Testa rossa. Capitolo 6. Carlo Chierici e la sua moto.

2012-12-04 11.22.08

Enrico Olia 2008

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 

Carlo Chierici era seduto davanti a una ragazza magra dai capelli corti e il naso affilato. La ragazza aveva un cappello di lana cotta nero a fiori verdoni coordinato col cappotto. Stava leggendo su un computer piccolo come un vecchio libro tascabile. Quando lei lo posò sulle ginocchia per rispondere al cellulare lui vide che era in bianco e nero e non emetteva luce. Un libro-computer? Chissà se Franco Scaduto sapeva cos’era? Come si chiamava? Come si usava? Franco Scaduto gli aveva ridato la curiosità nella vita. Quando Carlo Chierici era entrato nella casa protetta Ziama pensava di dover restare solo in attesa, in attesa di quell’ultimo giorno di cui nessuno vuole più parlare, come se così non dovesse più esistere. Ora sentiva di aver troppo da scoprire e poco tempo da vivere. Ogni minuto era prezioso e voleva viverlo con le uniche persone che ancora lo amavano e lo stimavano: i suoi amici. Questa amicizia aveva un ostacolo ora: lui non aveva una motoretta elettrica. Il colpevole era suo figlio Mario. Giulio no, Giulio non avrebbe mai potuto capire, aveva altri problemi: una moglie antipatica, un figlio disoccupato, i nipoti da crescere. Mario invece era un medico come lui. Un massimalista come lui. Mentre pensava queste cose Carlo Chierici si rigirava la scatola bianca nella tasca del cappotto. Il cappello stretto nell’altra mano, adagiato sulle ginocchia. Cambiò mano al cappello e strinse le chiavi di casa di suo figlio Mario dentro l’altra tasca del cappotto: la chiave del portone, le due chiavi della porta di casa, il portachiavi con San Paolo. Prima di essere trasferito alla casa di riposo Ziama aveva vissuto per qualche settimana sballottato tra i due figli, giusto il tempo di fare qualche lavoro prima di mettere in vendita la sua casa. Giulio avrebbe voluto che stesse esclusivamente da lui ma la moglie era stata male, una colecisti; fu Carlo Chierici a chiamare Mario per farsi venire a prendere. Quella volta il primogenito non si lamentò del vecchio padre rincoglionito e lo accolse in casa. Mantennero un atteggiamento composto e distante per una settimana poi Carlo Chierici ritornò dal secondogenito. La settimana di villeggiatura a Milano venne ripetuta altre  tre volte a scadenze bi o trisettimanali, infine il vecchio medico venne trasferito alla casa protetta per persone autosufficienti Ziama. Per qualche strana ragione i figli gli avevano lasciato una copia delle chiavi delle loro case, quasi si vergognassero di chiederle indietro e lui non aveva pensato a restituirle. Forse non aveva voluto pensarci, come se quel terzo trasferimento non dovesse essere l’ultimo o il penultimo.

Carlo Chierici guardò fuori dal finestrino del treno. La periferia di Milano faceva mostra dei suoi capannoni e delle sue stazioni imbrattate. Aveva poco tempo, ogni spostamento doveva essere fatto con discrezione, se tutto fosse filato liscio sarebbe entrato in casa del figlio Mario, avrebbe sostituito i farmaci nel suo armadietto in bagno, sarebbe riuscito e avrebbe preso il treno in tempo per non far scattare l’allarme alla casa di riposo. Nessuno avrebbe messo in relazione il vecchio padre quasi novantenne, internato in un ospizio, con la prematura scomparsa di un medico di mezza età. E anche se qualche medico zelante avesse effettuato tutti i test tossicologici? Cosa altamente improbabile visto che era banale infarto di un cardiopatico, quindi soggetto a rischio. E anche se quel medico zelante trovasse traccia del suo potente antinfiammatorio? Un farmaco di uso comune, chi avrebbe mai sospettato di lui, delle pastiglie che un medico ligure gli aveva prescritto settimane in avanti per una malattia che nessuno ricordava più? E anche se fosse stato scoperto, e anche se fosse stato arrestato che cosa rischiava? Era troppo vecchio per finire in prigione e comunque nessun direttore di nessuna prigione sarebbe stato più indisponente della signora Giovanna Giovanardi. Si rese conto che la odiava e sorrise di questo sentimento, lui che credeva di non avere neanche il diritto di giudicare, di compatire, di vivere.

La luce in stazione era abbagliante, grosse televisioni pendevano dal soffitto in ferro trasmettendo la pubblicità di una compagnia telefonica, l’audio dei televisori si ammutoliva quando l’altoparlante della stazione annunciava l’arrivo o la partenza dei treni. La stazione centrale di Milano gli ricordava la scena di Totò e Peppino che arrivano in piazza Duomo con con la pelliccia e il colbacco.

Uscì dalla stazione e fece la fila per salire su un taxi. Aveva davanti a sé un inglese col cappello e una valigia piccola con quattro rotelle; un tassista disse ad un altro che si rifiutava di far salire un uomo con un cappello come quello, mentre lo diceva sorrideva all’inglese il quale sorrideva di rimando. Finalmente si decise a farlo salire.

Carlo Chierici salì sul taxi successivo. Diede un indirizzo distante duecento metri dalla casa di suo figlio Mario. In macchina pensò a tutti i possibili inconvenienti: e se in casa ci fosse stato il figlio? Se ci avesse trovato una donna delle pulizie? Un’amante? Se  una vicina lo avesse visto entrare? Il tassista restò muto per tutto il tragitto, riuscì solo a dire il costo della corsa che era tre volte superiore al prezzo del biglietto del treno. Finita quest’avventura forse il vecchio medico avrebbe avuto un sacco di soldi, di lì a qualche mese, ma sicuramente non avrebbe potuto offrire neanche un caffè agli amici fino ad allora.

Si fece coraggio e aprì il portone. Il palazzo anni sessanta era arredato con passerella rossa, doppia fila di porte in vetro, piante finte da interni. Vicino all’ascensore uno specchio da strada scopriva un angolo buio: negli anni ottanta i tossici usavano quella rientranza del portone per nascondersi e fare gli agguati agli inquilini; ora i tossici erano stati tutti decimati dall’Aids ma lo specchio era rimasto. Arrivò l’ascensore, Carlo Chierici entrò, schiacciò il numero 7, l’ascensore i fermò al piano. Non c’era nessuno nel corridoio, il vecchio si avvicinò alla porta: nessun rumore proveniva dall’interno dell’appartamento. Carlo Chierici mise la chiave nella toppa in basso, girò; poi in quella in alto, la porta si aprì.

Pile di libri ovunque, scatole di scarpe, cioccolatini, bottiglie di vino o di superalcolici. La casa era luminosa nonostante l’ingombro disordinato di tutti quei regali accumulati che pazienti riconoscenti dovevano aver consegnato a suo figlio per anni. Nonostante la sala il resto della casa era in ordine, probabilmente la donna delle pulizie aveva deciso che quel caos in sala non era di sua competenza e si limitava a passare lo straccio tra una pila e l’altra. La casa era iper-riscaldata. Carlo Chierici entrò in bagno, aprì l’armadietto. Si, suo figlio prendeva ancora il Coumadin. Tre scatole facevano bella mostra di s? tra un rasoio elettrico e due dopo barba. Aprì la scatola bianca che aveva portato con sé nella tasca sinistra del cappotto e sostituì alcune pastiglie incidendo le cartine con un piccolo Opinel. Aveva dovuto rimodellare le pastiglie ad una ad una ma ora erano perfette, tenendo conto che nessun paziente cronico controlla le pastiglie che prende.

Un antinfiammatorio potente finì così tra i farmaci salva vita del figlio. Il Coumadin è un farmaco che ha iterazioni mortali con farmaci anche banali, a volte anche con alcuni cibi. Il Coumadin somministrato assieme a un buon antinfiammatorio produce un embolo celebrale. Una morte veloce e priva di sofferenza, quasi un’eutanasia.

Carlo Chierici, dopo la sostituzione, chiuse tutto: scatola, armadietto, porta del bagno, porta di ingresso. Girò le due chiavi nelle rispettive toppe, schiacciò il pulsante dell’ascensore, era ancora al piano. Uscì dal palazzo senza che nessuno lo avesse visto, le pastiglie che aveva ora in tasca erano della stessa grandezza e della stessa forma di quelle che aveva portato lui: stessa forma, stessa grandezza, principio diverso:  un principio, per uno come suo figlio Mario, mortale.

Avrebbe voluto correre ma non lo fece, non tanto per il suo ginocchio ma per non dare nell’occhio, si sentiva stupido e felice. Era anche in anticipo. Scorse una fermata della metropolitana, studiò attentamente la cartina e comprò un biglietto.

Arrivò in stazione centrale con un largo margine e comprò un pacchetto di sigari Davidoff e un accendino, se li mise in tasca. Andò al binario accompagnato da quelle decine di schermi dall’audio altalenante. Ma di che colore era diventata l’Italia? C’erano più negri o cinesi che italiani, ai sudamericani non faceva caso, ci era abituato visto che nella casa di riposo, sotto gli ottant’anni, erano la maggioranza, escludendo la direttrice, il contabile e il medico della mutua. Due carabinieri in divisa camminavano quasi all’unisono nel marciapiede difronte al suo. Una donna di colore, con una bambina legata sulla schiena, camminava facendo dondolare il maniera ipnotica un enorme sedere avvolto in stoffe colorate e lucide. Dietro di lei gli occhi dei pendolari dondolavano a loro volta. I pendolari avevano delle borse nere di pelle abbinate alle scarpe. I televisori sopra le loro teste emisero un boato da stadio subito interrotto dall’annuncio del suo treno. Veloce Carlo Chierici ci si rifugiò. Cercò il suo scompartimento e la sua poltrona passando tra le porte a pulsante. Era a quattro vagoni di distanza dal suo, forse avrebbe fatto prima a scendere invece che accanirsi su quelle porte automatiche lente e, a volte, difettose ma quel treno era il suo ritorno a casa, non voleva scendere, non voleva rischiare di perderlo. Seduto nella carrozza cinque posto 32 decise che, arrivato in piazza, avrebbe comprato anche una bottiglia di whisky da cinquanta cl. Con quello che aveva risparmiato prendendo la metropolitana invece del taxi poteva permetterselo.

Il figlio Giulio arrivò alla casa di riposo Ziama otto giorni più tardi, era vestito di nero. “Papà, perché volevi vederci? ” chiese il figlio con gli occhi infossati. “Per chiedervi perdono.” avrebbe voluto rispondere il vecchio medico, ma dopo che per una settimana aveva pensato e ripensato a quale risposta avrebbe dovuto dare a questa domanda aveva deciso che la linea melodrammatica era per lui insostenibile, per cui  preferì passare per deficiente: “l’ho dimenticato.”

La morte di un figlio probabilmente si addice al melodramma e il figlio Giulio non gli credette: “A volte il sangue capisce cose che la ragione non si immagina neanche”,  esclamò piangendo. Carlo Chierici restò impassibile, in attesa della notizia della morte del primogenito.

