Testa rossa. Capitolo 5. Carlo Chierici ha un piano.

Ritratto. Enrico Olia. Olio su tela 2010

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici, in casa di quell’estraneo che era suo figlio minore, accudito dalla gentilezza pelosa e sfacciata della nuora, era a disagio e decise che era meglio ritornare alla sua penultima dimora: la casa di riposo Ziama.

Non voleva rimanere in quella casa con le persiane perennemente chiuse. Contro chi combatteva la nuora? Contro la polvere o contro la luce? I soprammobili erano chiusi nelle vetrine, i mezzari e le tende ricoprivano finestre e divani; per terra, sopra la graniglia lucida, tappeti. A Carlo Chierici gli veniva l’asma solo a pensare ai miliardi di acari annidati in quella casa. Una volta partito il nipote con la compagna dai modi radicali e affettuosi e i terribili pro-nipotini, sarebbe rimasto solo con i “produttivi”. Espresse quindi il desiderio di tornare all’ospizio, perdon casa di riposo, entro sera. Erano le 18, in un’ora e mezza sarebbe stato nella sua camerata.

Il figlio si rabbuiò, la nuora sibilò qualche cosa all’orecchio del marito che si metteva la giacca, qualcosa riguardo al figliol prodigo.

Come poteva suo figlio Giulio vivere in un luogo così soffocante dopo che per tutta l’infanzia sua madre si era premurata di farli crescere in luoghi luminosi, aereosi, puliti. Carlo Chierici ricordò la loro casa al mare dove tutte le sere, al tramonto, la moglie posizionava le sedie rivolte ad occidente; e, riunita la famiglia, come davanti alla televisione, guardava il sole che sprofondava nel mare.

In macchina Carlo Chierici guardava quel figlio sessantenne che aveva costruito quella famiglia da solo, forse con l’aiuto della madre. Anche quel modo che aveva Giulio Chierici di continuare a parlare come se nulla fosse era di sua moglie. Ma a Carlo Chierici non gli importava di averlo ferito, messo nei guai con la nuora, pensava solo al suo primogenito che era solo in casa, lo sapeva. Era solo, come lui. Che quel bravo figlio non capisse, non lo capisse, non gli interessava; ma suo figlio, un medico come lui, lo trattasse così da pezzente, lo offendesse così con una sedia a rotelle quando lui si era ben raccomandato di volere uno scooter elettrico per anziani. Almeno in quanto medico, suo figlio, farlo sfigurare così, da pezzente, lo aveva trattato da pezzente. Duemila euro per quel bravo figlio erano una somma notevole con un figlio disoccupato, i nipoti; ma per suo figlio, un medico massimalista, solo, con una casa di proprietà a Milano, solo una? Forse ne aveva anche una in riviera. E due multiproprietà: una a San Giacomo, in montagna, e una a Parigi.

La sedia a rotelle nera era posteggiata vicino alle splendide motorette dei suoi amici: due rosse e una color crema. Il bravo figlio non entrò neppure a salutare la direttrice, ripartì di corsa per essere a Genova ad un’ora decente, la nuora doveva essere furiosa. Carlo Chierici approfittò della solitudine per spostare la sedia a rotelle nello stanzino, dove v’erano le sedie a rotelle a disposizione dei pazienti; l’indomani qualche OSS sudamericana si chiederà il  perché di una sedie a rotelle in più poi, visto che è in più e non in meno, non dirà nulla.

Carlo Chierici andò in camera e non uscì fino al giorno successivo. Avrebbe voluto restare chiuso in camera e fingersi malato come Gianni Montaldo detto Aldo ma non né aveva il carattere né la follia, quindi il giorno dopo scese a fare colazione. I suoi amici erano già al tavolo a programmare gite, tra le mani le tazze di tè con il limone e i cucchiaini di plastica per girare il dolcificante. Erano felici che fosse tornato prima, anche loro avevano anticipato il rientro per poter stare assieme. Gianni Montaldo detto Aldo raccontò con orrore la Pasqua con la figlia Chiara, ammise che la sua geniale trovata aveva minato la stabilità mentale della figlia e per nulla migliorato la sua cucina. Tutti risero, in fondo che male c’è a maltrattare una perfetta estranea, che non nutre nessun affetto per quell’ammasso di ossa ricoperte di pelle sottile e quegli occhi lattiginosi e vivaci. I quattro amici erano divisi in due padri amati e due padri ignorati (del figlio Giulio e della figlia di Aldo, Carlo Chierici non se ne ricordava). E se i figli non amano i loro genitori perché i vecchi padri devono amare quegli estranei egoisti che hanno tanto disatteso i loro sogni e le loro aspettative? Quanto potevano vivere ancora? Per quanto sarebbero stati ancora lucidi e presenti a se stessi? Che senso aveva preoccuparsi per degli adulti ben più fortunati e più sani di loro?

