare arrivarono delle telefonate dalla figlia Chiara che lui rifiutava. Dopo un paio di settimane Chiara Montaldo iniziò a chiamare direttamente alla casa di riposo. Il vecchio ingegnere si chiuse in bagno con il cordless dell’istituto e riemerse dopo una decina di minuti. Era trionfante. A pranzo annunciò agli amici che per Pasqua avrebbe ricevuto la sua testa rossa e un computer tutto suo e chiese a Franco Scaduto delucidazioni sulla password, il router, google e altre cose che ancora lo confondevano.

Dopo diversi giorni gli amici provarono a chiedere a Gianni Montaldo detto Aldo cosa fosse successo quel pomeriggio con i suoi figli e lui raccontò questa storiella:

“C’era una volta un uomo che non aveva più forze, non aveva più denti, non aveva più neanche l’amore o la casa. Per questo povero vecchio non c’era che il dolce tepore del focolare, l’amore dei suoi cari perché, oltre  ad essere il capostipite di quella famiglia, ne era la memoria e si sa, senza passato non c’è futuro.”

Carlo Parodi sbottò: “Ma sei completamente rincitrullito? Ma di che futuro stai parlando?”

Gianni Montaldo detto Aldo rispose con gli occhi socchiusi: “Non di che futuro, ma di quale passato. La moglie di quel vecchio era morta e il vecchio era l’unico che potesse sapere, o almeno era plausibile che sapesse…”

I tre amici smisero di guardare il computer o combattere contro un filo che usciva dalle cuciture dei pantaloni e fissarono l’amico, questi continuò:

“Da sempre la gente ha il desiderio di sapere chi è. Questi curiosi del proprio io autentico spendono milioni di lire per risalire a qualche trauma infantile che ha impedito lo sviluppo del loro “vero io” e addebitano a madri e padri le loro debolezze o meschinità. Noi, cari miei, abbiamo un potere: possiamo dirgli chi sono. Noi siamo la loro memoria, siamo il loro passato, siamo il loro codice genetico!”

I tre amici continuavano a guardarlo senza capire: “Ma non sono i tuoi figli?”,  chiese sempre Carlo Parodi.

Gianni Montaldo detto Aldo raccontò un’altra storia: “Un giorno una bella fanciulla italiana, ma che viveva in Belgio, accolse in lacrime il suo bel marito di ritorno dall’Etiopia dove egli lavorava. Lei disse che una notte un bruto, di cui non aveva visto neanche il viso, le aveva fatto violenza. Era passato un mese da questo terribile fatto, non ne aveva parlato con alcuno e aveva paura di essere in stato interessante. Il marito, devoto e amorevole, accoglie la moglie violata e il figlio della violenza, allevandolo come proprio.”

Carlo Chierici era stupefatto, aprì le braccia e non sapendo che farsene le abbandonò lungo il corpo:  “Tu hai fatto credere a …

“Io non ho fatto credere nulla a nessuno, ho solo raccontato questa storiella che, inoltre, è molto divertente. Il bello deve ancora venire, sentite qua: il bambino/ bambina  (non voglio dare alcun indizio) crescendo era sempre più rassomigliante ad uno degli uomini più illustri del paese, tanto che chiunque potrebbe confermare quella fosca paternità,  se non fossero tutti già morti e sepolti: il bambino/bambina era la goccia sputata del prete del paese.”

No, urlarono in coro i vecchi che circondavano Gianni Montaldo detto Aldo, fuori dalla finestra un concerto di gocce scivolava dalle tegole di ardesia nella grondaia, note musicali di un concerto piovoso.

Gianni Montaldo detto Aldo sorrideva, gli amici sapevano che i figli erano nati entrambi in Belgio, vecchia trasferta di lavoro; proprio in quegli anni lui faceva spola tra l’Etiopia e il Belgio ma la famiglia, per comodità era rimasta in Europa, dove la moglie lavorava come insegnante. Tutti sapevano che la moglie era stata più anticlericale di lui e che lui, un uomo aperto e buono, detestava i figli. In ogni caso i tre  amici conclusero che quella storia era assurda e fasulla.

Pasqua si avvicinava con i suoi tristi preparativi di partenze disattese.

A Carlo Chierici i vecchi della casa di riposo Ziama ricordavano gli orfanelli del suo paesello  ad attendere zii, nonni, fratelli, troppo occupati per ricordarsi di loro in quei giorni di festa. Qualche cellulare che squilla: “Quando si arriva agli sgoccioli si raccolgono le briciole.” ” Auguri.” ” Buona Pasqua.” ” Oramai cosa vuoi che importi.”

Gli unici felici di tutta la casa di riposo Ziama furono Gianni Montaldo con il suo Pony3, tre ruote a 9,5 km/h, 45 km di autonomia, smontabile con luci, reggi polsi, sedile regolabile, zainetto e cestino estraibile. Elegante come una vespa, a suo dire, rossa naturalmente. E Carlo Parodi con il suo Blandino color crema a 12 km/h che non sfigurava vicino alla testa rossa di Franco Scaduto. Ma la sua motoretta era targata Harley.

