Testa rossa. Capitolo 6. Carlo Chierici e la sua moto.

2012-12-04 11.22.08

Enrico Olia 2008

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 

Carlo Chierici era seduto davanti a una ragazza magra dai capelli corti e il naso affilato. La ragazza aveva un cappello di lana cotta nero a fiori verdoni coordinato col cappotto. Stava leggendo su un computer piccolo come un vecchio libro tascabile. Quando lei lo posò sulle ginocchia per rispondere al cellulare lui vide che era in bianco e nero e non emetteva luce. Un libro-computer? Chissà se Franco Scaduto sapeva cos’era? Come si chiamava? Come si usava? Franco Scaduto gli aveva ridato la curiosità nella vita. Quando Carlo Chierici era entrato nella casa protetta Ziama pensava di dover restare solo in attesa, in attesa di quell’ultimo giorno di cui nessuno vuole più parlare, come se così non dovesse più esistere. Ora sentiva di aver troppo da scoprire e poco tempo da vivere. Ogni minuto era prezioso e voleva viverlo con le uniche persone che ancora lo amavano e lo stimavano: i suoi amici. Questa amicizia aveva un ostacolo ora: lui non aveva una motoretta elettrica. Il colpevole era suo figlio Mario. Giulio no, Giulio non avrebbe mai potuto capire, aveva altri problemi: una moglie antipatica, un figlio disoccupato, i nipoti da crescere. Mario invece era un medico come lui. Un massimalista come lui. Mentre pensava queste cose Carlo Chierici si rigirava la scatola bianca nella tasca del cappotto. Il cappello stretto nell’altra mano, adagiato sulle ginocchia. Cambiò mano al cappello e strinse le chiavi di casa di suo figlio Mario dentro l’altra tasca del cappotto: la chiave del portone, le due chiavi della porta di casa, il portachiavi con San Paolo. Prima di essere trasferito alla casa di riposo Ziama aveva vissuto per qualche settimana sballottato tra i due figli, giusto il tempo di fare qualche lavoro prima di mettere in vendita la sua casa. Giulio avrebbe voluto che stesse esclusivamente da lui ma la moglie era stata male, una colecisti; fu Carlo Chierici a chiamare Mario per farsi venire a prendere. Quella volta il primogenito non si lamentò del vecchio padre rincoglionito e lo accolse in casa. Mantennero un atteggiamento composto e distante per una settimana poi Carlo Chierici ritornò dal secondogenito. La settimana di villeggiatura a Milano venne ripetuta altre  tre volte a scadenze bi o trisettimanali, infine il vecchio medico venne trasferito alla casa protetta per persone autosufficienti Ziama. Per qualche strana ragione i figli gli avevano lasciato una copia delle chiavi delle loro case, quasi si vergognassero di chiederle indietro e lui non aveva pensato a restituirle. Forse non aveva voluto pensarci, come se quel terzo trasferimento non dovesse essere l’ultimo o il penultimo.

Carlo Chierici guardò fuori dal finestrino del treno. La periferia di Milano faceva mostra dei suoi capannoni e delle sue stazioni imbrattate. Aveva poco tempo, ogni spostamento doveva essere fatto con discrezione, se tutto fosse filato liscio sarebbe entrato in casa del figlio Mario, avrebbe sostituito i farmaci nel suo armadietto in bagno, sarebbe riuscito e avrebbe preso il treno in tempo per non far scattare l’allarme alla casa di riposo. Nessuno avrebbe messo in relazione il vecchio padre quasi novantenne, internato in un ospizio, con la prematura scomparsa di un medico di mezza età. E anche se qualche medico zelante avesse effettuato tutti i test tossicologici? Cosa altamente improbabile visto che era banale infarto di un cardiopatico, quindi soggetto a rischio. E anche se quel medico zelante trovasse traccia del suo potente antinfiammatorio? Un farmaco di uso comune, chi avrebbe mai sospettato di lui, delle pastiglie che un medico ligure gli aveva prescritto settimane in avanti per una malattia che nessuno ricordava più? E anche se fosse stato scoperto, e anche se fosse stato arrestato che cosa rischiava? Era troppo vecchio per finire in prigione e comunque nessun direttore di nessuna prigione sarebbe stato più indisponente della signora Giovanna Giovanardi. Si rese conto che la odiava e sorrise di questo sentimento, lui che credeva di non avere neanche il diritto di giudicare, di compatire, di vivere.

