LA RANA E LO SCORPIONE- ovvero della crocerossina.

immagine presa da internet

Sabbia in tasca e fuga. Due costanti insieme alla nebbia, l’umidità e la solitudine. Sarà che mi sto’ abituando al nulla ma oggi sono quasi felice. Il movimento fisico e l’illusione di avere uno scopo deve aver messo in moto una certa quantità di endorfine. Riesco quasi a riconoscere le diverse gradazioni di grigio nel cielo. Non sarà come un tramonto sul mare con le tonalità del rosa ma tutto ha un suo fascino, basta saperlo vedere. I fiori secchi su cui i ragni hanno annodato sottili ragnatele ricordano delle decorazioni natalizie, sopratutto al mattino quando sono ancora imperlate di brina. Altre ragnatele sono ricoperte da una spessa muffa bianca, ne trovo una con tanto di grosso ragno morto, una tarantola imbiancata. Questa muffa ricorda la neve spray con cui a volte si imbiancano  gli alberi di Natale.

Con questo umore inspiegabilmente giulivo mi accosto a un nuovo laghetto semi-ghiacciato. Sulla riva incontro uno scorpione meditabondo, mi fermo a debita distanza.

-Cosa c’è che non va in me?

Mi domanda lo scorpione.

– Io voglio essere collaborativo, entusiasta, costruttivo, realista ma anche sognatore, voglio vestirmi bene ma senza essere formale, voglio guadagnare ed essere vincente senza però essere schiavo del denaro e delle apparenze.

Questo scorpione è infelice e si tortura le chele, ha già fatto strazio dell’erba che gli è accanto. Mi siedo e raccolgo le ginocchia tra le braccia.

– Vedi, neanche vuoi starmi vicino, cosa ti ho fatto? Mi conosci? Ti ho mai fatto del male?

– No.

Gli dico, ed è vero. – Non mi ha mai fatto del male, è la prima volta che lo vedo in vita mia.

– Perché allora non ti siedi vicino a me? Io cerco di essere gentile, servizievole, altruista. Sempre sorridente, mai negativo.

– Ma la tua coda contiene veleno.

Lo scorpione si alza sulle zampe dietro e diventa rosso, il pigidio attaccato alla coda inizia a tremargli puntandomi pericolosamente. Io poggio lentamente le mani a terra pronta ad alzarmi, rimango in attesa vigile.

-Non voglio dire che tu lo userai contro di me, voglio dire che c’è e io non posso non tenerlo in conto. Sarebbe stupido da parte mia, non credi?

-Ma io non ti farei mai del male. Tu sei diversa. Tu lo sai che io sono bravo e mi apprezzi per questo. Tu non sei come quella stronza della rana che mi ha chiesto di cambiare e poi se ne è andata.

Noto che quella che io che credevo fosse erba in realtà sono piccole ossa di rana spezzate, in parte sono coperte da muffe gialle.

-La rana mi ha detto: voglio essere tua amica e io l’ho amata. Nessun animale ha mai voluto essere mio amico.

-Neanche altri scorpioni?

Chiedo prudentemente.

– Gli scorpioni sono animali falsi e cattivi.

Mi risponde lui sibilando.

-La rana, dopo essersi proposta come amica ha iniziato a mettere delle condizioni: “Devi cambiare” mi diceva “Devi farlo per me, perché io ti amo.” E io la seguivo ovunque andasse, mi trasportava, se dovevo attraversare il lago. Ero la sua ombra. Una rana con un ombra di scorpione.

Una rana con un ombra di scorpione? Mi ripeto tra me e me, non è una bella immagine e questo scorpione è incredibilmente grosso, è nero con alcune striature rosso sangue. Gli occhi sono tristi, neri e lisci. Mi guardano e lentamente si avvicina.

-Vuoi essere mia amica?

Mi dice in un filo di voce, guardandomi dal basso verso l’alto.

-Mi accompagni dall’altra parte del lago? Io sono tuo amico.

Gli sorrido, non ho voglia di morire oggi e forse neanche domani.

-La rana mi diceva: “Voglio aiutarti, con me sarà tutto diverso. Con me tu sarai giusto.” E io l’amavo e volevo essere come lei mi voleva. “Salta”, mi diceva, “salta perché tutti i giusti saltano.” E io provavo a saltare con le mie sei zampe magre, il mio sproporzionato pungiglione, e i miei due piedipalpi. Dice lo scorpione accarezzandosi dolcemente le tenaglie.

– Io urlavo quando atterravo, il mio carapace rimbombava, i miei peli sensoriali bruciavano. “Devi saltare più in alto.” Mi sussurrava  la mia amata e spiccava un salto alto e flessuoso contro la luce del sole. E io saltavo e ricadevo sui miei cinque occhi laterali.

– “Gracida,” mi ordinava la mia amata, “gracida, tutti i giusti gracidano.” E intonava una dolce canzone che parlava di amore e sacrificio, di dolce perdita del sé. “Mi annullo in te, mio amato.”  Gracidava. “Soffro per te e voglio salvarti.” E io aprivo le mie fauci ma non usciva nessun suono, provavo a soffiare dentro i cheliceri, come una cicala che strofina le zampe invece di cantare, ma ancora nulla.