“Papà, scusami, Mario è morto”. Carlo Chierici non volle soffermarsi su cosa doveva scusarsi Giulio, gli interessava sapere come fosse morto Mario, se era stato un evento naturale o meno. “Di infarto, papà, lo sai del suo stato, non ha mai voluto pesare su di noi ma era malato da anni”. Non ha mai voluto farlo pesare? Al fratello forse ma a lui si. Anche quello gli aveva rinfacciato suo figlio, il cuore malandato che aveva ereditato dai i geni paterni. “E ora? che ne sarà di me?” Chiese Carlo Chierici trattenendo il respiro. Il figlio Giulio lo abbracciò e gli disse, “Non ti preoccupare papà, Mario ha lasciato tutto a me e io ti accudirò come ho sempre fatto.”

Quella notte Carlo Chierici, chiuso nella camera di Franco Scaduto e di Carlo Parodi insieme all’amico Gianni Montaldo detto Aldo, aprì il whisky e offrì un Davidoff a ciascun amico. La puzza di sigaro rimase impregnata nel bagno nonostante la ventola accesa e a Gianni Montaldo detto Aldo che rovesciò un intera boccetta di colonia per sovrastarne la puzza.

Carlo Chierici chiamava tutti i giorni il figlio Giulio e pian piano scoprì anche di amarlo quello buon figlio. Decisero assieme di utilizzare parte dei soldi dell’eredità per comprare una casa al nipote. Con grande sorpresa di tutti il nipote Giacomo comprò una casa nell’entroterra ligure, vicino alla casa di riposo Ziama. Più che una casa era una cascina, con un ricovero per gli animali, molto terreno e persino un corso d’acqua: ne avrebbero fatto un bed&breakfast con enoteca e avviato una azienda per la produzione di latte e salumi.

Decisero di far coincidere l’inaugurazione della casa con la festa per la pensione di Giulio, il nonno si sarebbe trasferito insieme al figlio e alla nuora per aiutarli nella gestione dell’azienda, come ex bancario aveva dimestichezza nella contabilità e avrebbe potuto essere utile. La moglie Antonella avrebbe fatto la pendolare tra Genova e il paese ancora per qualche anno, fino al raggiungimento della pensione.

Il nipote Giacomo stava illustrando il progetto agli amici: maiali e mucche felici, dal produttore al consumatore grazie ai negozi e ai mercatini biologici, visite guidate per i bambini delle scuole, laboratori di mungitura e di pane fatto in casa col lievito madre.  Giulio e la moglie distribuivano salame e focaccia, Antonella era meno grigio verde del solito, come se avesse smesso gli abiti da cittadina che mal le donavano e avesse ritrovato una sua dimensione. Lei in quel paese irto, in quella gola di valle v’era nata e vi aveva passato parte dell’infanzia. Si scoprì che la direttrice della residenza protetta Ziama, Giovanna Giovanardi, era una sua vecchia amica di infanzia e, quando questa arrivò, si salutarono baciandosi affettuosamente e nominandosi: Lina e Nina.

Giovannino e Gilda arrivarono urlando giù per la discesa che portava alla casa insieme a un nugolo di bambini e ragazzini: “Stanno arrivando!” Tutti si girarono verso la strada comunale: tre motorette rosse e una beige spiccavano tra i l giallo dell’autunno. Sopra ognuna di esse un uomo dalla pelle secca e dai capelli radi sorrideva.

Scesi dalle selle Carlo Chierici fece le presentazioni, suo figlio Giulio aveva un vassoio di salame e, invece di stringere mani, offriva fette di Sant’Olcese. La moglie Antonella strinse le mani nodose sotto gli occhi compiaciuti dell’amica Giovanna Giovanardi mentre il nipote e la moglie abbracciarono e baciarono gli anziani.

Carlo Chierici passò la mano sulla testa dei pronipoti che sorrisero e Gilda chiese: “Nonno, sono i tuoi amici?” “Si cara” rispose lui  “Sono Carlo Paodi, Franco Scaduto e Gianni Montaldo detto Aldo, i migliori amici del tuo bis-nonno.”

FINE

Testa rossa. Capitolo 5. Carlo Chierici ha un piano.

Ritratto. Enrico Olia. Olio su tela 2010

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici, in casa di quell’estraneo che era suo figlio minore, accudito dalla gentilezza pelosa e sfacciata della nuora, era a disagio e decise che era meglio ritornare alla sua penultima dimora: la casa di riposo Ziama.

Non voleva rimanere in quella casa con le persiane perennemente chiuse. Contro chi combatteva la nuora? Contro la polvere o contro la luce? I soprammobili erano chiusi nelle vetrine, i mezzari e le tende ricoprivano finestre e divani; per terra, sopra la graniglia lucida, tappeti. A Carlo Chierici gli veniva l’asma solo a pensare ai miliardi di acari annidati in quella casa. Una volta partito il nipote con la compagna dai modi radicali e affettuosi e i terribili pro-nipotini, sarebbe rimasto solo con i “produttivi”. Espresse quindi il desiderio di tornare all’ospizio, perdon casa di riposo, entro sera. Erano le 18, in un’ora e mezza sarebbe stato nella sua camerata.

Il figlio si rabbuiò, la nuora sibilò qualche cosa all’orecchio del marito che si metteva la giacca, qualcosa riguardo al figliol prodigo.

Come poteva suo figlio Giulio vivere in un luogo così soffocante dopo che per tutta l’infanzia sua madre si era premurata di farli crescere in luoghi luminosi, aereosi, puliti. Carlo Chierici ricordò la loro casa al mare dove tutte le sere, al tramonto, la moglie posizionava le sedie rivolte ad occidente; e, riunita la famiglia, come davanti alla televisione, guardava il sole che sprofondava nel mare.

In macchina Carlo Chierici guardava quel figlio sessantenne che aveva costruito quella famiglia da solo, forse con l’aiuto della madre. Anche quel modo che aveva Giulio Chierici di continuare a parlare come se nulla fosse era di sua moglie. Ma a Carlo Chierici non gli importava di averlo ferito, messo nei guai con la nuora, pensava solo al suo primogenito che era solo in casa, lo sapeva. Era solo, come lui. Che quel bravo figlio non capisse, non lo capisse, non gli interessava; ma suo figlio, un medico come lui, lo trattasse così da pezzente, lo offendesse così con una sedia a rotelle quando lui si era ben raccomandato di volere uno scooter elettrico per anziani. Almeno in quanto medico, suo figlio, farlo sfigurare così, da pezzente, lo aveva trattato da pezzente. Duemila euro per quel bravo figlio erano una somma notevole con un figlio disoccupato, i nipoti; ma per suo figlio, un medico massimalista, solo, con una casa di proprietà a Milano, solo una? Forse ne aveva anche una in riviera. E due multiproprietà: una a San Giacomo, in montagna, e una a Parigi.

La sedia a rotelle nera era posteggiata vicino alle splendide motorette dei suoi amici: due rosse e una color crema. Il bravo figlio non entrò neppure a salutare la direttrice, ripartì di corsa per essere a Genova ad un’ora decente, la nuora doveva essere furiosa. Carlo Chierici approfittò della solitudine per spostare la sedia a rotelle nello stanzino, dove v’erano le sedie a rotelle a disposizione dei pazienti; l’indomani qualche OSS sudamericana si chiederà il  perché di una sedie a rotelle in più poi, visto che è in più e non in meno, non dirà nulla.

Carlo Chierici andò in camera e non uscì fino al giorno successivo. Avrebbe voluto restare chiuso in camera e fingersi malato come Gianni Montaldo detto Aldo ma non né aveva il carattere né la follia, quindi il giorno dopo scese a fare colazione. I suoi amici erano già al tavolo a programmare gite, tra le mani le tazze di tè con il limone e i cucchiaini di plastica per girare il dolcificante. Erano felici che fosse tornato prima, anche loro avevano anticipato il rientro per poter stare assieme. Gianni Montaldo detto Aldo raccontò con orrore la Pasqua con la figlia Chiara, ammise che la sua geniale trovata aveva minato la stabilità mentale della figlia e per nulla migliorato la sua cucina. Tutti risero, in fondo che male c’è a maltrattare una perfetta estranea, che non nutre nessun affetto per quell’ammasso di ossa ricoperte di pelle sottile e quegli occhi lattiginosi e vivaci. I quattro amici erano divisi in due padri amati e due padri ignorati (del figlio Giulio e della figlia di Aldo, Carlo Chierici non se ne ricordava). E se i figli non amano i loro genitori perché i vecchi padri devono amare quegli estranei egoisti che hanno tanto disatteso i loro sogni e le loro aspettative? Quanto potevano vivere ancora? Per quanto sarebbero stati ancora lucidi e presenti a se stessi? Che senso aveva preoccuparsi per degli adulti ben più fortunati e più sani di loro?

Gli amici uscirono quello stesso pomeriggio, in sella alle loro motorette, due rosse e una color crema. Carlo Chierici disse che aveva bruciore di stomaco e rimase in camera sua. Gli veniva da piangere. Si sentiva come un ragazzino a cui i genitori hanno fatto credere che gli avrebbero regalato il motorino e poi sotto l’albero c’era una motoretta giocattolo. Si sentiva tradito, offeso. Era arrabbiato e più era arrabbiato e più si arrabbiava. Non era consono ad un uomo di ottant’anni passati essere così arrabbiato. Gli sarebbe venuto un colpo. Non era mai stato un uomo collerico, era anche abbastanza razionale da capire che era meglio prendere le sue pastiglie per la pressione. Scese dal letto e andò in bagno. Il vecchio ragioniere, con cui condivideva la stanza da quasi tre anni, aveva pisciato ancora fuori dalla tazza. Carlo Chierici aprì l’armadietto a specchio e pensò ai suoi figli: Giulio aveva un fisico sano e forte ma un carattere debole e mite; Mario, al contrario, aveva sempre avuto un  carattere aggressivo ed egoista ma un cuore debole, soffriva di pressione alta già a vent’anni, un infarto a cinquant’anni lo aveva ancora più incattivito ma, con uno stend e un’arteria ricostruita, era ancora più rampante e abbronzato.

Il vecchio medico prese le pillole, un sorso d’acqua dal bicchiere di plastica lasciato dalle Oss accanto al lavandino. Suo figlio Mario prendeva ancora il Cumadin? Che speranza di vita poteva avere? Paradossalmente minore della sua?  -No, non esageriamo- si disse tra sé. Ma se  fosse morto prima Mario di lui, i soldi dell’eredità a chi sarebbero andati? Mario non si era mai sposato, non aveva messo al mondo degli infelici, gli unici parenti diretti erano lui, Carlo Chierici -il padre- e suo fratello Giulio Chierici con famiglia al seguito.

E se l’eredità fosse andata alla Direttrice Giovanna Giovanardi? Forse una parte ma tremila euro per una testa rossa sicuramente ci sarebbero usciti.

-Il Cumadin- pensò il vecchio medico, -Che cosa interagisce con il Cumadin in maniera mortale?- Qualcosa che poteva reperire facilmente, senza lasciare tracce? Forse si.