La luce in stazione era abbagliante, grosse televisioni pendevano dal soffitto in ferro trasmettendo la pubblicità di una compagnia telefonica, l’audio dei televisori si ammutoliva quando l’altoparlante della stazione annunciava l’arrivo o la partenza dei treni. La stazione centrale di Milano gli ricordava la scena di Totò e Peppino che arrivano in piazza Duomo con con la pelliccia e il colbacco.

Uscì dalla stazione e fece la fila per salire su un taxi. Aveva davanti a sé un inglese col cappello e una valigia piccola con quattro rotelle; un tassista disse ad un altro che si rifiutava di far salire un uomo con un cappello come quello, mentre lo diceva sorrideva all’inglese il quale sorrideva di rimando. Finalmente si decise a farlo salire.

Carlo Chierici salì sul taxi successivo. Diede un indirizzo distante duecento metri dalla casa di suo figlio Mario. In macchina pensò a tutti i possibili inconvenienti: e se in casa ci fosse stato il figlio? Se ci avesse trovato una donna delle pulizie? Un’amante? Se  una vicina lo avesse visto entrare? Il tassista restò muto per tutto il tragitto, riuscì solo a dire il costo della corsa che era tre volte superiore al prezzo del biglietto del treno. Finita quest’avventura forse il vecchio medico avrebbe avuto un sacco di soldi, di lì a qualche mese, ma sicuramente non avrebbe potuto offrire neanche un caffè agli amici fino ad allora.

Si fece coraggio e aprì il portone. Il palazzo anni sessanta era arredato con passerella rossa, doppia fila di porte in vetro, piante finte da interni. Vicino all’ascensore uno specchio da strada scopriva un angolo buio: negli anni ottanta i tossici usavano quella rientranza del portone per nascondersi e fare gli agguati agli inquilini; ora i tossici erano stati tutti decimati dall’Aids ma lo specchio era rimasto. Arrivò l’ascensore, Carlo Chierici entrò, schiacciò il numero 7, l’ascensore i fermò al piano. Non c’era nessuno nel corridoio, il vecchio si avvicinò alla porta: nessun rumore proveniva dall’interno dell’appartamento. Carlo Chierici mise la chiave nella toppa in basso, girò; poi in quella in alto, la porta si aprì.

Pile di libri ovunque, scatole di scarpe, cioccolatini, bottiglie di vino o di superalcolici. La casa era luminosa nonostante l’ingombro disordinato di tutti quei regali accumulati che pazienti riconoscenti dovevano aver consegnato a suo figlio per anni. Nonostante la sala il resto della casa era in ordine, probabilmente la donna delle pulizie aveva deciso che quel caos in sala non era di sua competenza e si limitava a passare lo straccio tra una pila e l’altra. La casa era iper-riscaldata. Carlo Chierici entrò in bagno, aprì l’armadietto. Si, suo figlio prendeva ancora il Coumadin. Tre scatole facevano bella mostra di s? tra un rasoio elettrico e due dopo barba. Aprì la scatola bianca che aveva portato con sé nella tasca sinistra del cappotto e sostituì alcune pastiglie incidendo le cartine con un piccolo Opinel. Aveva dovuto rimodellare le pastiglie ad una ad una ma ora erano perfette, tenendo conto che nessun paziente cronico controlla le pastiglie che prende.

Un antinfiammatorio potente finì così tra i farmaci salva vita del figlio. Il Coumadin è un farmaco che ha iterazioni mortali con farmaci anche banali, a volte anche con alcuni cibi. Il Coumadin somministrato assieme a un buon antinfiammatorio produce un embolo celebrale. Una morte veloce e priva di sofferenza, quasi un’eutanasia.

Carlo Chierici, dopo la sostituzione, chiuse tutto: scatola, armadietto, porta del bagno, porta di ingresso. Girò le due chiavi nelle rispettive toppe, schiacciò il pulsante dell’ascensore, era ancora al piano. Uscì dal palazzo senza che nessuno lo avesse visto, le pastiglie che aveva ora in tasca erano della stessa grandezza e della stessa forma di quelle che aveva portato lui: stessa forma, stessa grandezza, principio diverso:  un principio, per uno come suo figlio Mario, mortale.