Gli amici uscirono quello stesso pomeriggio, in sella alle loro motorette, due rosse e una color crema. Carlo Chierici disse che aveva bruciore di stomaco e rimase in camera sua. Gli veniva da piangere. Si sentiva come un ragazzino a cui i genitori hanno fatto credere che gli avrebbero regalato il motorino e poi sotto l’albero c’era una motoretta giocattolo. Si sentiva tradito, offeso. Era arrabbiato e più era arrabbiato e più si arrabbiava. Non era consono ad un uomo di ottant’anni passati essere così arrabbiato. Gli sarebbe venuto un colpo. Non era mai stato un uomo collerico, era anche abbastanza razionale da capire che era meglio prendere le sue pastiglie per la pressione. Scese dal letto e andò in bagno. Il vecchio ragioniere, con cui condivideva la stanza da quasi tre anni, aveva pisciato ancora fuori dalla tazza. Carlo Chierici aprì l’armadietto a specchio e pensò ai suoi figli: Giulio aveva un fisico sano e forte ma un carattere debole e mite; Mario, al contrario, aveva sempre avuto un  carattere aggressivo ed egoista ma un cuore debole, soffriva di pressione alta già a vent’anni, un infarto a cinquant’anni lo aveva ancora più incattivito ma, con uno stend e un’arteria ricostruita, era ancora più rampante e abbronzato.

Il vecchio medico prese le pillole, un sorso d’acqua dal bicchiere di plastica lasciato dalle Oss accanto al lavandino. Suo figlio Mario prendeva ancora il Cumadin? Che speranza di vita poteva avere? Paradossalmente minore della sua?  -No, non esageriamo- si disse tra sé. Ma se  fosse morto prima Mario di lui, i soldi dell’eredità a chi sarebbero andati? Mario non si era mai sposato, non aveva messo al mondo degli infelici, gli unici parenti diretti erano lui, Carlo Chierici -il padre- e suo fratello Giulio Chierici con famiglia al seguito.

E se l’eredità fosse andata alla Direttrice Giovanna Giovanardi? Forse una parte ma tremila euro per una testa rossa sicuramente ci sarebbero usciti.

-Il Cumadin- pensò il vecchio medico, -Che cosa interagisce con il Cumadin in maniera mortale?- Qualcosa che poteva reperire facilmente, senza lasciare tracce? Forse si.

Quella sera Carlo Chierici stette male. Era un pessimo attore, a differenza del suo amico Aldo, ma il medico lo assecondò prescrivendo una dose omeopatica di tutti i farmaci che chiedeva. La sera stessa le scatole delle medicine adornavano il suo comodino. Carlo Chierici si sentì subito molto meglio e le pastiglie sparirono dal comodino. Solitamente le Oss recuperavano le scatole mezze piene ma, quella volta, la malattia del vecchio dottore fu tanto fugace che nessuno si ricordò che gli  fossero stati prescritti anche dei farmaci.

Carlo Chierici guarì anche dalla sua malinconia e gli amici lo invitarono ad uscire con loro, facendo a turno con le motorette e lui, per sdebitarsi, aiutava a pulirle e dava consigli su come ingannare il medico della mutua, spia assoldata dalla direttrice Giovanna Giovanardi per fermare le loro uscite pomeridiane.

Le giornate si stavano allungando e le Oss, come uccellini, diventavano più gentili e distratte. Anche loro, i quattro amici, avevano perso quell’aria stantia e rassegnata e salutavano ogni nuovo giorno con progetti di passeggiate vere o virtuali. Franco Scaduto aveva trovato un nuovo sito dove delle persone leggevano i libri, gli audiolibri si chiamavano, e la sera i quattro amici si riunivano in camera ad ascoltarli. Finiva sempre con Carlo Parodi che russava ma la cosa li divertiva di più della televisione. Potevano rileggere i libri che avevano letto in gioventù e scoprirono quante letture avevano in comune, in fondo appartenevano alla stessa generazione, avevano fatto le scuole negli stessi anni, anche se poi ebbero esperienze di vita diverse. Molte cose per cui avevano lottato in gioventù avevano perso significato e la politica italiana degli anni cinquanta risuonava lontana alle loro orecchie. La loro amicizia era l’unico presente.

Dopo un paio di settimane Carlo Chierici chiamò il figlio Giulio. Lo chiamò con Skype, giusto per non essere da meno dei suoi amici, e poi anche Giulio aveva skype e così poté fargli vedere la sua faccia risoluta che gli chiedeva di vederlo, o meglio chiedeva di poter vedere i suoi due figli da soli. Voleva vederli per raccontargli una cosa importante, una cosa che riguardava lui e loro madre. Giulio sbiancò e si prese l’incarico di chiamare il fratello per organizzare l’incontro. Carlo aggiunse che, in occasione di quell’incontro, sarebbe andato volentieri a Milano, ospite del figlio Mario.