– “Perché non canti? Perché non salti? Non ti sforzi abbastanza? Non mi ami abbastanza?” Mi ripeteva la mia amata con gli occhi umidi e io allora soffiavo più forte dentro i miei cheliceri che contornano la mia bocca vuota.

– Mangiavo mosche, perché è quello che mangiano le rane, e grilli e larve ma io non avevo più fame. Lei si gonfiava e si sgonfiava alla luce della luna, la sua pelle era liscia e lucida, morbida, invitante. “Salta, gracida!” Guardare quella pelle… Il pigidio mi si rizzava sopra la testa e la seguiva ovunque essa andasse. Io mi vergognavo e cercavo di nascondere il mio pungiglione malvagio. Quando lei cantava e si gonfiava e si sgonfiava i dodici segmenti del mio addome si srotolava sotto il mio pigidio irto e duro.

– “Andiamo a fare una gita sul lago, amore mio?” Mi chiese un giorno.

– No, risposi. No, non posso salire su quella tua pelle liscia e morbida che si alza e si abbassa, che si gonfia e si sgonfia.

– E lei ha iniziato a vomitare crudeltà con quella sua lingua lunga e lunga, non finiva più quella lingua e io ad un tratto non la ascoltavo più e vedevo quella lingua attorno al mio pigidio. -Malvagio, crudele!- e questo spruzzava veleno e lei lo leccava -quella lingua, Dio quella lingua, quanto era lunga quella lingua.-

Io l’amavo! – Urla lo scorpione e trema, un tamburello che suona, sbatte tutti i suoi piattini di metallo assieme così lo scorpione si erge sui suoi piedipalpi dondolando il pigidio gonfio sul suo capo.

È scesa la notte, io mi sono prudentemente allontanata, il corpo dello scorpione riluce, sfosforescente nella notte.

– E lei mi disse: “sali su me.” E io non volevo ma non volevo neanche contraddirla -e rivedere quella lingua sbattere, Dio quella lingua!- . E io salii, salii su di lei, lei morbida, su di lei bagnata, calda e viscida, salii su di lei e trattenni il fiato per non sentirne l’odore invitante e muschioso. E lei nuotava nel lago e lei stava attenta che non mi si bagnassero le zampe perché mi amava e poi ad un tratto una mosca -maledetta mosca!- mi si è posata sulla schiena e lei -lei così bella, così verde, così bagnata- ha schioccato la sua lunga lingua -leccava, leccava- E io ho visto quella lingua danzare dentro i miei dodici occhi, entrare e uscire dal mio campo visivo. Entrare e uscire e poi il mio pigidio, gonfio di veleno, l’ha penetrata. Entrare e uscire e ancora e ancora. Anima mia, io volevo essere come tu mi volevi, io volevo essere un giusto ma la tua lingua -quella lingua, Dio, quella lingua!

Il canto di dolore dello scorpione è cupo, lui luna che si specchia in un lago nero. Entro dentro un boschetto, cammino e ancora sento il suo lamento. Forse è solo suggestione ma mi sembra che abbia iniziato a battere le ossicini della rana gli uni contro gli altri. Mi vengono i brividi e non solo per il freddo. Una rana con un ombra di scorpione. Cerco di salire su un albero mezzo accasciato, abbattuto da un veleno invisibile che ha bruciato la terra tutt’intorno. Non ho voglia di dormire per terra questa notte.

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GIOCO D’AZZARDO O LA LOTTERIA

Fortuna_or_Fortune-Non ti voglio guardare.

E’ la prima cosa che dico dopo che la nebbia ci ha di nuovo avvolto.

-Non ti voglio guardare perché ho paura. Io sono in fuga, questo ormai penso che sia chiaro ai miei lettori che scrutano il mio nulla comodamente sdraiati a letto.

Sto scappando da un sogno irrealizzato, forse dal sogno irrealizzato di una intera generazione di imbecilli. Il nostro sogno era la libertà accompagnata dalla certezza, la volontà del poter essere unita all’accettazione incondizionata, il tutto e subito insomma.

-Scommetti?

Il mio salvatore è solo un ombra nella nebbia, un grosso cappello gli copre gli occhi, sembra il protagonista del treno 9999 ma io non sembro Maia, con i miei vestiti grigi informi e i capelli appiccicati alla testa dall’umidità.

-Su cosa?

Mentre lo dico so che è irrilevante visto che non ho più niente, neanche un credo politico. Ho perso tutto entrando in questo nulla.

-Che riesci a fare dieci passi in avanti? Se ci riesci ti dò un punto.

La sua voce è squillante, come quella di un bambino.

– Un punto per cosa?

Il nanerottolo fa un movimento di impazienza sotto il mantello di lana.

– Guarda che scade la promozione.

Mi guardo intorno, la nebbia è sospesa sopra le nostre teste. Poso lo sguardo sul nano, ha una palla di luce rossa in mano che lampeggia, la nasconde di nuovo sotto la palandrana.

– Può essere tua se vuoi.

La sua voce acuta mi ferisce le orecchie. Ma che cosa vuole questo da me? Involontariamente inizio a fare dieci passi in avanti, alzando le gambe come i soldati quando fanno il passo dell’oca. Mi fermo al decimo e mi giro di scatto su me stessa. Se non ho nulla da fare posso anche vincere una palla luminosa rossa.