Avrebbe voluto correre ma non lo fece, non tanto per il suo ginocchio ma per non dare nell’occhio, si sentiva stupido e felice. Era anche in anticipo. Scorse una fermata della metropolitana, studiò attentamente la cartina e comprò un biglietto.

Arrivò in stazione centrale con un largo margine e comprò un pacchetto di sigari Davidoff e un accendino, se li mise in tasca. Andò al binario accompagnato da quelle decine di schermi dall’audio altalenante. Ma di che colore era diventata l’Italia? C’erano più negri o cinesi che italiani, ai sudamericani non faceva caso, ci era abituato visto che nella casa di riposo, sotto gli ottant’anni, erano la maggioranza, escludendo la direttrice, il contabile e il medico della mutua. Due carabinieri in divisa camminavano quasi all’unisono nel marciapiede difronte al suo. Una donna di colore, con una bambina legata sulla schiena, camminava facendo dondolare il maniera ipnotica un enorme sedere avvolto in stoffe colorate e lucide. Dietro di lei gli occhi dei pendolari dondolavano a loro volta. I pendolari avevano delle borse nere di pelle abbinate alle scarpe. I televisori sopra le loro teste emisero un boato da stadio subito interrotto dall’annuncio del suo treno. Veloce Carlo Chierici ci si rifugiò. Cercò il suo scompartimento e la sua poltrona passando tra le porte a pulsante. Era a quattro vagoni di distanza dal suo, forse avrebbe fatto prima a scendere invece che accanirsi su quelle porte automatiche lente e, a volte, difettose ma quel treno era il suo ritorno a casa, non voleva scendere, non voleva rischiare di perderlo. Seduto nella carrozza cinque posto 32 decise che, arrivato in piazza, avrebbe comprato anche una bottiglia di whisky da cinquanta cl. Con quello che aveva risparmiato prendendo la metropolitana invece del taxi poteva permetterselo.

Il figlio Giulio arrivò alla casa di riposo Ziama otto giorni più tardi, era vestito di nero. “Papà, perché volevi vederci? ” chiese il figlio con gli occhi infossati. “Per chiedervi perdono.” avrebbe voluto rispondere il vecchio medico, ma dopo che per una settimana aveva pensato e ripensato a quale risposta avrebbe dovuto dare a questa domanda aveva deciso che la linea melodrammatica era per lui insostenibile, per cui  preferì passare per deficiente: “l’ho dimenticato.”

La morte di un figlio probabilmente si addice al melodramma e il figlio Giulio non gli credette: “A volte il sangue capisce cose che la ragione non si immagina neanche”,  esclamò piangendo. Carlo Chierici restò impassibile, in attesa della notizia della morte del primogenito.

“Papà, scusami, Mario è morto”. Carlo Chierici non volle soffermarsi su cosa doveva scusarsi Giulio, gli interessava sapere come fosse morto Mario, se era stato un evento naturale o meno. “Di infarto, papà, lo sai del suo stato, non ha mai voluto pesare su di noi ma era malato da anni”. Non ha mai voluto farlo pesare? Al fratello forse ma a lui si. Anche quello gli aveva rinfacciato suo figlio, il cuore malandato che aveva ereditato dai i geni paterni. “E ora? che ne sarà di me?” Chiese Carlo Chierici trattenendo il respiro. Il figlio Giulio lo abbracciò e gli disse, “Non ti preoccupare papà, Mario ha lasciato tutto a me e io ti accudirò come ho sempre fatto.”

Quella notte Carlo Chierici, chiuso nella camera di Franco Scaduto e di Carlo Parodi insieme all’amico Gianni Montaldo detto Aldo, aprì il whisky e offrì un Davidoff a ciascun amico. La puzza di sigaro rimase impregnata nel bagno nonostante la ventola accesa e a Gianni Montaldo detto Aldo che rovesciò un intera boccetta di colonia per sovrastarne la puzza.

