Parole dal nulla- ICARO

immagine presa da internet

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Incontro Icaro quasi per caso, mi stavo addentrando nelle sabbie mobili  di una grande depressione. Un avvallamento delle terre del nulla che raduna le acque piovane e le nubi che si trovano incastrate tra pareti di terra e non riescono più a uscire. Sotto i miei piedi fluisce un magma di vita moribonda che si ingloba alla mia gamba. Alzare il piede è come alzare l’intera crosta terrestre. Mi dimentico come al solito di respirare, distratta dal magma che inevitabilmente alzo e che mi rimane attaccato al piede. Sento il sangue che mi scorre nelle arterie che diventa sempre più scuro. Il vapore acqueo si condensa nei miei condotti lacrimali, so che se piango ora l’intero corpo si trasformerà in lacrime e anche io sarò acqua in questa valle. Quindi mi trattengo. Ma sento la pressione aumentare, cerco di allentarla concentrandomi sul respiro. So che non posso far scendere la pressione ma almeno cerco di non farla salire. Il livello “rischio di esplosione” è già stato superato. Cammino concentrandomi su piccole cose. Un ramoscello spezzato, una foglia. Cerco di spezzettare la realtà in più parti possibile. Mi fermo, alzo gli occhi. Davanti a me che sprofondo un nido giace su un ramo rinsecchito, dentro c’è un ragazzo dal naso aquilino e un paio di ali cucite sulla schiena nuda. Mi guarda e noto un sottile sorriso sotto il naso tagliente. Le ali sono fatte di piume bianche impastate a cera, per il resto è nudo. Lo saluto ma non mi risponde. Mi trascino sotto il tronco e l’uccello umano trema. Mi sembra di intravedere una goccia di saliva che pende dalla bocca chiusa. Mi fermo e affondo nella melma.

-Chi sei? Chiedo.

Non risponde ma noto un vibrare di ali. Il magma mi arriva alle ginocchia. Gli guardo gli occhi, sono vuoti, piccole pupille spente in un mare di bianco. Ho una intuizione e svengo, il fango mi bagna la guancia sinistra e un po’ finisce dentro la bocca ma resto immobile. Il fango inizia a entrarmi nelle narici e cerco di trattenere  il respiro. Ancora. Più di così è la fine. Finalmente arriva, spazzino di anime erranti, mi tira su per la schiena e mi trascina fuori dalla valle, volando a stento, a bassa quota. Saltando tra le rocce per darsi lo slancio.  Mi lascia in mezzo al nulla. Mi apre la veste con la bocca e mi annusa. Un becchino! Penso e mi alzo di colpo. Il volatile umano di istinto si allontana. Il suo nome è Icaro, schiavo del sole si nutre di bestie trovate nell’oscurità.

-Cosa cerchi, bestia, tra le mie carni? La vita? il tuo destino è il sole.

Mi guarda con i suoi occhi piccoli. Capocchie di spillo vigili e rapaci.

-Perché non voli? Perché ti nutri di carcasse? Non è questo il tuo destino.

Mi guarda e il suono della sua voce, dopo tanto silenzio, è un urlo inarticolato, un ululato che cerca di imitare i suoni umani.   Non lo capisco.

-Tu sei Icaro, Dedalo è tuo padre, inventore dei labirinti.

Mi guarda, la faccia istupidita dalla fame e dall’oscurità.

-Parla uomo. Continuo e lui non risponde.

-Sei figlio della complessità perché ti sei ridotto a mangiare carcasse? Sorge il sole, lontano, in quest’alba contornata da nebbie e lui istintivamente si lecca la cera che ancora non cola dalle sue ali posticce.

-Il sole è lontano, se tu non voli fino a lui le tue ali non si scioglieranno.

Non credo che mi capisca. I suoi movimenti sono governati dall’istinto della bestia. Non gli interesso più. Sono ancora viva. Lentamente apre le ali, ali posticce cucite con un filo grezzo che a tratti imputridisce dove le carni si ribellano. Spicca un volo sgraziato, corre su gambe troppo lunghe e pesanti per il volo ma dopo due tentativi prende quota. Vola basso, a volte lascia scivolare un piede a terra per darsi lo slancio. Una gallina deforme che cerca l’oscurità questo Icaro. In che razza di nulla sono capitata? Il sole freddo illumina i miei piedi raggrinziti dall’umidità. Quanto ancora devo viaggiare? Mi perdo nei colori dell’alba. Che confine c’è tra questo mondo e l’altro? E cerco di ricordarmi com’è l’altro mondo di cui parlo ma le sue ombre si fondono in un nulla senza uscita.

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One thought on “Parole dal nulla- ICARO

  1. dopo i passerotti e il corvo, ecco un icaro becchino-avvoltoio. per certi versi, m’è parsa quasi un’involuzione del corvo del racconto precedente (anch’esso si nutre di carcasse, ma mentre di là il corvo era antropomorfizzato fino a raggiungere una condizione umana, qui icaro ha perso ogni umanità regredendo a istupidita bestia necrofila): non più il sogno del volo, né la consapevolezza dello scarto tra bontà d’animo e della carne, ma solo la tangibile putredine delle carogne (brrr…). e la cosa più beffarda è che icaro ha rinunciato all’ebbrezza del volo pindarico, ma non ha tratto particolare giovamento dal sopravvivere allo schianto cui era predestinato, visto che è morto lo stesso senza rendersene conto! e noi? speriamo che, invece, la morte ci trovi vivi…
    : )
    mi è piaciuta la prosa, curata e avvolgente, piena di immagini evocative e polisensoriali. il grigio viscoso nullificante della depressione è ben reso e arreso, compreso l’inceppo di calore umano simboleggiato dall’assenza di liquefazione della cera nonché dal sole freddo.
    probabilmente non c’è un altro mondo, ma solo bicchieri mezzi pieni e mezzi vuoti: il confine è tutto psicologico.

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