-Brava, ecco un punto.

Il nano mi ha seguito a piccoli passi e la nostra distanza non è diminuita durante il tragitto. Mi allunga un foglio ingiallito su cui ci è scritto a caratteri infantili: un punto.

– Scommetti che riesci a fare trenta salti?

Inizio a saltare, non ho niente da perdere, posso anche saltare.

– Più in alto.

E io salto più in alto, quasi a voler toccare la nebbia. Ventinove, trenta. Ho il fiatone,  sento il sangue fluire al cervello come non mi accadeva da giorni.

– Brava, ecco due punti.

E dal mantello sdrucito tira fuori un altro foglio su cui c’è scritto: due punti.

Sono felice, da che non avevo più nulla ora ho ben tre punti testimoniati da due foglietti ingialliti. Tre punti, non so bene a che cosa servano a dire il vero ma non me ne preoccupo.

– Scommettiamo?

Sono qui che non aspetto altro, qualcuno che mi dica cosa devo fare, qualcuno a cui interessi la mia forza lavoro, fosse anche per delle scommesse in cui in ballo c’è una palla rossa con le luci ad intermittenza di nessuna utilità. Nel giro di un pomeriggio mi ritrovo a strisciare dentro un albero cavo, camminare sopra un tronco, appilare  settanta pietre piatte le une sulle altre, raccogliere trecento castagne. Totale punti: cinquanta. Ho le tasche piene di foglietti accuratamente piegati. Finisco il mio lavoro e vado a chiedere immediatamente nuove istruzioni accumulando fogli-punto. Mi sembra di essere ritornata a scuola con la maestra che mi dava i compiti: io o li risolvevo facendo l’allieva diligente; o mi sentivo in colpa per non averli fatti se facevo l’allieva svogliata.

La felpa è piena di castagne con tanto di gusci spinosi, li dispongo ai suoi piedi contandoli quando, da un cespuglio, esce un uomo. Un altro uomo: ha un gessato blu elettrico di paillittes che stona con l’ambiente circostante, i suoi capelli sono disegnati con una matita da trucco sul cranio pelato.

-Scommettiamo?

La sua voce è suadente e i suoi modi ampi e legnosi, fa roteare un bastoncino luminoso verde tra le dita affusolate che subito scompare nella sua manica.

-Cosa?

Mi allontano dal nano col cappello facendo cadere le castagne a terra. Il nano mi trattiene prendendomi il braccio, così facendo mi conficca un riccio di castagna nella carne, provo a divincolarmi ma la sua stretta aumenta. Minaccia di togliermi tutti i punti accumulati finora, l’angoscia mi stringe la gola, controllo con la mano libera di avere ancora i miei punti. L’uomo alto intercetta la mia mano, con fare deciso se la porta alla bocca baciandola. Il nano stringe ancora più forte il braccio con il riccio incastrato. Di scatto riesco a ritirare entrambe le braccia e a fare un passo indietro. Il nano col palandrano e l’uomo col gessato si guardano: uno stringe un braccio fuggito e l’altro bacia una mano scappata. Indietreggio fissando i loro sguardi immoti. Scappo nuovamente e, mentre corro, infilo le mani nelle tasche. I punti tanto faticosamente raccolti si stanno decomponendo nella solita sabbia fine.

LO SPECCHIO E LE CAVALLERIZZE DI LUMINI

Damocle

Damocle

In questo nulla il tempo è fasullo, giorni che durano mesi e notti che sono degli istanti. O notti la cui luna non tramonta mai, apro gli occhi venti volte e lei è ancora lì. Passano settimane senza che il sole si decida a sorgere. Spesso faccio finta di dormire, mi accoccolo su me stessa e rallento il respiro fino a farlo diventare quasi immobile, neanche le zanzare si accorgono che sono viva.  Ma ci riesco solo di giorno, di notte i muscoli si muovono da soli, non riesco a controllarli e più mi muovo più il respiro diventa affannoso, l’aria si fa densa e mi invade i polmoni facendomi affogare, mi corrode dall’interno come un acido e pian piano invade altre parti del mio corpo come lo stomaco.

Forse è stato solo un’illusione l’essere scappata alla madre-ragno. Una goccia del suo acido deve essere entrata dentro me e ora mi sta sciogliendo lentamente atomo per atomo.

Una pelle di donna vuota che si aggira per questa landa vuota. Sono sola anche se a volte credo che ci siano altri uomini e altre donne che vaghino sole.  Mi sono persa. Mi fermo. Ai miei piedi giace uno specchio rotto. Guardo dentro e la mia immagine si rompe in cinque me stesse differenti. Mi allontano. Si specchiano il sole bianco, il cielo grigio. Mi riavvicino. Cinque piccole me, nude, ognuna di un colore differente è a cavalcioni di un lumino da morto. La fiamma è accesa in tutti e cinque i frammenti ma le cavallerizze non sembrano scottarsi. Nonostante la luce dei lumini esse sono avvolte nel buio, un buio che non c’è attorno a me, in questo nulla persino la notte è grigia, infestata dai fuochi fatui.