Quella sera Carlo Chierici stette male. Era un pessimo attore, a differenza del suo amico Aldo, ma il medico lo assecondò prescrivendo una dose omeopatica di tutti i farmaci che chiedeva. La sera stessa le scatole delle medicine adornavano il suo comodino. Carlo Chierici si sentì subito molto meglio e le pastiglie sparirono dal comodino. Solitamente le Oss recuperavano le scatole mezze piene ma, quella volta, la malattia del vecchio dottore fu tanto fugace che nessuno si ricordò che gli  fossero stati prescritti anche dei farmaci.

Carlo Chierici guarì anche dalla sua malinconia e gli amici lo invitarono ad uscire con loro, facendo a turno con le motorette e lui, per sdebitarsi, aiutava a pulirle e dava consigli su come ingannare il medico della mutua, spia assoldata dalla direttrice Giovanna Giovanardi per fermare le loro uscite pomeridiane.

Le giornate si stavano allungando e le Oss, come uccellini, diventavano più gentili e distratte. Anche loro, i quattro amici, avevano perso quell’aria stantia e rassegnata e salutavano ogni nuovo giorno con progetti di passeggiate vere o virtuali. Franco Scaduto aveva trovato un nuovo sito dove delle persone leggevano i libri, gli audiolibri si chiamavano, e la sera i quattro amici si riunivano in camera ad ascoltarli. Finiva sempre con Carlo Parodi che russava ma la cosa li divertiva di più della televisione. Potevano rileggere i libri che avevano letto in gioventù e scoprirono quante letture avevano in comune, in fondo appartenevano alla stessa generazione, avevano fatto le scuole negli stessi anni, anche se poi ebbero esperienze di vita diverse. Molte cose per cui avevano lottato in gioventù avevano perso significato e la politica italiana degli anni cinquanta risuonava lontana alle loro orecchie. La loro amicizia era l’unico presente.

Dopo un paio di settimane Carlo Chierici chiamò il figlio Giulio. Lo chiamò con Skype, giusto per non essere da meno dei suoi amici, e poi anche Giulio aveva skype e così poté fargli vedere la sua faccia risoluta che gli chiedeva di vederlo, o meglio chiedeva di poter vedere i suoi due figli da soli. Voleva vederli per raccontargli una cosa importante, una cosa che riguardava lui e loro madre. Giulio sbiancò e si prese l’incarico di chiamare il fratello per organizzare l’incontro. Carlo aggiunse che, in occasione di quell’incontro, sarebbe andato volentieri a Milano, ospite del figlio Mario.

Giulio incassò quell’ennesima  preferenza paterna senza dire nulla.

Carlo Chierici attese pazientemente notizie per una settimana, poi si spazientì. Era anziano, non era difficile sapere che in qualunque momento poteva passare dalla vita alla morte, scrutava il suo corpo come in attesa di qualche segnale infausto, si misurava la pressione tre volte al giorno e calibrava i pasti. Quell’ascolto ininterrotto del proprio stato di salute divenne ossessivo, non parlava quasi più per paura di distrarsi, teneva il cellulare in carica e spesso lo osservava. Gli amici si preoccuparono e iniziarono a fargli visita in ogni momento trascurando persino le loro uscite motorizzate. Quando Carlo Chierici si accorse della preoccupazione che aveva dato agli amici chiese aiuto loro: doveva andare a Milano da suo figlio Mario, questi non voleva incontrarlo, quindi desiderava andarci di nascosto per evitare un rifiuto, voleva andare da solo, doveva assolutamente dirgli una cosa. Carlo Parodi gli chiese di suo figlio Giulio ma la sua domanda rimase sospesa e poi dimenticata. Quel bravo figlio era stato sicuramente maltrattato da Mario, quel rampante medico  di mezza età non aveva nessuna intenzione di perdere tempo con un vecchio demente. Con un vecchio paraplegico visto il regalo che gli aveva fatto qualche mese prima. E il buon Giulio forse ancora lo supplicava.

Via internet Franco Scaduto comprò i biglietti del treno, intercity e di prima classe :  Carlo Chierici sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale entro le 15, il treno delle ore 17 lo avrebbe riportato alla casa di riposo Ziama in tempo per la cena. Cinque ore di assenza erano troppe per una semplice passeggiata quindi i quattro amici organizzarono una visita specialistica a nome di Carlo Chierici ma poi realmente effettuata da Carlo Parodi. Sarebbero andati in motoretta alla stazione e sarebbero  ritornati entro un’ora, le Oss si sarebbero messe a cercare Carlo Parodi e, dopo un po’ di ricerche, sarebbe venuto fuori che era dal medico insieme a Carlo Chierici; Carlo Parodi sarebbe tornato dicendo che il medico che visitava Carlo Chierici era in ritardo ma che comunque sarebbe arrivato per cena. Questo funzionava se le ferrovie dello stato non fossero state in ritardo e quel giorno non lo furono.

Carlo Parodi aveva lasciato la sua moto Vita color crema a Carlo Chierici. Il vecchio medico sfrecciava con il vento tra i radi capelli accanto ai suoi amici dalle moto rosse. Il paesaggio luvego correva attorno a loro, correva era una parola grossa, camminava a passo spedito, a un passo al quale loro non potevano più andare. Gianni Montaldo detto Aldo sbagliava strada ogni volta che incontravano un incrocio, alle parole degli amici ritornava veloce sui suoi passi sterzando la motoretta. Dovevano correre, andavano al massimo della velocità, 18/20 km /h. Dovevano arrivare alla stazione prima dell’arrivo del treno. Gli ultimi metri fecero anche una gara. Poi Carlo Chierici salì sul treno diretto a Milano e i due amici re-inforcarono le motorette, dovevano far scoprire l’assenza di Carlo Parodi per far guadagnare un ora all’amico, quell’ora del ritardo del medico. Non si chiesero cosa andasse a fare Carlo Chierici a Milano, non aveva importanza, erano come dei soldati chiusi nell’ultima trincea sul l’ultimo fronte. I soldati non chiedono, cercano di rimanere vivi.

Testa rossa. Capitolo 4. Carlo Chierici riceve un regalo che non gli piace.

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela 2010

 

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Il computer di Franco Scaduto era diventato il nuovo centro di attrazione dell’intera compagnia di amici. Sul computer ci si poteva tenere aggiornati sulla Formula 1. Il sito grandprix.motorionline.com era stato messo sulla scrivania virtuale, bastava cliccarci sopra due volte (schiacciare due volte il tasto del telecomando del computer) per accedervi. Tutte le settimane Gianni Montaldo detto Aldo cambiava tappezzeria della scrivania virtuale e ci metteva le donnine del GP in costume da bagno, Carlo Parodi con quelle dei piloti e Gianni Montaldo detto Aldo gli dava del finocchio e una sera arrivarono anche alle mani. La direttrice Giovanna Giovanardi per poco non sequestrò il computer: ci volle tutta l’abilità di Franco Scaduto per riuscire a convincere la direttrice che non scaricavano (mettevano dentro il computer) materiale pornografico.

Gianni Montaldo detto Aldo un giorno imparò ad usare word e scoprì che poteva ricominciare la sua collezione di disegni (questa volta si, anche pornografici) creati con le lettere della tastiera del computer; non doveva più raccoglierli nei faldoni polverosi stipati sotto il suo letto, bastava metterli dentro una cartella virtuale; imparò anche che gli stili utilizzabili erano tanti, alcuni anche simili alla sua Olivetti del ’78.

Gianni Montaldo detto Aldo a questo punto aveva due esigenze impellenti: una motoretta, magari non un ultimo modello Deluxe piuttosto una vespa a quattro ruote, e un personal computer e non sapeva come procurarseli. I suoi amici lo videro prima adombrarsi poi rinchiudersi in un mutismo rigido.  Era a letto, sotto un lenzuolo ruvido, sembrava non respirasse e non sbattesse le palpebre. Dopo tre giorni Carlo Chierici gli si avvicinò fino a percepire il fiato quasi fermo ma che ancora  entrava e usciva dai  polmoni: gli sussurrò di alzarsi, di aprire gli occhi; Gianni Montaldo detto Aldo non si mosse. Carlo provò a scuotere il pigiama di cotone a righe: le mani affondarono nella stoffa, sembrava che il corpo dell’amico fosse scomparso; prima ancora di trovare il petto di Gianni Montaldo detto Aldo, Carlo Chierici si ritrasse come scottato da quella mancanza. La pelle del malato era diventata sottile, il viso scavato dalla mancanza di acqua. Carlo Chierici sentì crescergli dentro la rabbia, un pugno caldo che doveva vomitare al più presto se non voleva avere conseguenze sulla sua ulcera, doveva avvertire l’amico del gioco stupido nel quale si era imbarcato facendo il finto malato. “Cosa credeva di ottenere? Pietà? Un capriccio di un ottantenne non intenerisce nessuno. Forse si è dimenticato che la mamma è sepolta da un pezzo? Bambino rinsecchito. O forse è lo sciopero della fame tanto pubblicizzato?”. Prima che Carlo Chierici potesse parlare Gianni Montaldo detto Aldo aprì gli occhi troppo chiari e disse con aria distratta: ” Il n’y a personne: j’ai beau dire, on me laisse toujour seul”.

Carlo Chierici si pietrificò, di tutte le paure l’Alzheimer era lo spettro più tetro. Guardò l’amico con la stessa espressione che avrebbe avuto nel guardare una carota in pigiama sotto delle lenzuola. Girò sui suoi tacchi ed uscì dalla stanza seguito dallo sguardo  dei compagni di camera della carota.

“Perché non abbiamo mai chiesto di dormire assieme? Avremmo potuto chiederlo? La direttrice lo avrebbe permesso? Perché no? Anzi”. Carlo Chierici si rimproverava perché dopo la storia dei vecchi conviventi la direttrice Giovanna Giovanardi era divenuta molto accondiscendente in fatto di trasferimenti di camera e riteneva che fosse salutare che gli ospiti potessero scegliere i propri compagni di stanza, entro certi limiti. La storia dei vecchi conviventi era una delle storielle che circolavano nella casa di riposo Ziama: la signora Francesca Feci e il signor Francesco Donato, giunti alla casa di riposo Ziama, erano stati divisi dopo trent’anni di convivenza. Questo fatto – a detta di tutti – fu la causa della dipartita veloce dei due, record negativo della casa di riposo, (escludendo quelli che muoiono entro le ventiquattro ore): soli diciassette giorni di permanenza. Era vero che in quei diciassette giorni avevano urlato l’uno contro l’altra in continuazione, rinfacciandosi tutte le cose fatte o non fatte (il cavallo di battaglia della signora Francesca) e maledicendo o bestemmiando ( lui soprattutto) ogni minuto di quei trent’anni di convivenza.

