LO SPECCHIO E LE CAVALLERIZZE DI LUMINI

Damocle

Damocle

In questo nulla il tempo è fasullo, giorni che durano mesi e notti che sono degli istanti. O notti la cui luna non tramonta mai, apro gli occhi venti volte e lei è ancora lì. Passano settimane senza che il sole si decida a sorgere. Spesso faccio finta di dormire, mi accoccolo su me stessa e rallento il respiro fino a farlo diventare quasi immobile, neanche le zanzare si accorgono che sono viva.  Ma ci riesco solo di giorno, di notte i muscoli si muovono da soli, non riesco a controllarli e più mi muovo più il respiro diventa affannoso, l’aria si fa densa e mi invade i polmoni facendomi affogare, mi corrode dall’interno come un acido e pian piano invade altre parti del mio corpo come lo stomaco.

Forse è stato solo un’illusione l’essere scappata alla madre-ragno. Una goccia del suo acido deve essere entrata dentro me e ora mi sta sciogliendo lentamente atomo per atomo.

Una pelle di donna vuota che si aggira per questa landa vuota. Sono sola anche se a volte credo che ci siano altri uomini e altre donne che vaghino sole.  Mi sono persa. Mi fermo. Ai miei piedi giace uno specchio rotto. Guardo dentro e la mia immagine si rompe in cinque me stesse differenti. Mi allontano. Si specchiano il sole bianco, il cielo grigio. Mi riavvicino. Cinque piccole me, nude, ognuna di un colore differente è a cavalcioni di un lumino da morto. La fiamma è accesa in tutti e cinque i frammenti ma le cavallerizze non sembrano scottarsi. Nonostante la luce dei lumini esse sono avvolte nel buio, un buio che non c’è attorno a me, in questo nulla persino la notte è grigia, infestata dai fuochi fatui.

Le cavallerizze volano e cambiando direzione creano delle danze, a volte a sincrono a volte in di-sicronia.  Una cavallerizza è viola, i capelli sono neri e tirati in una lunga coda alta, le vene verdi risaltano quasi iridescenti. Tiene le mani direttamente sullo stoppino del lumino e compare e scompare nel fuoco. Cavalca come se avesse fretta di andare da qualche parte, poi si ferma bruscamente e contiene il fuoco della sua candela fino a quasi spegnerla, ci si accascia e rimane immobile, scompare nel buio del suo frammento di specchio per poi riaprirsi e riprendere la sua cavalcata furiosa. A volte sembra incastrata nello specchio e sbatte con i limiti del suo frammento, altre volte corre come se lo spazio non dovesse mai esaurirsi.

A fianco una cavallerizza arancione sta’ in sella al suo lumino come una ballerina di un circo. Il lumino corre nel suo frammento ad un ritmo regolare, agile, leggero mentre lei salta, volteggia, atterra su un solo piede; l’altro in area, le mani a cestino unite sopra la testa; i capelli rossi sono raccolti a chignon. ‘E incredibilmente snodata per essere una me stessa; a volte sembra che cada e più che una ballerina ricorda un pagliaccio, ogni movimento è accompagnato da un leggero stop come a lasciare  a un pubblico inesistente il tempo per applaudire.  Il lumino si ferma, lei si mette in piedi sopra il suo dorso di cera; la fiamma, curvandosi in avanti si ingrandisce. Lei cammina come in equilibrio su una palla, ogni tre tempi getta il piede destro contro l’orecchio destro e la mano sinistra contro l’orecchio sinistro, altri tre tempi e inverte, piede sinistro orecchio sinistro, mano destra orecchio destro. A un tratto si ferma: petto in fuori, mento alzato, dritta. Ha le braccia leggermente sollevate, le mani aperte, le sue dita ondeggiano come se si udisse il rullo dei tamburi, si accuccia leggermente e salta. Il lumino si impenna, la fiamma diventa un fuoco, poi un incendio fino a raggiungerne le sue punte dei piedi allungate, sospesa nel vuoto inizia a ballare una polka.

Accanto, un terzo frammento di specchio rivela una me stessa azzurrognola, a volte dai riflessi turchesi, a volte quasi perla. Tiene le mani sul bordo del lumino, Non rifugge il fuoco né lo ricerca, cavalca veloce, a tratti si ferma, quasi ad aspettare le altre, sembra conscia del gioco di luci che  loro cinque creano nello specchio rotto. Mentre aspetta si pettina i capelli castani con le dita smaltate di argento, oppure raccoglie una goccia di cera, attenta a non farsi scottare, se la passa sul corpo azzurro come una saponetta. Oppure cavalca sicura e il suo corpo si svela di un verde intenso.

La quarta cavallerizza ha dei seri problemi a cavalcare. Sembra dismetrica, perennemente indecisa sulla direzione da prendere. ‘E una cavallerizza totalmente bianca, dagli occhi sbarrati. Cambia perennemente posizione delle mani e dei piedi finendo per imbrattarsi di cera. Quando il suo lumino corre sembra che ne abbia perso il controllo ma, quando questo si ferma, lei lo aizza inutilmente. Calci, pugni, morsi, il lumino rimane fermo. Sono bianchi entrambi e, a volte, sono indistinguibili.

Il quinto frammento ospita una me stessa rosa, a volte rossa. Ha un seno enorme e una vagina sproporzionata. Più che cavalcare sembra accoppiarsi con il lumino.

Prendo i frammenti di specchio e li lancio in cinque direzioni diverse.

Urlo: Vorrei essere Dio per disperdere le genti, per poter far eruttare i vulcani e alzare i mari sopra le vostre città e invece sono soltanto un io che in questa realtà di nulla si è persa.

La precarietà oscilla sulla mia testa come una spada di Damocle. Un giorno la realtà mi chiederà indietro tutti i giorni che le ho sottratto. Anche il nulla ha un costo.

Sono in ginocchio e prego un Dio a cui non credo. Alzo gli occhi e vedo la spada di Damocle prima evocata. Il filo della lama luccica come lacrime. Voglio scappare ma non riesco a muovermi.

Ho chiamato la spada e questa è comparsa? In questo mondo di nulla io stessa creo i miei mostri? Volontà di potenza che chiede la sua stessa morte per potersi perpetuare.

Fine di me e prolungamento di me. Mi sembra di vedere gli occhi verdi della mia cavallerizza che mi guardano. Dove l’ho lanciata? Ho paura a distogliere lo sguardo dalla lama.

D’improvviso un colpo, sento qualcosa che mi stringe la gola e il petto. Cado all’indietro. Sento il peso di qualcuno che mi ha fatto cadere fuori dalla portata della lama. Sul viso sento pungere la lana grezza del suo vestito. Il corpo sopra di me si alza e mi trascina per il braccio destro. Io Lo seguo sempre guardando la spada. Allontanandomi la riesco a scorgere nella sua totalità: è immobile, enorme, sospesa nel vuoto. Ha una forma geometrica:  la lama è una semisfera attaccata a un trapezio allungato.

Non so chi mi sta trascinando e non voglio neanche saperlo, corro guardando all’indietro.

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