Giulio incassò quell’ennesima  preferenza paterna senza dire nulla.

Carlo Chierici attese pazientemente notizie per una settimana, poi si spazientì. Era anziano, non era difficile sapere che in qualunque momento poteva passare dalla vita alla morte, scrutava il suo corpo come in attesa di qualche segnale infausto, si misurava la pressione tre volte al giorno e calibrava i pasti. Quell’ascolto ininterrotto del proprio stato di salute divenne ossessivo, non parlava quasi più per paura di distrarsi, teneva il cellulare in carica e spesso lo osservava. Gli amici si preoccuparono e iniziarono a fargli visita in ogni momento trascurando persino le loro uscite motorizzate. Quando Carlo Chierici si accorse della preoccupazione che aveva dato agli amici chiese aiuto loro: doveva andare a Milano da suo figlio Mario, questi non voleva incontrarlo, quindi desiderava andarci di nascosto per evitare un rifiuto, voleva andare da solo, doveva assolutamente dirgli una cosa. Carlo Parodi gli chiese di suo figlio Giulio ma la sua domanda rimase sospesa e poi dimenticata. Quel bravo figlio era stato sicuramente maltrattato da Mario, quel rampante medico  di mezza età non aveva nessuna intenzione di perdere tempo con un vecchio demente. Con un vecchio paraplegico visto il regalo che gli aveva fatto qualche mese prima. E il buon Giulio forse ancora lo supplicava.

Via internet Franco Scaduto comprò i biglietti del treno, intercity e di prima classe :  Carlo Chierici sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale entro le 15, il treno delle ore 17 lo avrebbe riportato alla casa di riposo Ziama in tempo per la cena. Cinque ore di assenza erano troppe per una semplice passeggiata quindi i quattro amici organizzarono una visita specialistica a nome di Carlo Chierici ma poi realmente effettuata da Carlo Parodi. Sarebbero andati in motoretta alla stazione e sarebbero  ritornati entro un’ora, le Oss si sarebbero messe a cercare Carlo Parodi e, dopo un po’ di ricerche, sarebbe venuto fuori che era dal medico insieme a Carlo Chierici; Carlo Parodi sarebbe tornato dicendo che il medico che visitava Carlo Chierici era in ritardo ma che comunque sarebbe arrivato per cena. Questo funzionava se le ferrovie dello stato non fossero state in ritardo e quel giorno non lo furono.

Carlo Parodi aveva lasciato la sua moto Vita color crema a Carlo Chierici. Il vecchio medico sfrecciava con il vento tra i radi capelli accanto ai suoi amici dalle moto rosse. Il paesaggio luvego correva attorno a loro, correva era una parola grossa, camminava a passo spedito, a un passo al quale loro non potevano più andare. Gianni Montaldo detto Aldo sbagliava strada ogni volta che incontravano un incrocio, alle parole degli amici ritornava veloce sui suoi passi sterzando la motoretta. Dovevano correre, andavano al massimo della velocità, 18/20 km /h. Dovevano arrivare alla stazione prima dell’arrivo del treno. Gli ultimi metri fecero anche una gara. Poi Carlo Chierici salì sul treno diretto a Milano e i due amici re-inforcarono le motorette, dovevano far scoprire l’assenza di Carlo Parodi per far guadagnare un ora all’amico, quell’ora del ritardo del medico. Non si chiesero cosa andasse a fare Carlo Chierici a Milano, non aveva importanza, erano come dei soldati chiusi nell’ultima trincea sul l’ultimo fronte. I soldati non chiedono, cercano di rimanere vivi.

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3 thoughts on “Testa rossa. Capitolo 5. Carlo Chierici ha un piano.

  1. continuo a seguire con piacere le gesta dei simpatici geronti motorizzati. e penso che il tutto prenda le forme almeno di un bel romanzo breve (ci hai pensato?). in questa sezione, spettacolosa la scena degli anziani raccolti attorno all’audiolibro e inquietanti gli sviluppi della trama che lasciano presagire un carlo chierici omicida, deciso a ereditare in senso inverso.
    rispetto all’inizio, mi pare che negli ultimi capitoli ci siano meno dialoghi, il che forse toglie un po’ di mordente alla dinamica dell’interazione tra i fantastici quattro.
    (ti segnalo alcuni refusi: “areosi” vs “ariosi”; “né aveva” vs “ne aveva”; “stend” vs “stent”; “un ora” vs “un’ora”; “cumadin” vs “coumadin”)

  2. Tutto bene, solo travolta dalle cose della vita. Volevo pubblicare l’ultimo capitolo per Pasqua ma nn riesco a rileggerlo. Forse lo pubblico e poi revisiono tutto dopo? Dubbi della vita. Comunque buona Pasqua.
    Arianna

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