I figli di primo letto della signora Feci avevano messo in guardia la direttrice sui loro litigi furibondi e lei aveva ritenuto opportuno dividere l’ anziana coppia. Li aveva addirittura messi in due piani differenti, in parti opposte dell’edificio. Come darle torto, in diciassette giorni le Oss divisero a forza il signor Donato e la signora Feci ben 102 volte, ovvero sei volte al giorno. Comunque la direttrice  si liberò presto di quei due ospiti inopportuni, a distanza di poche ore l’uno dall’altro: nonostante gli urli, i libri o i piatti che si lanciavano i due vecchi non potevano davvero vivere separati e lontani seccarono, è il caso di dirlo, come due vecchi alberi.

In corridoio Carlo Chierici incontrò Carlo Parodi che gli chiese come stava il malato ma Carlo Chierici non rispose e con il viso giallo sotto le luci al neon del corridoio, la camicia slacciata e i pugni chiusi, continuò la sua avanzata verso la direzione; cercando di procedere speditamente zoppicava: Carlo Parodi corse in camera di Gianni Montaldo.

La direttrice fissava lo schermo del computer dove un cane ballava il tip tap, alla vista del vecchio medico chiuse la finestra (spense il programma internet exporer); si alzò accigliata, era una donna alta, formosa, dai vestiti chiari e squadrati, i capelli erano l’unica nota stonata in quella figura che avrebbe voluto essere elegante: erano sempre scomposti e più li legava e più le conferivano un’aria trasandata. Una volta al mese il parrucchiere restituiva quei capelli castani tinti al corpo curato e allo sguardo inflessibile ma oggi non era uno di quei giorni e una massa stopposa, con la ricrescita a corona, giaceva come un brutto cappello su quella donna in talleur grigio.

Carlo Chierici si scusò e gli espose la sua preoccupazione per l’amico, le suggerì di chiamare i figli e il medico. La Direttrice Giovanna Giovanardi ringraziò freddamente e lo invitò ad uscire.

Gianni Montaldo detto Aldo non si alzava più dal letto e farfugliava frasi sconnesse in francese, dopo tre giorni passò al latino e dopo una settimana al greco, ma per brevi periodi e solo in presenza delle Oss e mai degli amici, quantomeno il greco si premurava di non parlarlo mai quando nelle vicinanze c’era Franco Scaduto. Il quindicesimo giorno la direttrice Giovanna Giovanardi chiamò i figli di Gianni Montaldo detto Aldo, urgentemente.

Chiara e Aristide Montaldo arrivarono tre giorni dopo, con le facce compunte come se il padre fosse già morto, erano entrambi vestiti di nero. Entrarono silenziosamente nella camera del malato: senza neanche doverlo chiedere i due compagni di stanza uscirono, nonostante il mal di schiena di Carmelo Coccolucci.

La porta si chiuse. Carlo Chierici, Franco Scaduto e Carlo Parodi erano seduti nel salottino più vicino alla camera dell’amico malato e aspettavano l’evolversi della giornata in silenzio. Le soluzioni erano molteplici e tutte tristi: avrebbero potuto ricoverarlo in un ospedale o in un altro centro specifico per malati di  Alzheimer; avrebbero potuto decidere di lasciarlo morire lì, lentamente e, a pensarci bene, questa sarebbe stata la scelta più dura per i tre amici: avrebbero visto lo sguardo farsi assente fino a spegnersi in quegli occhi chiari che un tempo erano stati sorridenti.

Carlo Chierici andò in bagno. Passando vicino alla porta di Gianni Montaldo sentì dei singhiozzi di donna. Forse, influenzato dal giudizio del padre, aveva mal considerato Chiara Montaldo: sotto quella superficie da maestrina scialba batteva un cuore. Entrato in camera sua pensò ai suoi figli: “loro sarebbero venuti?” No, lui non doveva pensare a queste cose, certo che sarebbero venuti, magari suo figlio Mario dopo il secondogenito. Magari avrebbe delegato il fratello minore, no, sarebbe venuto. Ma che male gli aveva fatto, era stato un buon padre dopo tutto, forse un poco assente ma un buon padre. Di quante colpe dovevano condannarli questi figli viziati, nati da famiglie perbene, in una nazione che si era indebitata per crescerli nel lusso della casa in campagna, dell’inps e dei baby-pensionamenti. Lui era stato un padre assente che trattava la moglie come una segretaria. Gianni Montaldo fu un padre che non amava i propri figli ma amava troppo sua moglie per dirglielo, loro però lo hanno capito  e appena hanno potuto si sono vendicati rinchiudendolo nella casa protetta Ziama. Chissà se ne proveranno rimorso?

Carlo Chierici finì di asciugarsi le mani sulla salvietta a nido d’ape bianca che pendeva dal suo porta asciugamani e uscì in corridoio. Poteva intravedere Carlo Parodi e Franco Scaduto in fondo al corridoio, seduti sulle sedie rivestite di stoffa, le braccia penzoloni, inutilizzate nell’attesa del verdetto.

Una porta della camera dell’amico malato si aprì. Gli amici si guardarono attorno spauriti: dalla stanza di Gianni Montaldo detto Aldo si precipitò fuori Aristide Montaldo, al posto dell’uomo apatico e grigio che era entrato circa due ore prima,  Carlo Chierici si trovò davanti una faccia paonazza che urlava insulti contro il letto di Gianni Montaldo, a contro canto si udiva un singhiozzo femminile. Gli insulti erano equamente ripartiti tra il padre e la sorella. Quest’ultima si precipitò sul fratello urlando un isterico:” Io no! Io no!”. Non si capiva se la sorella abbracciasse il fratello o lo azzannasse, le mani erano troppo feroci per dare delle carezze ma avevano un che di implorante. Aristide Montaldo la scaraventò in direzione della lavanderia scoprendo così un collo graffiato e sanguinante. Le Oss si precipitarono nel corridoio, Aristide Montaldo le superò ed uscì dalla casa di riposo Ziama. Le Oss aiutarono Chiara Montaldo a raggiungere l’infermeria dove sparì. Dalla porta rimasta aperta Carlo Chierici vide Gianni Montaldo detto Aldo che guardava stupito la porta aperta: gli occhi del malato erano stranamente vigili e quasi divertiti, alla vista dell’amico si mise sdraiato tirandosi le coperte fin sopra le orecchie.

Dopo un paio di giorni da quella melodrammatica visita Gianni Montaldo detto Aldo ricominciò a parlare in Italiano, perse quel velo lattiginoso che gli velava lo sguardo e dopo quattro giorni era di nuovo a gironzolare per i corridoi quando Oss e direttrice erano fuori vista. Franco Scaduto, Carlo Parodi e Carlo Chierici erano ancora preoccupati e non sapevano interpretare quell’improvviso cambio di stato dell’amico.

Gianni Montaldo detto Aldo, con l’aiuto e il permesso di Franco Scaduto, iniziò a tenere una frequente corrispondenza con i suoi figli via mail: dedicava a internet un paio d’ore tutti i pomeriggi, sottraendole alla televisione.

Agli orari più disparati e sul cellulare arrivarono delle telefonate dalla figlia Chiara che lui rifiutava. Dopo un paio di settimane Chiara Montaldo iniziò a chiamare direttamente alla casa di riposo. Il vecchio ingegnere si chiuse in bagno con il cordless dell’istituto e riemerse dopo una decina di minuti. Era trionfante. A pranzo annunciò agli amici che per Pasqua avrebbe ricevuto la sua testa rossa e un computer tutto suo e chiese a Franco Scaduto delucidazioni sulla password, il router, google e altre cose che ancora lo confondevano.

Dopo diversi giorni gli amici provarono a chiedere a Gianni Montaldo detto Aldo cosa fosse successo quel pomeriggio con i suoi figli e lui raccontò questa storiella:

“C’era una volta un uomo che non aveva più forze, non aveva più denti, non aveva più neanche l’amore o la casa. Per questo povero vecchio non c’era che il dolce tepore del focolare, l’amore dei suoi cari perché, oltre  ad essere il capostipite di quella famiglia, ne era la memoria e si sa, senza passato non c’è futuro.”

Carlo Parodi sbottò: “Ma sei completamente rincitrullito? Ma di che futuro stai parlando?”

Gianni Montaldo detto Aldo rispose con gli occhi socchiusi: “Non di che futuro, ma di quale passato. La moglie di quel vecchio era morta e il vecchio era l’unico che potesse sapere, o almeno era plausibile che sapesse…”

I tre amici smisero di guardare il computer o combattere contro un filo che usciva dalle cuciture dei pantaloni e fissarono l’amico, questi continuò:

“Da sempre la gente ha il desiderio di sapere chi è. Questi curiosi del proprio io autentico spendono milioni di lire per risalire a qualche trauma infantile che ha impedito lo sviluppo del loro “vero io” e addebitano a madri e padri le loro debolezze o meschinità. Noi, cari miei, abbiamo un potere: possiamo dirgli chi sono. Noi siamo la loro memoria, siamo il loro passato, siamo il loro codice genetico!”

I tre amici continuavano a guardarlo senza capire: “Ma non sono i tuoi figli?”,  chiese sempre Carlo Parodi.

Gianni Montaldo detto Aldo raccontò un’altra storia: “Un giorno una bella fanciulla italiana, ma che viveva in Belgio, accolse in lacrime il suo bel marito di ritorno dall’Etiopia dove egli lavorava. Lei disse che una notte un bruto, di cui non aveva visto neanche il viso, le aveva fatto violenza. Era passato un mese da questo terribile fatto, non ne aveva parlato con alcuno e aveva paura di essere in stato interessante. Il marito, devoto e amorevole, accoglie la moglie violata e il figlio della violenza, allevandolo come proprio.”

Carlo Chierici era stupefatto, aprì le braccia e non sapendo che farsene le abbandonò lungo il corpo:  “Tu hai fatto credere a …

“Io non ho fatto credere nulla a nessuno, ho solo raccontato questa storiella che, inoltre, è molto divertente. Il bello deve ancora venire, sentite qua: il bambino/ bambina  (non voglio dare alcun indizio) crescendo era sempre più rassomigliante ad uno degli uomini più illustri del paese, tanto che chiunque potrebbe confermare quella fosca paternità,  se non fossero tutti già morti e sepolti: il bambino/bambina era la goccia sputata del prete del paese.”

No, urlarono in coro i vecchi che circondavano Gianni Montaldo detto Aldo, fuori dalla finestra un concerto di gocce scivolava dalle tegole di ardesia nella grondaia, note musicali di un concerto piovoso.

Gianni Montaldo detto Aldo sorrideva, gli amici sapevano che i figli erano nati entrambi in Belgio, vecchia trasferta di lavoro; proprio in quegli anni lui faceva spola tra l’Etiopia e il Belgio ma la famiglia, per comodità era rimasta in Europa, dove la moglie lavorava come insegnante. Tutti sapevano che la moglie era stata più anticlericale di lui e che lui, un uomo aperto e buono, detestava i figli. In ogni caso i tre  amici conclusero che quella storia era assurda e fasulla.

Pasqua si avvicinava con i suoi tristi preparativi di partenze disattese.