Le cavallerizze volano e cambiando direzione creano delle danze, a volte a sincrono a volte in di-sicronia.  Una cavallerizza è viola, i capelli sono neri e tirati in una lunga coda alta, le vene verdi risaltano quasi iridescenti. Tiene le mani direttamente sullo stoppino del lumino e compare e scompare nel fuoco. Cavalca come se avesse fretta di andare da qualche parte, poi si ferma bruscamente e contiene il fuoco della sua candela fino a quasi spegnerla, ci si accascia e rimane immobile, scompare nel buio del suo frammento di specchio per poi riaprirsi e riprendere la sua cavalcata furiosa. A volte sembra incastrata nello specchio e sbatte con i limiti del suo frammento, altre volte corre come se lo spazio non dovesse mai esaurirsi.

A fianco una cavallerizza arancione sta’ in sella al suo lumino come una ballerina di un circo. Il lumino corre nel suo frammento ad un ritmo regolare, agile, leggero mentre lei salta, volteggia, atterra su un solo piede; l’altro in area, le mani a cestino unite sopra la testa; i capelli rossi sono raccolti a chignon. ‘E incredibilmente snodata per essere una me stessa; a volte sembra che cada e più che una ballerina ricorda un pagliaccio, ogni movimento è accompagnato da un leggero stop come a lasciare  a un pubblico inesistente il tempo per applaudire.  Il lumino si ferma, lei si mette in piedi sopra il suo dorso di cera; la fiamma, curvandosi in avanti si ingrandisce. Lei cammina come in equilibrio su una palla, ogni tre tempi getta il piede destro contro l’orecchio destro e la mano sinistra contro l’orecchio sinistro, altri tre tempi e inverte, piede sinistro orecchio sinistro, mano destra orecchio destro. A un tratto si ferma: petto in fuori, mento alzato, dritta. Ha le braccia leggermente sollevate, le mani aperte, le sue dita ondeggiano come se si udisse il rullo dei tamburi, si accuccia leggermente e salta. Il lumino si impenna, la fiamma diventa un fuoco, poi un incendio fino a raggiungerne le sue punte dei piedi allungate, sospesa nel vuoto inizia a ballare una polka.

Accanto, un terzo frammento di specchio rivela una me stessa azzurrognola, a volte dai riflessi turchesi, a volte quasi perla. Tiene le mani sul bordo del lumino, Non rifugge il fuoco né lo ricerca, cavalca veloce, a tratti si ferma, quasi ad aspettare le altre, sembra conscia del gioco di luci che  loro cinque creano nello specchio rotto. Mentre aspetta si pettina i capelli castani con le dita smaltate di argento, oppure raccoglie una goccia di cera, attenta a non farsi scottare, se la passa sul corpo azzurro come una saponetta. Oppure cavalca sicura e il suo corpo si svela di un verde intenso.

La quarta cavallerizza ha dei seri problemi a cavalcare. Sembra dismetrica, perennemente indecisa sulla direzione da prendere. ‘E una cavallerizza totalmente bianca, dagli occhi sbarrati. Cambia perennemente posizione delle mani e dei piedi finendo per imbrattarsi di cera. Quando il suo lumino corre sembra che ne abbia perso il controllo ma, quando questo si ferma, lei lo aizza inutilmente. Calci, pugni, morsi, il lumino rimane fermo. Sono bianchi entrambi e, a volte, sono indistinguibili.

Il quinto frammento ospita una me stessa rosa, a volte rossa. Ha un seno enorme e una vagina sproporzionata. Più che cavalcare sembra accoppiarsi con il lumino.

Prendo i frammenti di specchio e li lancio in cinque direzioni diverse.

Urlo: Vorrei essere Dio per disperdere le genti, per poter far eruttare i vulcani e alzare i mari sopra le vostre città e invece sono soltanto un io che in questa realtà di nulla si è persa.

La precarietà oscilla sulla mia testa come una spada di Damocle. Un giorno la realtà mi chiederà indietro tutti i giorni che le ho sottratto. Anche il nulla ha un costo.

Sono in ginocchio e prego un Dio a cui non credo. Alzo gli occhi e vedo la spada di Damocle prima evocata. Il filo della lama luccica come lacrime. Voglio scappare ma non riesco a muovermi.

Ho chiamato la spada e questa è comparsa? In questo mondo di nulla io stessa creo i miei mostri? Volontà di potenza che chiede la sua stessa morte per potersi perpetuare.

Fine di me e prolungamento di me. Mi sembra di vedere gli occhi verdi della mia cavallerizza che mi guardano. Dove l’ho lanciata? Ho paura a distogliere lo sguardo dalla lama.

D’improvviso un colpo, sento qualcosa che mi stringe la gola e il petto. Cado all’indietro. Sento il peso di qualcuno che mi ha fatto cadere fuori dalla portata della lama. Sul viso sento pungere la lana grezza del suo vestito. Il corpo sopra di me si alza e mi trascina per il braccio destro. Io Lo seguo sempre guardando la spada. Allontanandomi la riesco a scorgere nella sua totalità: è immobile, enorme, sospesa nel vuoto. Ha una forma geometrica:  la lama è una semisfera attaccata a un trapezio allungato.

Non so chi mi sta trascinando e non voglio neanche saperlo, corro guardando all’indietro.

