Informazioni su Arianna

Mi chiamo Arianna Musso. Sono laureata al DAMS di Bologna e diplomata alla Scuola D'Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano. Amministratrice della società di servizi per la Stampa 3D: ASTRATI SRL di Genova.

Sciocchezze, ore 4:59

Scrivere

è come il sale

Non serve a nulla

Forse fa male

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LA RANA E LO SCORPIONE- ovvero della crocerossina.

immagine presa da internet

Sabbia in tasca e fuga. Due costanti insieme alla nebbia, l’umidità e la solitudine. Sarà che mi sto’ abituando al nulla ma oggi sono quasi felice. Il movimento fisico e l’illusione di avere uno scopo deve aver messo in moto una certa quantità di endorfine. Riesco quasi a riconoscere le diverse gradazioni di grigio nel cielo. Non sarà come un tramonto sul mare con le tonalità del rosa ma tutto ha un suo fascino, basta saperlo vedere. I fiori secchi su cui i ragni hanno annodato sottili ragnatele ricordano delle decorazioni natalizie, sopratutto al mattino quando sono ancora imperlate di brina. Altre ragnatele sono ricoperte da una spessa muffa bianca, ne trovo una con tanto di grosso ragno morto, una tarantola imbiancata. Questa muffa ricorda la neve spray con cui a volte si imbiancano  gli alberi di Natale.

Con questo umore inspiegabilmente giulivo mi accosto a un nuovo laghetto semi-ghiacciato. Sulla riva incontro uno scorpione meditabondo, mi fermo a debita distanza.

-Cosa c’è che non va in me?

Mi domanda lo scorpione.

– Io voglio essere collaborativo, entusiasta, costruttivo, realista ma anche sognatore, voglio vestirmi bene ma senza essere formale, voglio guadagnare ed essere vincente senza però essere schiavo del denaro e delle apparenze.

Questo scorpione è infelice e si tortura le chele, ha già fatto strazio dell’erba che gli è accanto. Mi siedo e raccolgo le ginocchia tra le braccia.

– Vedi, neanche vuoi starmi vicino, cosa ti ho fatto? Mi conosci? Ti ho mai fatto del male?

– No.

Gli dico, ed è vero. – Non mi ha mai fatto del male, è la prima volta che lo vedo in vita mia.

– Perché allora non ti siedi vicino a me? Io cerco di essere gentile, servizievole, altruista. Sempre sorridente, mai negativo.

– Ma la tua coda contiene veleno.

Lo scorpione si alza sulle zampe dietro e diventa rosso, il pigidio attaccato alla coda inizia a tremargli puntandomi pericolosamente. Io poggio lentamente le mani a terra pronta ad alzarmi, rimango in attesa vigile.

-Non voglio dire che tu lo userai contro di me, voglio dire che c’è e io non posso non tenerlo in conto. Sarebbe stupido da parte mia, non credi?

-Ma io non ti farei mai del male. Tu sei diversa. Tu lo sai che io sono bravo e mi apprezzi per questo. Tu non sei come quella stronza della rana che mi ha chiesto di cambiare e poi se ne è andata.

Noto che quella che io che credevo fosse erba in realtà sono piccole ossa di rana spezzate, in parte sono coperte da muffe gialle.

-La rana mi ha detto: voglio essere tua amica e io l’ho amata. Nessun animale ha mai voluto essere mio amico.

-Neanche altri scorpioni?

Chiedo prudentemente.

– Gli scorpioni sono animali falsi e cattivi.

Mi risponde lui sibilando.

-La rana, dopo essersi proposta come amica ha iniziato a mettere delle condizioni: “Devi cambiare” mi diceva “Devi farlo per me, perché io ti amo.” E io la seguivo ovunque andasse, mi trasportava, se dovevo attraversare il lago. Ero la sua ombra. Una rana con un ombra di scorpione.

Una rana con un ombra di scorpione? Mi ripeto tra me e me, non è una bella immagine e questo scorpione è incredibilmente grosso, è nero con alcune striature rosso sangue. Gli occhi sono tristi, neri e lisci. Mi guardano e lentamente si avvicina.

-Vuoi essere mia amica?

Mi dice in un filo di voce, guardandomi dal basso verso l’alto.

-Mi accompagni dall’altra parte del lago? Io sono tuo amico.

Gli sorrido, non ho voglia di morire oggi e forse neanche domani.

-La rana mi diceva: “Voglio aiutarti, con me sarà tutto diverso. Con me tu sarai giusto.” E io l’amavo e volevo essere come lei mi voleva. “Salta”, mi diceva, “salta perché tutti i giusti saltano.” E io provavo a saltare con le mie sei zampe magre, il mio sproporzionato pungiglione, e i miei due piedipalpi. Dice lo scorpione accarezzandosi dolcemente le tenaglie.