A Carlo Chierici i vecchi della casa di riposo Ziama ricordavano gli orfanelli del suo paesello  ad attendere zii, nonni, fratelli, troppo occupati per ricordarsi di loro in quei giorni di festa. Qualche cellulare che squilla: “Quando si arriva agli sgoccioli si raccolgono le briciole.” ” Auguri.” ” Buona Pasqua.” ” Oramai cosa vuoi che importi.”

Gli unici felici di tutta la casa di riposo Ziama furono Gianni Montaldo con il suo Pony3, tre ruote a 9,5 km/h, 45 km di autonomia, smontabile con luci, reggi polsi, sedile regolabile, zainetto e cestino estraibile. Elegante come una vespa, a suo dire, rossa naturalmente. E Carlo Parodi con il suo Blandino color crema a 12 km/h che non sfigurava vicino alla testa rossa di Franco Scaduto. Ma la sua motoretta era targata Harley.

Carlo Chierici era stato invitato a casa del suo secondogenito, Giulio, per il pranzo di Pasqua. La moglie Antonella era una cuoca orribile e gli propinò un brodo troppo grasso e salato e una finta cima alla genovese da rosticceria, con i piselli al posto dei pistacchi. Poté assaggiare solo il cappon magro portato dal nipote. Nipote precario, con due figli a carico e moglie altrettanto precaria, Carlo Chierici avrebbe detto disoccupati anche se entrambi laureati; non gli tornavano delle cose: come mai il nipote non trovava un impiego in banca, in comune, alle poste se era laureato? Si ricordava che un tempo aveva brindato per l’entrata del nipote nell’insegnamento, quando era stato? Dieci anni prima? E allora? Che ci faceva ancora a carico del paparino? Senza la  garanzia del padre non avrebbe potuto comprare neanche una macchina. In fondo questo Giulio faceva da garante per tutti: per il padre, per il figlio, in qualche modo anche per i nipoti. Senza di lui ben tre generazioni sarebbero state allo sbando. In quella famiglia erano tutti appesi a quel chiodo che era il figlio Giulio, con la zazzera che ora era sale e pepe ma che gli dava un’aria da stupido anche da bambino che i capelli li aveva tutti neri. Non era cambiato molto in fondo, assomigliava sempre a se stesso.

Suo figlio Giulio era un chiodo che li sosteneva o uno spillo che li inchiodava come farfalle a un’esistenza di questuanti? Quell’essere un sostegno giustificava la sua esistenza? loro erano gli unici membri produttivi della famiglia ( doveva estendere la capacità produttiva a sua nuora), i soli adulti, non troppo vecchi, non troppo giovani.

-Giacomo,- Disse Carlo Chierici al nipote, -perché non fai dell’altro visto che nell’insegnamento non riesci ad entrare?

Il nipote, imboccando la figlioletta che faceva i capricci per mangiare, gli sorrise.

-Ci ho provato, nonno. Ho provato a mettermi in proprio ma il difficile diventa farti pagare e più lavori con enti pubblici o con le grandi imprese più i pagamenti si dilazionano in mesi se non in anni.

-E le piccole realtà falliscono o scompaiono prima che tu possa riscuotere.

Si intromette la moglie che distribuisce le patate al forno.

– Alla fine però è come se fossimo sempre in proprio, siamo imprenditori di noi stessi, e come imprenditori abbiamo rischio di impresa, niente mutua,

-O maternità.

– Spesso non ci fanno neanche contratto e se ce lo fanno è per meno tempo e con meno contributi di quello che ci spetta.

– E i contributi tanto non servono a nulla perché come lavoratori atipici nessuno ci assicura un fondo pensionistico.

– Non è vero, non è detto.

-Ma se hanno bloccato i simulatori dell’inps

I due giovani coniugi si misero a batti-beccare su argomenti che sfuggivano a Carlo Chierici, poi vide i bambini, i quali stavano facendo i diavoli a quattro (ma anche i suoi figli erano così rumorosi? Avrebbe giurato di no).

– Ma i vostri figli?

– I nostri figli saranno ancora più poveri di noi.

Rispose placido Giacomo Chierici, come se la notizia fosse ovvia.

Giulio Chierici non la pensava in ugual modo e la discussione riprese ma presto tutti sorrisero, era il giorno di Pasqua e loro erano una famiglia.

Dopo pranzo i bambini aprirono le uova. Giulio diede a Carlo Chierici la foto della sedia a rotelle che il fratello gli aveva fatto recapitare alla casa di riposo. Loro figli non capivano a cosa potesse servirgli una sedia a rotelle visto che egli camminava perfettamente, nonostante il versamento al ginocchio di qualche tempo prima.

Era una sedia a rotelle di quelle pieghevoli, nera. Una sedia a rotelle vera. Di quelle che si spingono a mano, di quelle da paraplegici.

I bambini iniziarono a litigare per i regali.

Carlo Chierici ringraziò ignorando la richiesta di spiegazioni e, in cuor suo, maledisse la telefonata fatta al primogenito qualche giorno prima. Maledisse anche la sua speranza di ricevere se non una Deluxe, almeno un Pony3.

Capitolo 3. L’ospite inatteso. Un nuovo amico per Carlo Chierici

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

 

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 

Il 4 aprile alle ore 10, giorno e ora dell’inizio del campionato di Malesia, fece la sua comparsa Franco Scaduto, siciliano, impiegato alle imposte. Era stato sposato con una donna che smetteva di parlare solo quando parlava lui, il che accadeva spesso, accadeva perché ormai era morta.

Franco Scaduto parlava, scriveva, aveva persino imparato ad usare il computer e aveva un indirizzo di posta elettronica e un profilo facebook. Aveva imparato grazie a Radiotre e scriveva almeno una o due mail a giornali, radio e televisioni al giorno.

Franco Scaduto entrò nella sua nuova camera, attualmente camera di Carlo Parodi. I tre amici spensero la televisione e si alzarono in piedi, di scatto, così come possono alzarsi di scatto tre ultra ottantenni. La direttrice Giovanna Giovanardi li squadrò tutti e tre, dall’alto verso il basso e ritorno, li presentò, invitò Gianni Montaldo detto Aldo e Carlo Chierici a uscire dalla stanza per far accomodare il nuovo ospite e se ne uscì senza aspettarli. Franco Scaduto, contrariamente alla sua indole e forse per l’unica volta nella sua permanenza nella casa di riposo Ziama, stette in silenzio.

Gianni Montaldo detto Aldo riaccese il televisore, c’era ancora la pubblicità. In quel breve istante di interruzione farfugliarono una qualche parola di scusa poi partirono la Ferrari (Carlo Parodi), la MCLaren (Gianni Montaldo detto Aldo) e la Renault (Carlo Chierici). Franco Scaduto rimase in piedi. Nelle interruzioni pubblicitarie, le quali non erano poche seppur molto brevi, Franco Scaduto veniva fatto sedere, fatto mettere a proprio agio, gli venne versata dell’acqua ed infine anche chiesto cosa ne pensasse della formula1. I quattro anziani passarono il resto della mattinata a parlare di Schumacher, sempre a singhiozzi tra una pubblicità e l’altra. A mezzogiorno suonò la campana del pranzo, spensero la televisione e scesero in sala mensa. Brodo con le puntine, stracchino e mela cotta. A tavola si sedettero tutti e quattro assieme, parlavano concitati, a volume alto tanto che una delle OSS li riprese.

Dopo pranzo Franco Scaduto si accomodò nella sua nuova stanza. Nel giro di un’ora aveva sistemato le sue cose nella sua metà di armadio, nel suo comodino e nel suo cassetto in bagno. Poi posizionò il pc portatile, il wi-fi chiedeva la password per collegarsi a internet e Franco Scaduto andò dalla direttrice Giovanna GIovanardi per procurarsela.

La storia della password durò sette giorni, non era ben chiaro perché la direttrice si rifiutasse di svelare la password per accedere a internet a Franco Scaduto. La direttrice, Giovanna Giovanardi si scherniva difronte all’impossibilità di concedere tale password a tutti gli ospiti della casa di riposo Ziama ma nella realtà  nessun altro possedeva un computer e, forse, aveva la minima idea del significato di “motore di ricerca”.

Dopo una settimana venne la figlia di Franco Scaduto per una breve ma commuovente visita e si portò appresso: un marito allampanato, una chiavetta per internet ricaricabile e il motorino elettrico “Vita”, colore rosso, 15 km orari, 30 km di autonomia, sedile ergonomico, capotta per la pioggia, porta oggetti sul retro, porta stampelle o bastone, targato Schumacher.

La “testa rossa”, così Franco Scaduto chiamava affettuosamente il motorino elettrico, venne posteggiata in giardino, sotto il portico, tra l’uscita della lavanderia e la cucina. I tre amici andarono in pellegrinaggio il pomeriggio stesso, terminata la visita della figlia a Franco Scaduto, ella doveva tornare ad Hong Kong col marito allampanato.

Franco Scaduto recriminò con Carlo Parodi gli evidenti svantaggi della liberazione sessuale ( essere in una casa di riposo invece che in casa propria con figlie amorevoli pronti ad accudirli) anche se Franco Scaduto mal celava un profondo orgoglio per avere una figlia responsabile del design di una multinazionale del gioiello.

Gli amici scherzavano e osservavano incuriositi il motorino elettrico “Vita”. Franco Scaduto ne elogiò la tenuta, la confortevolezza e i tre amici fecero, a turno,  un giro di prova in giardino.

Il giorno successivo erano tutti e quattro in direzione a chiedere il permesso di uscire per una passeggiata. Nonostante il paesino noioso, con tre bar e un tabacchino in piazza, la loro uscita venne regolamentata dalla direttrice Giovanna Giovanardi in una uscita di gruppo. Dieci ospiti della casa di riposo Ziama dedicarono tutta la giornata ai preparativi per quelle due ore, dalle 16 alle 18, che dovevano passare fuori dalle mura protette per spingersi fino alla piazza, con pausa caffé per chi non soffre di pressione alta, per giungere infine al parco degli scoiattoli. Passeggiata e ritorno prima di cena.

Quando le porte della casa di riposo si aprirono una scolaresca invecchiata in uscita anticipata si presentò ai paesani indifferenti. Precedeva anziani e Oss Franco Scaduto in sella alla sua testa rossa, dietro i tre amici a semicerchio, come a portare in trionfo quella meraviglia della meccanica. Ancora più addietro Consuelo ed Alex contornati da tre signore, Rosa, Carla e Maria, che si guardavano attorno come se fosse la prima volta che vedevano la luce del sole, tutte risolini. Infine seguivano tre signori in cappello e bastone, l’ultimo della fila già si lamentava del troppo sole, la signora Carla gli fece eco urlando “Che aria, non ci prenderemo un malanno, Consuelo?”.

La passeggiata durò meno del tempo previsto, troppa aria, troppo sole, le artriti, i calli, il mal di schiena. La signora Rosa con i suoi 95 chili si mise a letto senza scendere a cenare, perdendosi la passata di piselli che le piace tanto.