Carlo Chierici chiamava tutti i giorni il figlio Giulio e pian piano scoprì anche di amarlo quello buon figlio. Decisero assieme di utilizzare parte dei soldi dell’eredità per comprare una casa al nipote. Con grande sorpresa di tutti il nipote Giacomo comprò una casa nell’entroterra ligure, vicino alla casa di riposo Ziama. Più che una casa era una cascina, con un ricovero per gli animali, molto terreno e persino un corso d’acqua: ne avrebbero fatto un bed&breakfast con enoteca e avviato una azienda per la produzione di latte e salumi.

Decisero di far coincidere l’inaugurazione della casa con la festa per la pensione di Giulio, il nonno si sarebbe trasferito insieme al figlio e alla nuora per aiutarli nella gestione dell’azienda, come ex bancario aveva dimestichezza nella contabilità e avrebbe potuto essere utile. La moglie Antonella avrebbe fatto la pendolare tra Genova e il paese ancora per qualche anno, fino al raggiungimento della pensione.

Il nipote Giacomo stava illustrando il progetto agli amici: maiali e mucche felici, dal produttore al consumatore grazie ai negozi e ai mercatini biologici, visite guidate per i bambini delle scuole, laboratori di mungitura e di pane fatto in casa col lievito madre.  Giulio e la moglie distribuivano salame e focaccia, Antonella era meno grigio verde del solito, come se avesse smesso gli abiti da cittadina che mal le donavano e avesse ritrovato una sua dimensione. Lei in quel paese irto, in quella gola di valle v’era nata e vi aveva passato parte dell’infanzia. Si scoprì che la direttrice della residenza protetta Ziama, Giovanna Giovanardi, era una sua vecchia amica di infanzia e, quando questa arrivò, si salutarono baciandosi affettuosamente e nominandosi: Lina e Nina.

Giovannino e Gilda arrivarono urlando giù per la discesa che portava alla casa insieme a un nugolo di bambini e ragazzini: “Stanno arrivando!” Tutti si girarono verso la strada comunale: tre motorette rosse e una beige spiccavano tra i l giallo dell’autunno. Sopra ognuna di esse un uomo dalla pelle secca e dai capelli radi sorrideva.

Scesi dalle selle Carlo Chierici fece le presentazioni, suo figlio Giulio aveva un vassoio di salame e, invece di stringere mani, offriva fette di Sant’Olcese. La moglie Antonella strinse le mani nodose sotto gli occhi compiaciuti dell’amica Giovanna Giovanardi mentre il nipote e la moglie abbracciarono e baciarono gli anziani.

Carlo Chierici passò la mano sulla testa dei pronipoti che sorrisero e Gilda chiese: “Nonno, sono i tuoi amici?” “Si cara” rispose lui  “Sono Carlo Paodi, Franco Scaduto e Gianni Montaldo detto Aldo, i migliori amici del tuo bis-nonno.”

FINE

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2 thoughts on “Testa rossa. Capitolo 6. Carlo Chierici e la sua moto.