– Io urlavo quando atterravo, il mio carapace rimbombava, i miei peli sensoriali bruciavano. “Devi saltare più in alto.” Mi sussurrava  la mia amata e spiccava un salto alto e flessuoso contro la luce del sole. E io saltavo e ricadevo sui miei cinque occhi laterali.

– “Gracida,” mi ordinava la mia amata, “gracida, tutti i giusti gracidano.” E intonava una dolce canzone che parlava di amore e sacrificio, di dolce perdita del sé. “Mi annullo in te, mio amato.”  Gracidava. “Soffro per te e voglio salvarti.” E io aprivo le mie fauci ma non usciva nessun suono, provavo a soffiare dentro i cheliceri, come una cicala che strofina le zampe invece di cantare, ma ancora nulla.

– “Perché non canti? Perché non salti? Non ti sforzi abbastanza? Non mi ami abbastanza?” Mi ripeteva la mia amata con gli occhi umidi e io allora soffiavo più forte dentro i miei cheliceri che contornano la mia bocca vuota.

– Mangiavo mosche, perché è quello che mangiano le rane, e grilli e larve ma io non avevo più fame. Lei si gonfiava e si sgonfiava alla luce della luna, la sua pelle era liscia e lucida, morbida, invitante. “Salta, gracida!” Guardare quella pelle… Il pigidio mi si rizzava sopra la testa e la seguiva ovunque essa andasse. Io mi vergognavo e cercavo di nascondere il mio pungiglione malvagio. Quando lei cantava e si gonfiava e si sgonfiava i dodici segmenti del mio addome si srotolava sotto il mio pigidio irto e duro.

– “Andiamo a fare una gita sul lago, amore mio?” Mi chiese un giorno.

– No, risposi. No, non posso salire su quella tua pelle liscia e morbida che si alza e si abbassa, che si gonfia e si sgonfia.

– E lei ha iniziato a vomitare crudeltà con quella sua lingua lunga e lunga, non finiva più quella lingua e io ad un tratto non la ascoltavo più e vedevo quella lingua attorno al mio pigidio. -Malvagio, crudele!- e questo spruzzava veleno e lei lo leccava -quella lingua, Dio quella lingua, quanto era lunga quella lingua.-

Io l’amavo! – Urla lo scorpione e trema, un tamburello che suona, sbatte tutti i suoi piattini di metallo assieme così lo scorpione si erge sui suoi piedipalpi dondolando il pigidio gonfio sul suo capo.

È scesa la notte, io mi sono prudentemente allontanata, il corpo dello scorpione riluce, sfosforescente nella notte.

– E lei mi disse: “sali su me.” E io non volevo ma non volevo neanche contraddirla -e rivedere quella lingua sbattere, Dio quella lingua!- . E io salii, salii su di lei, lei morbida, su di lei bagnata, calda e viscida, salii su di lei e trattenni il fiato per non sentirne l’odore invitante e muschioso. E lei nuotava nel lago e lei stava attenta che non mi si bagnassero le zampe perché mi amava e poi ad un tratto una mosca -maledetta mosca!- mi si è posata sulla schiena e lei -lei così bella, così verde, così bagnata- ha schioccato la sua lunga lingua -leccava, leccava- E io ho visto quella lingua danzare dentro i miei dodici occhi, entrare e uscire dal mio campo visivo. Entrare e uscire e poi il mio pigidio, gonfio di veleno, l’ha penetrata. Entrare e uscire e ancora e ancora. Anima mia, io volevo essere come tu mi volevi, io volevo essere un giusto ma la tua lingua -quella lingua, Dio, quella lingua!

Il canto di dolore dello scorpione è cupo, lui luna che si specchia in un lago nero. Entro dentro un boschetto, cammino e ancora sento il suo lamento. Forse è solo suggestione ma mi sembra che abbia iniziato a battere le ossicini della rana gli uni contro gli altri. Mi vengono i brividi e non solo per il freddo. Una rana con un ombra di scorpione. Cerco di salire su un albero mezzo accasciato, abbattuto da un veleno invisibile che ha bruciato la terra tutt’intorno. Non ho voglia di dormire per terra questa notte.

GIOCO D’AZZARDO O LA LOTTERIA

Fortuna_or_Fortune-Non ti voglio guardare.

E’ la prima cosa che dico dopo che la nebbia ci ha di nuovo avvolto.

-Non ti voglio guardare perché ho paura. Io sono in fuga, questo ormai penso che sia chiaro ai miei lettori che scrutano il mio nulla comodamente sdraiati a letto.