I quattro amici erano entusiasti, Carlo Chierici fece finta di non notare lo zoppicare di Gianni Montaldo detto Aldo, visto che lui non ne aveva fatto cenno; anzi Gianni Montaldo detto Aldo si era offerto di saltare un turno alla guida della testa rossa per cedere il posto a Carlo Parodi che sbuffava e sudava, anche Carlo Parodi aveva fatto un sacco di complimenti prima di accettare di tornare sulla bella testa rossa anticipatamente. Comunque tutti e quattro gli amici si alternarono alla guida della motoretta elettrica, correvano perfino al suo fianco e la sera si addormentarono con un lieve sorriso sulle labbra sdentate.

Il giorno successivo Franco Scaduto si presentò alla direttrice e le chiese un colloquio. Lo sguardo vigile della signora Giovanna Giovanardi gli diede la certezza di stare facendo la cosa giusta, iniziò ringraziandola dell’accoglienza, elogiando la struttura efficiente e il personale competente. Buttò lì la sua esperienza come gestore di risorse umane e, quando la signora Giovanna Giovanardi smise di guardarlo fisso ma iniziò a fare conversazione, lui le snocciolò le belle parole sull’autonomia degli ospiti così come erano stampate sul depliant.  La direttrice, in meno di venti minuti e senza neanche accorgersene,  aveva dato il suo permesso ai quattro amici per poter uscire tutti i giorni, almeno una volta al giorno, con la testa rossa.

Quello stesso giorno, alle tre e mezzo, gli amici uscirono accompagnati da Alex che doveva fare delle commissioni proprio dove dovevano andare loro. Il giorno dopo la direttrice, Giovanna Giovanardi iniziò a constatare l’affanno di Carlo Parodi, la sciatica di Gianni Montaldo detto Aldo e il ginocchio con un piccolo versamento di Carlo Chierici. Il medico, chiamato a domicilio, prescrisse a Carlo Chierici riposo assoluto per una settimana.

I quattro amici erano furiosi. Si incontrarono quel pomeriggio in camera di Franco Scaduto e Carlo Parodi, come sempre ormai. Gianni Montaldo detto Aldo iniziò a inventare mottetti satirici contro la direttrice Giovanna Giovanardi che, con il passare del tempo, divennero sempre più osceni e violenti. Franco Scaduto era il più avvilito, si scusava con i compagni di sventura anche se non si capiva di cosa si sentisse colpevole. Poi Carlo Parodi disse che avrebbe chiamato in America la sera stessa; Franco Scaduto gli parlò dei vantaggi di Skype; Carlo Parodi non capì cosa stesse dicendo ma, per non offenderlo, acconsentì a chiamare con il computer.

Subito dopo cena Franco Scaduto armeggiò con i suoi cavi, posizionò un piccolo cilindro con un obiettivo sopra il monitor del computer e digitò un numero scritto su un’agenda con la calligrafia tremolate di Carlo Parodi. Comparve un telefono verde e il rumore di un telefono che suonava libero. Una voce femminile disse: “Hello!” . Carlo Parodi salutò e chiese se avevano Skype, la  voce femminile disse ok, e gli disse il nome e cognome di suo figlio con un NY finale. Buttarono giù la telefonata. Carlo Parodi guardava il compagno di camera poco convinto: dove voleva arrivare? Perché non aveva potuto parlare con sua nuora con quella prima telefonata? Franco Scaduto digitò BenedettoParodiNY sul computer, schiacciò chiama e comparve: nuovamente il simbolo del telefono, il rumore di un telefono che suona libero e poi un quadrato grande dove dentro c’era un bambino che disse: “Hello!”. Più piccolo, in basso, in un quadratino comparve la faccia confusa di Carlo Parodi. Subito dopo arrivarono suo figlio e sua nuora . Il bimbo era il figlio di Jennifer, la marine. Erano lì, il figlio di Carlo Parodi era lì davanti ai suoi occhi, accanto alla moglie biondo platino, incredibilmente ingrassata, fasciata in una tuta blu e gialla. Il bambino lo riconobbe dalle fotografie, anche se era molto cresciuto e parlava, come parlava: who? dad? great-grandfather? Quanto tempo era che non vedeva suo figlio? il labbro gli tremava, vide la sua immagine andare e venire dal e nel nero,  si aggiustò i capelli e si chiuse l’ultimo bottone della camicia e iniziò a parlare in uno strano miscuglio di italiano, siciliano e americano. Franco Scaduto, uscì dalla stanza senza fare rumore.

Il giorno dopo Carlo Parodi elogiò i potenti mezzi informatici di Franco Scaduto. Sembrava che il vecchio dirigente dell’Agenzia delle entrate avesse vissuto dentro un racconto di Asimov per una sera. Egli si informò, dopo quasi una settimana, di cosa volesse dire wi-fi e chiavetta ricaricabile. Spronò gli amici ad un’azione notturna per impossessarsi della password internet della casa di riposo poi annunciò che per la Santa Pasqua avrebbe avuto anche lui un motorino elettrico Deluxe, una  “testa rossa” tutta per lui.

Carlo Chierici e Gianni Montaldo detto Aldo si ritirarono nelle loro stanze e non uscirono fino al giorno dopo.

L’impresa notturna per impossessarsi della password internet della casa di riposo non fu una cosa facile.

“Il router si trova nell’ufficio della direttrice Giovanna Giovanardi”, così aveva affermato Franco Scaduto. I tre amici non ponevano domande ma si concentravano su come attuare ciò di cui l’amico aveva bisogno. Non importava sapere cosa era un router, né a cosa potesse servire, loro conoscevano il territorio (la casa di riposo Ziama) meglio di Franco Scaduto e avrebbero trovato il modo per entrare in quell’ufficio.

La prima notte Carlo Chierici, che era il primo a svegliarsi, verso le 4.30, provò semplicemente ad aprire la porta ma essa era chiusa a chiave.

Ritornando in camera passò da Franco Scaduto per informarlo. Carlo Chierici sapeva che anche lui si svegliava presto ma, a differenza sua, non rimaneva a letto a guardare le piccole macchie di umidità che crescevano negli angoli e che venivano annualmente ricoperte da un nuovo strato di pittura.

Franco Scaduto era inginocchiato ai piedi del letto, se Carlo Chierici non avesse saputo che era  un ateo convinto avrebbe detto che pregava. Che era ateo lo sapeva per via di alcuni discorsi che si tirava con Gianni Montaldo detto Aldo che scandalizzavano Carlo Parodi. Il vecchio medico pensò che l’amico stesse male e gli si avvicinò, gli mise una mano su una spalla, Franco Scaduto rimaneva immobile, gli mise due dita sul collo, giusto per vedere se pulsava ancora la vena. La pelle era sottile e secca come quella di un libro. La vena giugulare pulsava, forse un po’ velocemente, Franco Scaduto aveva dimenticato di prendere le pillole per la pressione ieri sera. Carlo Chierici tolse le dita, Franco Scaduto alzò il viso, gli occhi erano rossi ma sereni, le labbra quasi sorridenti.

Dopo essersi scambiati due scuse di circostanza uscirono entrambi dalla stanza. I corridoi erano illuminati dalle luci di emergenza, Carlo Chierici non vedeva bene, Franco Scaduto sembrava di si. Si diressero verso il salotto della televisione. Incrociarono altre ombre silenziose che vagavano nella notte, nessuno parlava, era vietato uscire dalle stanze in piena notte. In realtà non era proprio vietato, non bisognava farlo; se il guardiano notturno o l’Oss di turno trovava un ospite girovago lo denunciava il giorno dopo alla direttrice che gli aggiungeva una pillolina blu alle compresse della sera. Qualcuno amava le pilloline blu, le chiedeva esplicitamente al dottore lamentandosi dell’insonnia. Qualcuno si addormentava tanto che rimaneva svanito tutto il giorno e pian piano le Oss iniziavano a lamentarsi del suo andar giù di testa. Qualcuno non le voleva proprio e i due amici facevano parte di quest’ultima categoria. Convivevano bene con la loro insonnia, entrambi se l’erano coltivata fin da giovane età e la vecchiaia l’aveva solo accentuata.

Carlo Chierici quando era troppo stanco e angosciato si concedeva un sanax, Franco Scaduto due rosari, così come professa il catechismo di S. Pio x : “senza fretta, con attenzione e accompagnandolo col cuore”.

In un angolo del salotto, seduti davanti a una televisione spenta, Franco Scaduto raccontò all’amico la sua battaglia interiore tra la sua mente illuminista, atea di vecchio iscritto al P.C. e la sua anima. Una battaglia che ormai aveva smesso di combattere. Questa sua inclinazione beghina che lo portava a recitare il rosario nelle notti di insonnia la viveva come una malattia inevitabile della vecchiaia, come l’artrite. Quindici anni di scuola dai preti avevano lasciato inevitabili segni nella sua anima. La paura della morte prendeva le forme del diavolo con tanto di corna e gamba caprina. La salvezza aveva la forma luminosa della spada dell’arcangelo Michele: “O principe della milizia celeste, ricaccia nell’inferno Satana e gli altri spiriti maligni”.

Dopo il primo rosario il cuore di Franco Scaduto diveniva leggero, la testa svuotata, serena, i muscoli di tutto il corpo si de-contraevano e le lacrime uscivano libere.

Il problema era il primo credo sul crocifisso, gli sembrava di tradire anni di anti-clericalismo, liti con la moglie sul matrimonio, sul far battezzare i figli, domeniche fuori dalla chiesa ad aspettarla, seduto al bar, con il caffè e l’unità. Di giorno credeva in Darwin, ma ancora per quanto? Forse un paio d’anni, forse tre, poi la sua inclinazione beghina avrebbe preso il sopravvento anche di giorno. Era il declino della ragione che si aggiungeva al suo declino fisico, lento ed inevitabile. Franco Scaduto fece promettere a Carlo Chierici di non divulgare quella debolezza, anzi, che se fosse deceduto prima dell’amico di far scomparire i rosari, quelle catene di superstizione e liberazione della sua anima. Il vecchio  aveva già organizzato un funerale laico, una cerimonia di commiato, aveva già scelto le musiche e la sala assieme alla figlia, queste debolezze in grani non avrebbero dovuto confondere la sua progenie.

Carlo Chierici promise. Sicuramente l’amico aveva fatto anche testamento biologico, da qualche parte, accompagnato dalla figlia, così lontana (Hong Kong) ma così presente. I suoi figli erano a meno di 200 km di distanza e non lo avrebbero mai accompagnato a fare testamento biologico ( quello per l’eredità si, naturalmente) e non gli avrebbero mai chiesto che funerale avrebbe preferito, cattolico, buddista o altro. E lui gliene avrebbe mai parlato? Cosa voleva lui? Voleva che un prete mai visto o conosciuto parlasse di lui di fronte a una chiesa vuota? Tanto a lui che cosa gli importava? Sarebbe stato comunque dentro una bara con i clostridium perfrigens, i butirrico e i tetanii, se la memoria lo supportava, pronti a fare un bel pranzetto. Il funerale è un argomento che interessa ai vivi e la richiesta dell’amico Franco Scaduto era un pensiero amorevole verso la figlia.

