RACCONTO DI NATALE 2009-ANNO DELLA LEGGE SUL REATO D’IMMIGRAZIONE IN ITALIA

 

madonna neraIl giorno in cui nacqui il sole frangeva sul bianco della stanza. Una corsa in ambulanza a sirene spiegate. L’infermiera in camice e zoccoli tiene la mano della mia mamma e grida: “respiri”.

Si, sono nata con l’autista, coi dottori in camice bianco e il mio papà, alto, bello, con le mani grandi e ruvide per le schegge di legno – il mio papà è falegname – raggomitolato in un angolo, sbatacchiato ad ogni curva come un giocattolo.

La mia mamma gridava. Volevano portarla in barella, ma lei no, voleva camminare, portarmi lei in sala parto. Io spingevo e dicevo: “mamma arrivo!” e così siamo arrivati.

Il mio papà sempre dietro, come un morto che cammina, tanto pallido che era diventato grigio. Il mio papà cenere esita ed entra.

Ma vedendo Quello lì doveva capire che sarebbe stato meglio andare da un’altra parte.

  • Infermiera, che ci fa qui ‘sto negro. Lo butti fuori.
  • Ma dottore, è il padre!

Se penso che quello ha toccato mia madre.

Quando sono uscita ho provato a fare un triplo salto carpiato e dargli un calcio in faccia, avevo anche la spinta propulsiva. Certo 3 cm di piede non fanno paura, ma magari in un occhio…

La spinta, il salto e a braccia aperte sono atterrata su questa terra.

Splendente epifania, rullo di tamburi, squillo di fanfare e due sbirri che vengono ad arrestarci.

Ma no! Sono appena nata. Fatemi fare almeno qualche spinello, un murales in galleria o che ne so, una becciata ai giardinetti. Arrestarmi appena nata non è un benvenuto non è di buon augurio. E se poi cresco una secchiona che non esce la sera, non fuma e non si droga? Non sarebbe giusto, non sarebbe equo.

Così atterro e vogliono ammanettarmi. Ma in una manetta ci stanno due delle mie braccine, insieme alle gambine e forse il collo. Insomma si tolgono e mi metto a ciucciarle – che dopo essere passati dallo stato liquido al gassoso viene fame.

Certo una tetta sarebbe meglio, magari bella piena di latte zuccherino. Ma non la vedo e ciuccio quel che mi danno: un paio di manette.

Così gli sbirri mi accusano anche di evasione oltre che di immigrazione.

Immigrata illegalmente dalla pancia della mia mamma, e gli sbirri discutono del capo d’accusa per la madre: immigrata clandestina o scafista?

Perché la pancia una barca un po’ lo era stata: bella, morbida e accogliente, non una carretta del mare, quelle che poi affondano.

Ho navigato in acque calme a trentasette gradi costanti. Il cielo sempre rosa, un’alba perenne di nove mesi. Un viaggio che  mi ha portato da cellula a essere umano. Essere umano? Negra. Immigrata. Clandestina.

Il giorno in cui nacqui il sole frangeva tra il bianco delle pareti e lo sguardo perso di mio padre che non capisce. Una suora infermiera lo prende in disparte e gli chiede se ha il permesso di soggiorno. Lui vuole sapere se sto bene, se la mamma sta bene. La suora, presa da slancio di pietà lo spinge per farlo uscire dal retro. Così potrà venire a prendermi, dopo. La mamma, si, sta bene, ma… è una clandestina, vengono ad arrestarla. Nella confusione la suora chiude mio padre imbambolato in un armadio.

Io piango, le manette le ho ciucciate ma ho bisogno di una tetta per mangiare. Lo sbirro, quello vecchio, basso, coi baffi, mi tira su e chiede: “e di questo che facciamo?”

“E’ una femmina tenente. Non so, bisogna chiedere.” Chi parla è lo sbirro giovane, alto, senza baffi,  simpatico.

“Italiana non è” incalza Quello “fossi in voi l’espellerei.”

“Non si può, non è regolare, non sa neanche parlare” risponde lo sbirro vecchio, quello basso e coi baffi. Così mi lasciano sola nella culla e si portano via le mie tette piene di latte. Ovvero le tette della mia mamma ma che di diritto sono mie.

Le mani della suora mi prendono, ma è così arrabbiata che sgrana un rosario di bestemmie da dover dire preghiere fino ai miei 21 anni per rappacificarsi con tutti i santi che ha incomodato. Mi lava, mi dà un bel biberon di latte. Poi apre l’armadio in cui era nascosto mio padre e gli dice: “ecco la sua bambina, è nata come un altro bimbo 2009 anni fa, tra genti ostili e perseguitato dagli sbirri.”

La porta si apre ed entra un corteo di medici ed infermieri, radiologi ed inservienti. Ognuno mi porta chi una camiciola chi un sonaglio chi un pacco di pannolini.

La notizia si sparge per la città e da ogni quartiere arrivano parrucchiere, idraulici e autisti d’autobus a vedere la bambina che è nata. La banda comunale suona una fanfara e il sindaco va a liberare la mia mamma. Solo qualche evasore fiscale si lamenta: dice che ruberò il posto di suo figlio all’asilo; ma viene sovrastato dalle grida che acclamano la sacra famiglia di colore.

Il giorno in cui nacqui il mondo è rinato insieme a me. Il sole entrando dalla finestra inondava la stanza di luce.

Genova, dicembre 2009

Arianna Musso