Sto scappando da un sogno irrealizzato, forse dal sogno irrealizzato di una intera generazione di imbecilli. Il nostro sogno era la libertà accompagnata dalla certezza, la volontà del poter essere unita all’accettazione incondizionata, il tutto e subito insomma.

-Scommetti?

Il mio salvatore è solo un ombra nella nebbia, un grosso cappello gli copre gli occhi, sembra il protagonista del treno 9999 ma io non sembro Maia, con i miei vestiti grigi informi e i capelli appiccicati alla testa dall’umidità.

-Su cosa?

Mentre lo dico so che è irrilevante visto che non ho più niente, neanche un credo politico. Ho perso tutto entrando in questo nulla.

-Che riesci a fare dieci passi in avanti? Se ci riesci ti dò un punto.

La sua voce è squillante, come quella di un bambino.

– Un punto per cosa?

Il nanerottolo fa un movimento di impazienza sotto il mantello di lana.

– Guarda che scade la promozione.

Mi guardo intorno, la nebbia è sospesa sopra le nostre teste. Poso lo sguardo sul nano, ha una palla di luce rossa in mano che lampeggia, la nasconde di nuovo sotto la palandrana.

– Può essere tua se vuoi.

La sua voce acuta mi ferisce le orecchie. Ma che cosa vuole questo da me? Involontariamente inizio a fare dieci passi in avanti, alzando le gambe come i soldati quando fanno il passo dell’oca. Mi fermo al decimo e mi giro di scatto su me stessa. Se non ho nulla da fare posso anche vincere una palla luminosa rossa.

-Brava, ecco un punto.

Il nano mi ha seguito a piccoli passi e la nostra distanza non è diminuita durante il tragitto. Mi allunga un foglio ingiallito su cui ci è scritto a caratteri infantili: un punto.

– Scommetti che riesci a fare trenta salti?

Inizio a saltare, non ho niente da perdere, posso anche saltare.

– Più in alto.

E io salto più in alto, quasi a voler toccare la nebbia. Ventinove, trenta. Ho il fiatone,  sento il sangue fluire al cervello come non mi accadeva da giorni.

– Brava, ecco due punti.

E dal mantello sdrucito tira fuori un altro foglio su cui c’è scritto: due punti.

Sono felice, da che non avevo più nulla ora ho ben tre punti testimoniati da due foglietti ingialliti. Tre punti, non so bene a che cosa servano a dire il vero ma non me ne preoccupo.

– Scommettiamo?

Sono qui che non aspetto altro, qualcuno che mi dica cosa devo fare, qualcuno a cui interessi la mia forza lavoro, fosse anche per delle scommesse in cui in ballo c’è una palla rossa con le luci ad intermittenza di nessuna utilità. Nel giro di un pomeriggio mi ritrovo a strisciare dentro un albero cavo, camminare sopra un tronco, appilare  settanta pietre piatte le une sulle altre, raccogliere trecento castagne. Totale punti: cinquanta. Ho le tasche piene di foglietti accuratamente piegati. Finisco il mio lavoro e vado a chiedere immediatamente nuove istruzioni accumulando fogli-punto. Mi sembra di essere ritornata a scuola con la maestra che mi dava i compiti: io o li risolvevo facendo l’allieva diligente; o mi sentivo in colpa per non averli fatti se facevo l’allieva svogliata.

La felpa è piena di castagne con tanto di gusci spinosi, li dispongo ai suoi piedi contandoli quando, da un cespuglio, esce un uomo. Un altro uomo: ha un gessato blu elettrico di paillittes che stona con l’ambiente circostante, i suoi capelli sono disegnati con una matita da trucco sul cranio pelato.

-Scommettiamo?

La sua voce è suadente e i suoi modi ampi e legnosi, fa roteare un bastoncino luminoso verde tra le dita affusolate che subito scompare nella sua manica.

-Cosa?

Mi allontano dal nano col cappello facendo cadere le castagne a terra. Il nano mi trattiene prendendomi il braccio, così facendo mi conficca un riccio di castagna nella carne, provo a divincolarmi ma la sua stretta aumenta. Minaccia di togliermi tutti i punti accumulati finora, l’angoscia mi stringe la gola, controllo con la mano libera di avere ancora i miei punti. L’uomo alto intercetta la mia mano, con fare deciso se la porta alla bocca baciandola. Il nano stringe ancora più forte il braccio con il riccio incastrato. Di scatto riesco a ritirare entrambe le braccia e a fare un passo indietro. Il nano col palandrano e l’uomo col gessato si guardano: uno stringe un braccio fuggito e l’altro bacia una mano scappata. Indietreggio fissando i loro sguardi immoti. Scappo nuovamente e, mentre corro, infilo le mani nelle tasche. I punti tanto faticosamente raccolti si stanno decomponendo nella solita sabbia fine.