IL DIO RANA

300px-Rana_pipiens_complex01Un vento freddo mi alza il vestito e mi porta il gracidare di una rana. Il gracidio sembra venire da un punto argenteo distante parecchie centinaia metri, forse anche qualche chilometro. Mi incammino cercando la rana, sicuramente sarà qui da qualche parte, non è possibile che sia allo stagno, è troppo distante. Magari anche la rana si è perduta in questa nebbia. La solitudine inizia a pesare, come l’umidità che ormai ha ridotto le mie ossa a una poltiglia molliccia: se potessi pulirle dalla carne che ci è attaccata sfoggerebbero una muffa verde.

Non c’è sole e sotto i piedi sorridono gli insetti aspettando la pioggia che li annegherà.

Il gracidio della rana si ode solo quando arriva il vento, come  un postino. Per quanto cerchi di allungare il passo il laghetto è sempre distante e sta per scendere la notte.

Come faccio da qualche tempo mi accoccolo per terra stringendomi nel vestito, quasi a formare un bozzolo. Cerco di tirare dentro più corpo possibile così da recuperare il calore, le maniche del vestito penzolano vuote. Sono sicura che non ci sia nessun essere umano in questa terra del nulla.  Persino la testa l’ho ritirata nel colletto del vestito. Nella notte ascolto il battito d’ali delle falene, sembrano allegre, felici.

Tiro fuori un occhio da sotto il mio nascondiglio portatile. Vorrei sapere il perché di tanta felicità tra le nebbie ma le falene sono già scomparse.

All’alba mi alzo, il sole è talmente pallido che la differenza tra il giorno e la notte si intuisce ma non si vede. Riacquisto la mia forma umana e mi incammino verso lo stagno. A ben guardare sembra che tutta la vita terrestre e aerea si stia dirigendo lì.  Odo una parola che aleggia nell’aria pesante: Dio.

La frenesia degli abitanti di questo limbo contrasta con i colori e il vapore in cui vivono. Questa distanza tra il grigio del nulla e l’atteggiamento allegro degli insetti mi fa diventare cattiva e vorrei compiere una strage di formiche. Alzo il piede ma vedendole camminare in fila, così ordinate che sembrano indossare il vestito buono, mi trattengo. Una mosca mi si posa sull’orecchio e sussurra: cosa porti in dono a Dio?

Vorrei cacciarla  e mi sventolo l’orecchio con la mano ma questa ritorna importunandomi con la sua domanda: cosa porti in dono a Dio?

Cosa porto in dono a Dio?

Come spinta da questi insetti trepidanti anche io inizio a correre.

Cosa porto in dono a Dio? Non ho niente, se non una vita che mi scivola tra le mani come sabbia, subisco la realtà come un’attesa ineluttabile, la gioia sono amnesie, un’effetto collaterale. Cosa porto in dono a Dio?

Dio: una grande luce, bianca, accecante, che mi scioglierà la pelle, la carne, i nervi, farà evaporare il mio sangue per accogliermi, per fondermi. Non più sola in questa terra pallida e fredda. C’è la mosca/messaggera, ci sono gli insetti/pellegrini. Corro. Il fiato corto. Sprofondo con i piedi nel fango. Continuo comunque a correre, a fatica. I miei movimenti diventano sempre più larghi e scomposti ma il fruscio di ali dei coleotteri mi sostiene: tutti andiamo verso di Lui. E non mi sento più sola, ultima donna in questa terra nebulosa. La nebbia si alza dall’acqua stagnante. L’odore delle piante putrefatte pizzica nelle narici, Io corro seguendo i coleotteri che presto spariscono nel grigio. La mosca curiosa continua a seguirmi ma ora mi pare di sentirla cantare, ha la voce di un violino. Compagna, compagna mosca, anche tu figlia di Dio. Il mio cuore fluttua nella cassa toracica. Sorella mosca, canta che Lui ci ama.

Uno schiocco mi fa fermare. Una gamba alzata, l’altra nel fango. Dal grigio è uscita una lunga e sottile lingua prensile, si è attaccata alla mia guancia spiaccicando sorella mosca, la sento dibattersi flebilmente. La lingua scivola tagliente sulla guancia, mi lascia un velo di bava pruriginosa portandosi via sorella mosca ormai muta. La lingua è scomparsa. Corro in avanti, per quel che riesco lottando contro il fango. Dopo due cadute rovinose giungo al bordo dello stagno. L’acqua mi arriva già fino all’inguine. Mi fermo, o meglio vorrei fermarmi ma non ci riesco, continuo ad affondare. Cado all’indietro e a quattro zampe riesco a raggiungere un tronco divelto che giace nel pantano. Ci salgo sopra. Ho freddo e la guancia brucia a contatto con il fango e con il sudore. Quella lingua assassina ritorna e punta verso di me. Riesco ad alzare il braccio per proteggere la faccia, la lingua vi si attorciglia e mi trascina in acqua. Mi aggrappo a un moncone di tronco. Mi si spella il palmo della mano. Stringo le gambe a cavalcioni dell’albero morto. Resisto quasi senza rendermene conto, è l’istinto di sopravvivenza che si è liberato. Il bruciore alla guancia ha lasciato spazio a un intorpidimento della parte, mi si sta addormentando il labbro superiore. La mano sinistra inizia a farmi male quando un nuvolo di moscerini arriva danzando, mi sorpassano e la lingua si scioglie dal mio braccio e, compiendo una curva, si porta via qualche decina di moscerini. Indietreggio velocemente, sempre seduta, facendo leva sulle mani e aiutandomi con le gambe, guardo il punto lattiginoso dove è scomparsa la lingua. Scendo dal tronco e continuo a indietreggiare, facendo passi leggeri sul fango affondo meno. I moscerini continuano a danzare. Sono abbastanza distante per voltarmi. Sento un sibilo e faccio a tempo a girarmi e a vedere la lingua che ritorna all’attacco. Mi scosto. La lingua compie una curva ma riesco a evitarla comunque. Vedo un cespuglio secco pieno di spine. Mi ci butto vicina, lo metto tra me e la lingua. Me lo lascio alle spalle e corro, una direzione vale l’altra e almeno ho le spalle coperte. Cosa ho portato in dono a Dio? La mia paura.