Il giorno dopo Carlo Parodi propose a Gianni Montaldo detto Aldo di chiedere a Dolores le chiavi dell’ufficio della direttrice. Era un follia ma Carlo Parodi credeva nell’unico sex appeal che poteva interessare a una di “quelle”: la casa o la cittadinanza.

Gianni Montaldo detto Aldo fece di meglio, sfilò la chiave, o forse Dolores se la fece sfilare, dal grembiule.

La stessa notte i quattro amici entrarono nell’ufficio della direttrice, si facevano luce grazie a una piccola torcia a manovella che le dita nodose, dalla pelle sottile di Gianni Montaldo detto Aldo caricavano ogni tot sotto lo sguardo guardingo degli amici. Chiusero la porta, la scrivania di truciolato- finto ebano- occupava gran parte della stanza, dietro di essa una sedia di pelle nera girevole. Sotto la scrivania alcune lucine si illuminavano a varie intermittenze, sopra c’era uno schermo e un telefono. Si avvicinarono, Carlo Parodi si scontrò con la libreria che era a lato della scrivania, cadde un raccoglitore, il contenuto si sparse a terra. I quattro vecchi si fermarono, rimasero in ascolto, poi, mentre Carlo Parodi cercava di rimediare al quel pasticcio, Franco Scaduto puntò la luce sotto la scrivania, alzò il router, ovvero una scatoletta blu piena di lucine  che era appoggiata su una cassettiera. Carlo Parodi iniziò a lamentarsi che non vedeva un accidente, i tre amici cercarono di indurlo al silenzio. Dopo un po’ Franco Scaduto si arrese, la password era scritta lì, su quella scatoletta blu,  accanto a lui l’amico Carlo Chierici era pronto a scriverla su un taccuino, ma lui non riusciva a leggerla, non trovava gli altri occhiali, quelli per leggere da vicino, forse li aveva dimenticati in camera. Ci provò Carlo Chierici, finalmente Gianni Montaldo detto Aldo tirò fuori dalle tasche una lente convessa, la avvicinò al router e dettò i numeri e le lettere che vi erano impressi. Uscirono trascinandosi dietro Carlo Parodi che si lamentava del fatto di non aver potuto rimettere in ordine il faldone caduto, che sarebbero stati scoperti e pian piano il suo lamento divenne un farfuglio basso e incomprensibile.

Testa rossa. Capitolo 2. Carlo Chierici e la sua famiglia

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

Enrico Olia. Ritratto. Olio su tela. 2010

 

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici mise il telefonino in carica, lo accese. Se solo avesse avuto uno di quegli aggeggi quando lavorava. Pensò a sua moglie che qualche ventennio prima gli faceva da segretaria, lei appuntava le visite su un quaderno con la copertina rossa poi lui prendeva la macchina e andava a quegli indirizzi scritti in  calligrafia minuta, di notte e di giorno, sabato o domenica che fosse.

Lei che correva a cercarlo tra un paziente e l’altro per un parto, una febbre, un infarto. Sua moglie che suonava a casa di quel paziente o di quell’altro con il cappello in testa e la borsa di paglia, bassa e secca come era sempre stata. Lei seduta sullo sgabello in ingresso, difronte al telefono, schiena dritta: il dottore è disponibile, affermava. Lasci detto il dottore verrà sicuramente, squittiva. Il dottore è sempre disponibile, anche se il dottore ha la febbre, la polmonite, la colica. Anche il giorno del funerale della moglie il dottore fu disponibile. Così come Mario sarà disponibile il giorno del suo funerale? Pensò Carlo Chierici e già se ne pentì.

Mario non rispose al suo primo numero di telefonino, il numero pazienti. Carlo Chierici chiamò il secondo numero, quello dei festivi pensando fosse in vacanza, nessuna risposta. Anche il numero dello studio di via Gorla suonò libero, poi digitò quello di Sesto e lì lasciò un messaggio in segreteria.

– Sono papà, ho bisogno di una cosa. Chiamami sul cellulare. Grazie. Arrivederci.

Riattaccò e subito dopo fece il numero di Giulio, il suo secondogenito. Vive a Genova, ha sposato una strana donna bigia col muso da volpe di nome Antonella . Carlo Chierici l’ha vista trenta volte in trent’anni: per il matrimonio, per il funerale della moglie e in altre occasioni simili. E quando è entrato nella casa di riposo Ziama, naturalmente. Antonella è stata colei che ha scelto la sua penultima dimora perché il povero Giulio sarebbe stato capace di prendersi il vecchio padre rincoglionito  in casa. Mario di certo no. Nessuno dei due figli gliene ha mai parlato ma lui si vede la scena come se l’avesse vista su Raidue. Mario che chiama Giulio:

-Dobbiamo parlare di papà. -primo piano sui suoi raiban e sul suo smartphon.

-Io non posso permettermi col mio lavoro, poi lo sai come la penso: quando ci doveva fare da padre dove era?-

Controcampo di Giulio con in mano la cornetta del telefono di casa che dice a Giovannino, otto anni, di scendere dalle ginocchia che il nonno deve parlare con lo zio. In sottofondo il pianto di Gilda, tre anni. Giulio: non ancora in pensione ma già nonno a tempo pieno.

-Ma no, papà non è messo così male. ‘E ancora  autosufficiente.

– Per quanto? Ti ricordi il pentolino.

La storia del pentolino del latte dimenticato sul fuoco è questa. Carlo Chierici non è mai stato buono in cucina, si è sempre dimenticato qualcosa: il sale, lo zucchero, l’olio, di accendere o di spegnere il fuoco. Solo che quando hai trent’anni è che sei un uomo, un medico, devi pensare a cose più importanti del latte che straborda dal pentolino e spegne il fornello. Poi hai ottant’anni e quel pentolino segna l’inevitabile fine della tua autonomia.

– Meno male che c’era la signora Gina.

– Meno male un corno, non possiamo vivere con l’incubo che ci bruci la casa. Dobbiamo trovargli una sistemazione, ti dico che qui a Milano i pensionati costano tantissimo, dai tremila euro in su al mese.

La sera stessa Giulio ne avrà parlato con Antonella e il giorno dopo lei gli avrà presentato il depliant giallino della casa di riposo Ziama.

Mille cinquecento euro al mese, nell’entroterra ligure, idealmente a metà strada tra i due fratelli, abbastanza lontano da entrambi nei fatti. Cortile interno con giardino e cinque alberi. Sei panchine. Ci si può entrare con la macchina. Stanze da due a quattro posti letto. Televisioni e tombola assicurata. Con cento euro in più al mese lavano la biancheria. Medicine escluse. Il medico viene a visitare i pazienti una volta al mese. Se, per qualunque motivo, il paziente perde l’autosufficienza, il paziente deve essere trasferito in una struttura più idonea. Dalla direttrice i due fratelli hanno firmato come garanti. Lui ha firmato il consenso per vendere la casa, la sua casa. Con la sua poltrona, la sua libreria. Giulio si era offerto di mettere tutto in cantina ma Carlo Chierici ha voluto che si sbarazzassero di tutto, a loro piacimento. Si è portato dietro il minimo indispensabile: L’Odissea, tutto Dumas, i Maigret.

Come quando girava per i mercatini dell’usato e indovinava la morte di qualche suo paziente dai titoli dei libri venduti sulle bancarelle così anche i suoi libri dovevano andare a testimoniare la sua dipartita simbolica. Trattati sulle malattie infettive del secondo dopoguerra, resoconti della sconfitta della malaria in Piemonte. Ricerche sulle nuove malattie alimentari, i libri di Carlo Cipolla. Carlo Chierici teneva tutto, comprava tutto e leggeva tutto ciò che riguardava la medicina generale. Chissà chi avrà comprato quella strana rivista finanziata dalla casa farmaceutica Sigmatau con quelle belle foto di frattali? Chi avrà comprato il suo libro di medicina legale? Chi avrà comprato i libri di suo padre di ostetricia di urgenza di metà ottocento con tanto di tavole a colori su come far uscire, senza cesareo, un bimbo podalico in quattro mosse? Sempre che a qualcuno interessi, sempre che non…

Poi Giulio Chierici rispose al telefono. Già in ansia, già sentendosi in colpa. Questo bravo figlio che lui non si era mai accorto di avere.

– Sai dov’è la televisione che avete comprato alla mamma quando era ricoverata in ospedale?

Giulio Chierici non capisce  perché Gilda, che ora ha cinque anni, piagnucola. Finalmente la bambina si allontana, Giulio Chierici promette che cercherà la televisione, che chiamerà Mario per sapere se sa dov’è.

– Entro Sabato.

Da lontano, oltre la voce di Giulio e di Gilda, si sente una donna che chiede:  chi è? Cosa vuole? Sta bene?

Carlo Chierici spegne il telefono. Esce dal bagno dove si era rinchiuso alla ricerca di qualche intimità. Due vecchi come lui sono distesi sui letti, gli uni affianco agli altri, come in colonia, guardano il tg5. Fuori inizia a piovigginare. Le luci nel corridoio si accendono automaticamente.

A Carlo Parodi le cose sono andate meglio: le tre figlie hanno tutte risposto che chiameranno la direttrice e  metteranno la cosa a posto ma Carlo Parodi non è così sicuro e orgoglioso della sua prole come in altri momenti, forse perché non c’era suo figlio Benedetto a rassicurarlo. O forse è che manca da casa da già due anni, in realtà nessuno di loro ha più una casa ma sono corpi in attesa di un’altra e ben nota destinazione, con figli e nipoti che sperano di recuperare qualcosa o almeno di non rimetterci troppi soldi in questa attesa. Gianni Montaldo detto Aldo tirò fuori un’idea che avrebbe potuto togliere la possibilità di scegliere un programma televisivo per un anno: “La signora Celestina Bellavista è convinta che ci siano i turchi in camera sua.” La notizia giungeva dalla OSS carina, Dolores, 54 anni e una quinta di reggiseno. La maggiorata aveva assicurato a  Gianni Montaldo detto Aldo che la signorina Celestina Bellavista non aveva fatto dormire nessuno al terzo piano. “Domani verrà uno specialista ma per stanotte si aspettano cose da… turchi, non so se mi spiego. ”

“La Dolores pensa che ti sia rimasta la casa, senti a me, non pensano che a quello queste donnette” . Carlo Parodi parlava a ragion veduta, la vera motivazione della sua entrata nella casa di riposo Ziama era stata una penosa storia con una certa Cecilia, ecuadoriana di quarant’anni, con tre figli in Ecuador e uno in arrivo in Italia si scoprì. Questa Cecilia gli teneva in ordine la casa e gli faceva da mangiare. Un giorno tra Carlo Parodi e la badante successe qualcosa che fece supporre che il figlio che l’ecuadoriana portava in grembo fosse, o potesse essere plausibile che fosse, di Carlo Parodi. Carlo Parodi cercò di comprare il silenzio della donna offrendole del denaro. Dopo un paio di mesi le figlie si accorsero che mancavano diverse migliaia di euro dal conto e ne chiesero spiegazione prima al presunto padre reticente e poi alla donna. Quando lei interpretò la parte della povera donna ingravidata e abbandonata Carlo Parodi venne spedito da un andrologo il  quale dichiarò la sua impotenza. Dopo questa sentenza Carlo Parodi si rifiutò di alzarsi dal letto, di bere e di mangiare finché non venne ricoverato in ospedale. Lì non diede segni di vita se non dopo essere stato idratato via flebo e le sue figlie non piansero al suo capezzale pensandolo ormai passato a miglior vita. Si riprese e nessuno parlò più dell’argomento ma la casa di riposo Ziama acquistò un nuovo ospite. Carlo Chierici e Gianni Montaldo detto Aldo non conoscevano la storia ed archiviarono la battuta alle tendenze conservatrici, se non apertamente razziste, dell’amico.