Carlo Chierici era stato invitato a casa del suo secondogenito, Giulio, per il pranzo di Pasqua. La moglie Antonella era una cuoca orribile e gli propinò un brodo troppo grasso e salato e una finta cima alla genovese da rosticceria, con i piselli al posto dei pistacchi. Poté assaggiare solo il cappon magro portato dal nipote. Nipote precario, con due figli a carico e moglie altrettanto precaria, Carlo Chierici avrebbe detto disoccupati anche se entrambi laureati; non gli tornavano delle cose: come mai il nipote non trovava un impiego in banca, in comune, alle poste se era laureato? Si ricordava che un tempo aveva brindato per l’entrata del nipote nell’insegnamento, quando era stato? Dieci anni prima? E allora? Che ci faceva ancora a carico del paparino? Senza la  garanzia del padre non avrebbe potuto comprare neanche una macchina. In fondo questo Giulio faceva da garante per tutti: per il padre, per il figlio, in qualche modo anche per i nipoti. Senza di lui ben tre generazioni sarebbero state allo sbando. In quella famiglia erano tutti appesi a quel chiodo che era il figlio Giulio, con la zazzera che ora era sale e pepe ma che gli dava un’aria da stupido anche da bambino che i capelli li aveva tutti neri. Non era cambiato molto in fondo, assomigliava sempre a se stesso.

Suo figlio Giulio era un chiodo che li sosteneva o uno spillo che li inchiodava come farfalle a un’esistenza di questuanti? Quell’essere un sostegno giustificava la sua esistenza? loro erano gli unici membri produttivi della famiglia ( doveva estendere la capacità produttiva a sua nuora), i soli adulti, non troppo vecchi, non troppo giovani.

-Giacomo,- Disse Carlo Chierici al nipote, -perché non fai dell’altro visto che nell’insegnamento non riesci ad entrare?

Il nipote, imboccando la figlioletta che faceva i capricci per mangiare, gli sorrise.

-Ci ho provato, nonno. Ho provato a mettermi in proprio ma il difficile diventa farti pagare e più lavori con enti pubblici o con le grandi imprese più i pagamenti si dilazionano in mesi se non in anni.

-E le piccole realtà falliscono o scompaiono prima che tu possa riscuotere.

Si intromette la moglie che distribuisce le patate al forno.

– Alla fine però è come se fossimo sempre in proprio, siamo imprenditori di noi stessi, e come imprenditori abbiamo rischio di impresa, niente mutua,

-O maternità.

– Spesso non ci fanno neanche contratto e se ce lo fanno è per meno tempo e con meno contributi di quello che ci spetta.

– E i contributi tanto non servono a nulla perché come lavoratori atipici nessuno ci assicura un fondo pensionistico.

– Non è vero, non è detto.

-Ma se hanno bloccato i simulatori dell’inps

I due giovani coniugi si misero a batti-beccare su argomenti che sfuggivano a Carlo Chierici, poi vide i bambini, i quali stavano facendo i diavoli a quattro (ma anche i suoi figli erano così rumorosi? Avrebbe giurato di no).

– Ma i vostri figli?

– I nostri figli saranno ancora più poveri di noi.

Rispose placido Giacomo Chierici, come se la notizia fosse ovvia.

Giulio Chierici non la pensava in ugual modo e la discussione riprese ma presto tutti sorrisero, era il giorno di Pasqua e loro erano una famiglia.

Dopo pranzo i bambini aprirono le uova. Giulio diede a Carlo Chierici la foto della sedia a rotelle che il fratello gli aveva fatto recapitare alla casa di riposo. Loro figli non capivano a cosa potesse servirgli una sedia a rotelle visto che egli camminava perfettamente, nonostante il versamento al ginocchio di qualche tempo prima.

Era una sedia a rotelle di quelle pieghevoli, nera. Una sedia a rotelle vera. Di quelle che si spingono a mano, di quelle da paraplegici.

I bambini iniziarono a litigare per i regali.

Carlo Chierici ringraziò ignorando la richiesta di spiegazioni e, in cuor suo, maledisse la telefonata fatta al primogenito qualche giorno prima. Maledisse anche la sua speranza di ricevere se non una Deluxe, almeno un Pony3.

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2 thoughts on “Testa rossa. Capitolo 4. Carlo Chierici riceve un regalo che non gli piace.

  1. ed eccomi di nuovo in compagnia dei miei geronti preferiti
    : )
    ordunque, la narrazione porsegue senza cali di tensione e si dipana arricchendo la storia di nuove sfaccettature nonché definendo in maggior dettaglio i profili psicologici dei protagonisti: siamo quasi al romanzo breve ormai! e ciò mi riempie di gioia visto che oggigiorno in rete è difficile trovare racconti più lunghi di un tweet…
    interessante il passaggio su memoria, passato e futuro. a volte ho l’impressione che in fondo sia abbastanza logico che con l’aumentare della vita media, l’intera società civile sia colpita da alzheirmer. altre volte mi dimentico di ciò che ho pensato…
    a presto.
    (aggiungerei un “quando” in “Era a letto da tre giorni, *quando* Carlo Chierici” e non ripeterei “Carlo Chierici” all’inizio della frase seguente, partendo direttamente con “Gli sussurrò di alzarsi”; “fu la causa alla dipartita” vs “della dipartita”; “il parrucchiere le restituiva” toglierei “le”, perché nel prosieguo della frase li restituisce non a lei, ma “al corpo curato e allo sguardo inflessibile”, sennò non ho capito bene cosa volevi dire…; “tallior” vs “tailleur”; “faccie” vs “facce”; “alzaimer” vs “Alzheimer”; “recriminano” mi pare non congruente, direi “addebitano” o “riconducono” o “incolpano”; “Infondo” vs “in fondo”)

    • hai ragione:” “recriminano” mi pare non congruente, direi “addebitano” o “riconducono” o “incolpano”;”
      Non mi tornava la frase ma non riuscivo a capire il perché.
      Sempre debitrice.
      E si che pensavo di aver controllato “Alzheimer”, invece ho solo pensato di volerlo fare…

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