Parole dal nulla- ICARO

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Incontro Icaro quasi per caso, mi stavo addentrando nelle sabbie mobili  di una grande depressione. Un avvallamento delle terre del nulla che raduna le acque piovane e le nubi che si trovano incastrate tra pareti di terra e non riescono più a uscire. Sotto i miei piedi fluisce un magma di vita moribonda che si ingloba alla mia gamba. Alzare il piede è come alzare l’intera crosta terrestre. Mi dimentico come al solito di respirare, distratta dal magma che inevitabilmente alzo e che mi rimane attaccato al piede. Sento il sangue che mi scorre nelle arterie che diventa sempre più scuro. Il vapore acqueo si condensa nei miei condotti lacrimali, so che se piango ora l’intero corpo si trasformerà in lacrime e anche io sarò acqua in questa valle. Quindi mi trattengo. Ma sento la pressione aumentare, cerco di allentarla concentrandomi sul respiro. So che non posso far scendere la pressione ma almeno cerco di non farla salire. Il livello “rischio di esplosione” è già stato superato. Cammino concentrandomi su piccole cose. Un ramoscello spezzato, una foglia. Cerco di spezzettare la realtà in più parti possibile. Mi fermo, alzo gli occhi. Davanti a me che sprofondo un nido giace su un ramo rinsecchito, dentro c’è un ragazzo dal naso aquilino e un paio di ali cucite sulla schiena nuda. Mi guarda e noto un sottile sorriso sotto il naso tagliente. Le ali sono fatte di piume bianche impastate a cera, per il resto è nudo. Lo saluto ma non mi risponde. Mi trascino sotto il tronco e l’uccello umano trema. Mi sembra di intravedere una goccia di saliva che pende dalla bocca chiusa. Mi fermo e affondo nella melma.

-Chi sei? Chiedo.

Non risponde ma noto un vibrare di ali. Il magma mi arriva alle ginocchia. Gli guardo gli occhi, sono vuoti, piccole pupille spente in un mare di bianco. Ho una intuizione e svengo, il fango mi bagna la guancia sinistra e un po’ finisce dentro la bocca ma resto immobile. Il fango inizia a entrarmi nelle narici e cerco di trattenere  il respiro. Ancora. Più di così è la fine. Finalmente arriva, spazzino di anime erranti, mi tira su per la schiena e mi trascina fuori dalla valle, volando a stento, a bassa quota. Saltando tra le rocce per darsi lo slancio.  Mi lascia in mezzo al nulla. Mi apre la veste con la bocca e mi annusa. Un becchino! Penso e mi alzo di colpo. Il volatile umano di istinto si allontana. Il suo nome è Icaro, schiavo del sole si nutre di bestie trovate nell’oscurità.

-Cosa cerchi, bestia, tra le mie carni? La vita? il tuo destino è il sole.

Mi guarda con i suoi occhi piccoli. Capocchie di spillo vigili e rapaci.

-Perché non voli? Perché ti nutri di carcasse? Non è questo il tuo destino.

Mi guarda e il suono della sua voce, dopo tanto silenzio, è un urlo inarticolato, un ululato che cerca di imitare i suoni umani.   Non lo capisco.

-Tu sei Icaro, Dedalo è tuo padre, inventore dei labirinti.

Mi guarda, la faccia istupidita dalla fame e dall’oscurità.

-Parla uomo. Continuo e lui non risponde.

-Sei figlio della complessità perché ti sei ridotto a mangiare carcasse? Sorge il sole, lontano, in quest’alba contornata da nebbie e lui istintivamente si lecca la cera che ancora non cola dalle sue ali posticce.

-Il sole è lontano, se tu non voli fino a lui le tue ali non si scioglieranno.

Non credo che mi capisca. I suoi movimenti sono governati dall’istinto della bestia. Non gli interesso più. Sono ancora viva. Lentamente apre le ali, ali posticce cucite con un filo grezzo che a tratti imputridisce dove le carni si ribellano. Spicca un volo sgraziato, corre su gambe troppo lunghe e pesanti per il volo ma dopo due tentativi prende quota. Vola basso, a volte lascia scivolare un piede a terra per darsi lo slancio. Una gallina deforme che cerca l’oscurità questo Icaro. In che razza di nulla sono capitata? Il sole freddo illumina i miei piedi raggrinziti dall’umidità. Quanto ancora devo viaggiare? Mi perdo nei colori dell’alba. Che confine c’è tra questo mondo e l’altro? E cerco di ricordarmi com’è l’altro mondo di cui parlo ma le sue ombre si fondono in un nulla senza uscita.