  1. mmmm… sarò sincero, perché ho seguito con interesse (e affetto per i simpatici geronti) tutta la storia. primo: il finale non è all’altezza del resto. l’impressione è quella che sia stato scritto per finire la storia e non perché la storia dovesse davvero finire (non so se riesco a spiegarmi). vieppiù, per come si sono dipanate le vicende lungo i sei capitoli, sarebbe stata più onesta una fine *scomoda*, di quelle che concludono la vita di ogni giorno. però, ohi, mi rendo conto che sono le mie personalissime opinioni, quindi prendilecometali e non darci troppo peso.
    : )
    secondo (qui invece il problema è concreto): l’omicidio con il “potente antinfiammatorio” non ha nessuna plausibilità medica. l’effetto anticoagulante del coumadin può sommarsi all’effetto antiaggregante dei FANS, ma al limite (e raramente), la conseguenza è una emorragia (non un embolo, che all’opposto è un trombo sparato a distanza), che di solito non è mortale e non può essere certo confusa con un infarto. resta poi difficile credere che un medico, cui vengono *scambiate*/*sostituite* le medicine non si accorga che la compressa è *diversa*. quindi, se vuoi che il tutto sia credibile, le modalità dell’omicidio sono da rivedere. al limite è più fattibile un avvelenamento con cianuro di potassio o con tetrodotossina…
    terzo: il profilo psicologico del vecchio medico che *uccide* il figlio non è sviluppato in alcun modo, restando epidermico e un po’ surreale. o chierici è davvero “demente” o non può certo uccidere un figlio senza stravolgere la propria psiche, cosa di cui nelle righe non c’è sentore.
    quarto: sarà un aspetto marginale, però la pensione di un medico di famiglia che è andato in pensione 15 anni addietro o più supera i 4000 euro (ora non è più così, e a me in pensione mi ci manderanno se va bene a 75 anni, quindi morirò prima, ma un tempo…). quindi, una volta pagato il pensionato, il chierici potrebbe agevolmente pagarsi la testa rossa, no?
    finite le perplessità.
    poi.
    per chiarezza, aggiungo che comunque l’idea dell’omicidio del figlio cardiopatico da parte del padre medico è spiazzante e potente dal punto di vista narrativo, se solo fosse sviluppata in altro modo.
    per chiarezza, aggiungo che comunque la lettura sia di quest’ultimo capitolo che di tutti gli altri mi ha comunicato non poco godimento (il che non è poco vista la piattezza diaristica della maggior parte degli scritti in rete negli ultimi anni), cosa di cui non posso che ringraziarti.
    : )
    alcuni refusi (“s?”, “quello buon figlio”, però ce n’era pure qualche altro che non ho segnato)
    .
    (ps: se ti serve qualche dritta medica, batti un colpo che sarò felice di rendermi utile)

    • ciao dottore
      sono talmente scombinata negli ultimi tempi che non mi ero accorta della tua risposta e quindi intanto grazie e scusa.
      il finale l’ho riscritto già tre volte e sembra che l’epopea non sia finita ma: che il padre uccida il figlio è fuori discussione che debba succedere e la storia del cumadin mi divertiva visto che con mio padre abbiamo vissuto momenti di paranoia cosmica ma d’accordo, bisogna rivedere l’accaduto in termini medici.
      Aiuto!
      tra il cianuro di potassio e la tetradotossina credo che stilisticamente stia meglio il cianuro di potassio (stia meglio? che espressione ridicola) perché non vedo il dottor Chierici alle prese con un pesce palla mentre invece il sapore di mandorle amare fa molto arsenico e vecchi merletti, magari gli amici possono essere coinvolti in qualche modo? Ci penso, ma la prima domanda è: se il dottore somministra del cianuro di potassio al figlio in autopsia se ne accorgeranno? Si fa l’autopsia a un cardiopatico che muore in casa? se si, anche con tutte le prove tossicologiche? per questo un’iterazione accidentale tra farmaci mi piaceva e se uno prende dieci pastiglie mattina e sera non è che proprio ci fa caso alla forma, le toglie dal blister e se ne fa una manciata. Anche se devo spiegarla meglio…forse non tutti fanno così.
      Sul problema psicologico del dottor Chierici: va bene devo svilupparlo di più (i capitoli aumenteranno ahimè) ma l’idea è che la sua diventa una scelta inevitabile come l’adolescente che deve uccidere simbolicamente il padre per poter crescere, il vecchio dove uccidere realmente il figlio per poter vivere (e uscire dalla sua attesa della morte e far diventare la casa di riposo Ziama da penultima dimora in casa).
      Va bene riscrivo l’ultimo capitolo, ci provo.
      La storia della pensione: anche su quella adesso approfondirò ma tutti i vecchietti che conosco hanno i conti in comune coi figli che pian piano gestiscono sempre più. Ho notato che i figli tendono a riportare i genitori a una condizione di dipendenza spesso speculare con quella che hanno vissuto loro (più i genitori sono stati libertari più i figli saranno libertari con i loro vecchi e contrario). Quindi ho dato per scontato che il bancomat e la carta di credito sia stata requisita dai figli ma forse va esplicitata e raccontata.
      dovrò aspettare qualche tempo che la vita si appiani per poter ricominciare a scrivere ma spero che accada presto, mi stai dando una grande aiuto a capire molte criticità della mia scrittura.
      Un abbraccio
      arianna

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