PASSEROTTI ovvero NON CE N’E’ PER TUTTI

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In questo deserto di polvere l’aria è fredda e densa, mi stringo ai miei vestiti diventati grigi per intonarsi all’ambiente circostante. Arrivo sotto un alto muro in cemento armato, l’intonaco è scrostato, una finestra rotonda dalle persiane serrate mostra un infisso rotto e gonfiato da una vecchia pioggia. Schiaccio qualcosa coi piedi che rischia di farmi cadere, è qualcosa di morbido. Mi avvicino e vedo che il qualcosa respira, è un passerotto che rantola al suolo. Mi chino e lo raccolgo, cerco dell’acqua ma non ne vedo. Trovo altri passerotti esamini o mezzi morenti nascosti dalla polvere. Sempre tenendo il passerotto in mano percorro il perimetro del muro alla ricerca di un po’ d’acqua. Il muro è una parete di una casa che ha perso le altre pareti nel deserto di polvere. Il retro del muro sono tre piani rivestiti da diverse carte da parati a motivi floreali che variano dal grigio e beige. Non c’è segno di vita se non questa carta da parati logorata dal vento. Trovo l’acqua in un piccolo ruscello che sgorga da una roccia, spruzzo un po’ d’acqua sul becco dell’uccello che apre ghi occhi.

-La colpa è della crisi.

Mi sussurra con gli occhi a mezz’asta.

– Prima si che si stava bene, avevamo tanto cibo da lasciarlo marcire a terra, non ci interessava da dove veniva né chi ce lo dava, noi ne avevamo in quantità e solo questo ci interessava. Non dovevamo neanche cercalo perché cadeva dall’alto, potevamo usare quel cibo per imparare a volare più in alto o formare nuove colonie ma non ci interessava essere dei cercatori o dei colonizzatori. Il cibo non serviva a quello, serviva solo a renderci felici ma noi non godevamo di questa felicità perché pensavamo che ci fosse dovuta: noi eravamo i passeri che vivevano sotto la finestra, quel cibo era nostro di diritto. Se qualche piccione passava vicino al nostro pascolo, allora si che ci riunivamo per cacciarlo.

– Le briciole sono le nostre, che si cerchi le briciole al paese suo, dicevamo. Poi un giorno il cibo ha smesso di cadere dalla tovaglia che mani a noi invisibili rovesciavano. I piccioni sono migrati e noi passerotti avevamo troppa paura di volare. Abbiamo saltellato per giorni aspettando che le nostre briciole scendessero dalla tovaglia ma la tovaglia giaceva immobile sul filo da stendere. Un giorno il vento se la portò via e noi constatammo con orrore che la  finestra era chiusa. Allora capimmo che non tutti possono vivere e qualcuno deve morire e chiudemmo gli occhi.

-Ma perché non cercaste di sopravvivere con i semi, oppure cercando altri pascoli? Chiedo ma il passerotto è già morto. Un corvo mi guarda e mi chiede:

– Ti spiace se lo mangio? A te non serve e io ho fame.

Depongo il passerotto su una roccia piatta vicino al ruscello. Il corvo gli vola accanto ed inizia a banchettare staccandogli per prima la testa, scopro così che il passerotto non era ancora morto.

– No, era troppo grasso per morire di inedia, sono dei terribili egoisti questi passerotti, per fortuna che la bontà della carne non è commisurata alla bontà d’animo altrimenti sai che cattivi pasti.

E così dicendo srotola l’intestino con il becco appuntito.

-Raccoglievano briciole e si sentivano dei padroni, quando le briciole hanno smesso di piovere hanno deciso che era inutile lottare. E se le briciole ricominciassero a cadere pensi che si comporterebbero diversamente? Pensi che le dividerebbero con i piccioni o troverebbero un modo diverso per costruire un futuro o un mondo migliore? No, si abbufferebbero disprezzando i piccioni e credendo che il cibo sia loro dovuto. Non sanno che la loro carestia è la nostra manna e la loro accidia la nostra fortuna.

E così dicendo il corvo vola via portandosi con sé la carcassa del passerotto accidioso. Chissà, se nessuno avesse sbattuto la tovaglia fuori da quella finestra magari i passerotti sarebbero ancora in vita? O forse sarebbero morti prima? Mi siedo sulla roccia, non riesco a non sentirmi vicino a questo passerotto, io che incolpo il cielo di avermi trasportato in questa terra vuota di cui non ricordo né come ci sono entrata né come posso uscirne. Sono consapevole che è un viaggio interiore ma non riesco a vederne la fine né il senso. La mia inattività è reale e tutto ciò che è concreto mi sembra inutile e privo di significato. Come un passerotto vivo delle briciole e come loro morirò quando smetteranno di cadere dall’alto? O forse è questa la realtà di tutti gli esseri viventi? Invidio il corvo e la sua fame.  Bevo un po’ dell’acqua per scuotermi, mi lavo la faccia e le braccia con l’acqua fredda, lavo anche la roccia dal sangue del passerotto e me ne vado.

Parole dal nulla. NINANANNE. La grande madre

Ho sonno,  questo vagare senza meta tra nebbie e terreni incolti mi appesantisce. So che sono nel pieno delle mie forze, sono giovane, oh quanto sono giovane, una ragazzina (?!) eppure mi trascino in queste lande desolate e perdo tempo, l’unico mio bene. Non riesco a decidere di fare nulla e quel poco che ho mi scivola tra le dita.  In realtà sono distratta, come se fosse primavera, come se potesse entrare la primavera in questa coltre lattiginosa. Avevo una meta? Cosa volevo fare? Perché sono venuta qui? In lontananza sento una nenia, la seguo fino a giungere a una grotta, sarebbe meglio dire un buco, potrebbe abitarci una volpe, vorrei infilarci la testa per vedere chi ci abita. Una gazza mi precede e mi supera, le penne della sua coda mi pizzicano il naso, poi cadono tutte assieme, attaccate a un corpo mozzato. Dal buco esce una testa di donna dal viso adunco, con la bocca aperta che litiga con la testa di gazza che le morde la lingua. Poi, per mettere fine a quel lugubre litigio, l’addenta. La testa  della donna è attaccata alla terra tramite i capelli, un polpo dai mille sottili tentacoli che la trascinano dentro il buco. I capelli sembrano fotosensibili mentre i suoi occhi mi guardano.Ha fame e io ero il suo pranzo. Non ha gradito la povera gazza le cui zampe ancora fremono vicino ai miei piedi. La testa di donna, dopo aver sputato il pezzo di volatile ed essersi massaggiata visibilmente la lingua tra le guance, riprende a cantare.

– Ninna nanna ninna oh,

Vieni bimba mia tesoro

Vieni qui dalla tua mamma

Che ti ama e ti consola
Ninna nanna ninna oh,che ti apprezza e ti adora.

Un castello le darò.

Le darò i miei sorrisi …       –

Continua a cantare e la mia stanchezza è diventata insopportabile.

Cosa ero venuta a fare qui? Perché devo continuare a camminare senza sapere cosa fare? La testa canta e la sua voce è familiare, vorrei potermi fidare di lei, vorrei potermi riposare nella sua piccola grotta, riscaldata dai suoi tanti e avvolgenti capelli. Sono neri, ondulati e partono a raggiera dal suo volto. Sono una coperta che lei mi rimboccherebbe tutte le sere, che mi abbraccerebbero stretta, stretta. Mi farebbero riposare, finalmente. Ma so che non è vero, anche se vorrei non saperlo. La sua bocca, baciandomi, inietterebbe  nel mio corpo un acido che scioglierebbe i miei organi lasciandomi un involucro di pelle. Un guanto di me stessa.   Devo andare avanti, anche se la voce è così assicurante, i suoi occhi così amorevoli. Se mi avvicinassi ancora potrei riposare, si, per un po’, per sempre. Mi dispiace doverla deludere ma mi congedo avvicinandole il resto della gazza. La grande madre però non apprezza, fa uno scatto in avanti cercando di afferrarmi il piede mezzo nascosto dal corpo di gazza. Mi tiro indietro cadendo rovinosamente su un cespuglio di more che urla dal dolore, io pure a dire la verità ma ho scampato un pericolo ben più grande che qualche spina nel sedere. La bocca dell’aracnide  vomita una sostanza marrone scura da cui schiocca, come una frusta, la lingua affilata. Nel rigurgito melmoso nuotano parole così cattive che i miei occhi non possono staccarsene. Vorrei avvicinarmi per poterle vedere meglio ma la lingua mi tiene a distanza. Il veleno di quelle parole mi gela il sangue, ho paura di muovermi per non rompere le vene. Leggo che non uscirò mai più da questa nebbia, leggo che la nebbia è la mia incapacità, leggo che sono troppo piccola per capire e troppo vecchia per imparare, leggo che secco tutte le piante che incontro, sia reali che metaforiche. Leggo che mi sono perduta per non dovermi riconoscere. Leggo che rifiuto il suo amore e che quindi nessun altro mi amerà. Leggo che sono donna e che dovrò stare a casa ad allevare i figli e tenere pulita la casa. Leggo che i miei figli mi odieranno. Leggo che l’ho delusa, che le ho spezzato il cuore e che ora sanguina.

Le lettere vengono assorbite dalla terra che diventa ancora più arida. La testa continua a contorcersi trascinata dai suoi capelli. Finalmente i capelli hanno la meglio e il voltoaquilino scompare nel buco. Del rigurgito rimane solo una bava giallognola che scivola sulla parola sanguina.  Con attenzione mi avvicino e la raccolgo, me la infilo in tasca e mi allontano. Le lettere tintinnano nella mia tasca, sembrano fatte di cristalli di sale. Dopo qualche metro mi fermo, metto la mano in tasca ma c’è solo un pugno di polvere e una g mezza rovinata. La lancio in mezzo a un cespuglio di miseria rivoltandomi le tasche. Infondo mi ha fatto piacere incontrarla, è sempre piacevole sentirsi amati, anche se da un aracnide mannaro che si finge una sirena. E così pensando mi allontano, scomparendo nella nebbia
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