“Dice che ha visto la signora Chiara Valle darci dentro stanotte coi turchi, se ne faceva tre o quattro alla volta  e ha dei pesci sotto il letto.”

“Vivi o morti i pesci?” domandò Carlo Chierici.

“Non lo so, ma bisognerebbe chiederglielo.”

L’ultima vecchietta suonata che aveva alloggiato alla casa di riposo Ziama era stata una mezza greca, la signora Melina. Una sera la signora Melina aveva iniziato a salutare qualcuno in un angolo del soffitto, in corridoio. Ha salutato il soffitto per un mese e mezzo, dopo ha iniziato a chiacchierare in greco con un muro vicino alla finestra.

A quel punto era difficile far finta di nulla e le hanno chiesto con chi parlasse, lei ha risposto che scambiava due parole con sua mamma, era tanto che non la vedeva; quando le hanno chiesto chi salutasse sul soffitto ha detto che era il diavolo che stava sempre lì, poverino e qualcuno doveva ben salutarlo; poi è arrivato un vecchio amico d’infanzia, poi il marito e un angelo nudo. Erano presenze allegre che dispensavano consigli e raccontavano storielle in greco. I medici hanno provato a curarla con le pillole azzurre ma lei le sputava in bagno, nascondendole sotto la lingua. Un giorno ha smesso di parlare, poi è diventata violenta. Diventare violenti era l’unica via di uscita per la casa di riposo Ziama. Non bastava avere il pannolone o non riuscire più a tenere un cucchiaio in mano. Fin che possono li tenevano i loro ospiti.

Cosa succedeva fuori dalla casa di riposo Ziama era un mistero carico di fantasmi. Qualche volta il telegiornale parlava di ospizi lagher dove i vecchi vengono legati ai letti, con quattro pannoloni per non cambiarli e le piaghe da decubito che mangiano la carne fino all’osso. Una volta, in televisione, hanno fatto vedere dei corridoi luridi pieni di spazzatura, da manicomio prima di Basaglia aveva commentato Carlo Chierici.

Alla fine della trasmissione tutti gli ospiti della Casa di riposo Ziama si reputarono fortunati e felici e, per un paio di giorni, le lamentele si diradarono, tranne per la signora Anna che aveva perso la memoria a breve termine.

Quella sera i tre amici andarono a letto dopo la loro dose di televisione e lasciarono la signorina Celestina Bellavista ai suoi turchi notturni.

Testa rossa. Capitolo 1. Carlo Chierici e i suoi amici

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 Carlo Chierici era uscito nel giardino. Il fico piangeva grosse foglie gialle che Alex combatteva con il suo rastrello sdentato. Erano le 10 e un quarto, gli ospiti della casa di riposo Ziama erano riuniti nella sala mensa. Un’animatrice della cooperativa “Sole in inverno” aveva organizzato la tombola. L’animatrice non sapeva che le pedine erano truccate, c’erano una sovrabbondanza di 13, 44, 77 e 89. Le pedine, e le schedine, le aveva truccate Mario Ginevrini due anni prima. Poi se n’era dimenticato. Si era dimenticato anche che si chiamava Mario Ginevrini e passava tutta la giornata a letto a pisciare nel catetere.

A Carlo Chierici non piaceva la cooperativa “Sole in inverno”, erano quasi tutti sudamericani e lui aveva il sospetto che non fossero realmente infermieri, OSS o come diavolo si facevano chiamare.

” Secondo me l’infermiere era un addetto mensa la settimana scorsa.”

“Ma come fai a riconoscerli, sono tutti uguali.”

Gianni Montaldo detto Aldo e Carlo Parodi erano i suoi amici, giocavano a carte assieme, si scambiavano il giornale, erano tutti e tre appassionati di Formula uno.

Così, tanto per appassionarsi di qualcosa e avere delle date da segnarsi sul calendario. Carlo Chierici era stato un medico di famiglia, quando la medicina si faceva per davvero, con le diagnosi e pochi strumenti. Oggi suo figlio Mario, medico generico a Sesto San Giovanni, non sapeva riconoscere un infarto da un mal di schiena senza un elettrocardiografo.

Al culmine della sua carriera era diventato dirigente U.S.L. e a questo Carlo Chierici fa risalire ogni suo male perché, all’età di 65 anni era stato mandato in pensione, senza poter prolungare l’età lavorativa. Se almeno avesse mantenuto qualche paziente. Magari da privato avrebbe potuto seguirne ancora qualcuno ma ormai era tardi, era vecchio, solo, senza uno straccio di hobby con il quale far passare le ore.

Giocare a carte non lo entusiasmava ma giochi semplici come cirulla o scopa lo divertivano, soprattutto se c’era Gianni Montaldo detto Aldo. Era il più giovane, aveva 85 anni, era un ingegnere, aveva passato tutta la sua vita tra il nord Africa e il Belgio. Si erano un po’ preoccupati quando tre mesi fa aveva iniziato a parlare in francese senza alcun motivo, poi era passato al latino. Per fortuna il geriatra gli aveva fornito delle pillole azzurre da prendere tre volte al giorno che lo avevano restituito all’italiano. Scherzando Gianni Montaldo detto Aldo aveva detto che solo se iniziava a parlare greco antico c’era da preoccuparsi veramente, con il francese e con il latino faceva confusione anche a trent’anni. Gianni Montaldo detto Aldo era così, scherzava su tutto e riempiva di disegni tutto quello che gli capitava sotto mano. Aveva anche una collezione di disegni fatti con la sua macchina da scrivere olivetti lettera 22 rossa. Erano disegni di uccelli, nidi, fiori, anche donne e posizioni del kamasutra, tutti fatti con i caratteri della vecchia olivetti e gli spazzi vuoti. Erano in una cartellina beige che tirava fuori una volta al mese quando pioveva e pensava a sua moglie. Contraddicendo le statistiche le loro mogli erano tutte passate a miglior vita ma forse Gianni Montaldo detto Aldo era l’unico a cui mancasse veramente. A Carlo Chierici mancava più la sua poltrona e il caffé della sua moka, non gli piaceva il caffé della casa di riposo Ziama, sapeva di sciacquatura dei piatti. Forse era perché Gianni Montaldo detto Aldo e sua moglie non avevano vissuto sempre assieme, ma si erano inseguiti per il mondo come due uccelli migratori. La metafora era sua, confessata in una sera di pioggia davanti al disegno che raffigurava la posizione del missionario creata con una Olivetti del ’78. Aveva avuto anche altre donne nelle sue imprese estere e le raccontava con disinvoltura tanto che i suoi figli avevano, prima evitato di portare i nipoti, poi avevano diradato le visite che si erano stabilizzate in una comparsata nelle feste comandate. Non che questo dispiacesse a Gianni Montaldo detto Aldo che trovava noioso il figlio maschio, Aristide Montaldo e antipatica la femmina, Chiara Montaldo. Impiegato comunale uno e maestra elementare l’altra. Scherzando insinuava che anche la moglie doveva essere stata poco fedele negli anni dell’Etiopia per aver messo al mondo quelle due salme. Giocando a cirulla Gianni Montaldo detto Aldo dava fondo alle sue storie divertenti e battute di spirito tanto che, una volta su tre la partita finiva con la direttrice, Giovanna Giovanardi, che ritirava il mazzo di carte e mandava tutti in camera o in saletta a guardare la televisione.

La televisione, sempre accesa, scandiva le giornate della casa di riposo Ziama, faro luminoso gracidava a volumi sempre più alti storie vere o quasi vere. Ogni stanza aveva la sua televisione appoggiata su una apposita mensola in alto. I telecomandi erano in possesso delle OSS e della direttrice. Nella saletta le sedie erano disposte a semicerchio davanti alla televisione più grande, anche nella sala mensa c’erano tre televisioni, e poi una in ogni camera.

La televisione era la soluzione di tutti i problemi. Se ti comportavi bene potevi scegliere il programma alla televisione, se ti comportavi male ti mandavano a vedere la televisione, se mancava l’animatrice per fare la tombola si guardava la televisione.

Questa possibilità di poter scegliere il programma della televisione creava l’altra occupazione del gruppo di amici: cercare di vedere tutte le partenze e tutti gli arrivi della formula uno. Si iniziava a rigare dritto ben due giorni prima della partenza, ogni partita di carte era sospesa, quasi non si rivolgevano la parola per il timore di dire o fare qualcosa che potesse allontanare la possibilità di scelta su un, almeno un televisore. Carlo Parodi era l’estrema soluzione. Dormiva in camera da solo ormai da otto mesi e, nel caso frequente che le vecchiaccie  del pensionato si rifiutassero di sentire il rombo dei motori della Renault (Carlo Chierici) o della McLaren(Gianni Montaldo detto Aldo) o della Ferrari (Carlo Parodi), ci si rifugiava da lui. Era stata una fortuna costata la vita a due sconosciuti che avevano tirato il gambino uno il giorno prima di arrivare alla casa di riposo Ziama e l’altro la notte stessa che era arrivato. Carlo Parodi non se n’era neanche accorto. Era andato a far colazione che il nuovo arrivato dormiva ancora, russava a suo dire, poi, quando le OSS erano andate a svegliarlo, era già morto. La cosa non gli aveva fatto né caldo né freddo, non si erano quasi presentati e tanto meno dati il buongiorno. Carlo Parodi era stato un dirigente dell’Agenzia delle entrate, siciliano. Aveva vissuto molto in America e, per via di alcuni avvenimenti di guerra, possedeva anche il doppio passaporto. Prelevato in un campo di prigionia in Marocco era stato arruolato come interprete dall’esercito americano alla fine della guerra. Era tornato in Italia nel ’46, giusto in tempo per mettere incinta la moglie del terzo figlio. Era padre di quattro figli, nonno di otto nipoti, bis-nonno di due pro-nipotini. Uno dei suoi figli era  andato a vivere in California e Jennifer, la prima nipote, si era arruolata e aveva combattuto nella prima guerra in Iraq. Alla casa di riposo Ziama arrivavano cartoline da Monterrey con stampate Harley Devinson e foto di un neonato con scarpette, bavaglino, porta-ciuccio Harley che facevano ridere Gianni Montaldo detto Aldo.

Inizialmente Carlo Parodi era appassionato di ciclismo, prima del 1954 partiva, con il figlio più grande al seguito, per vedere il giro d’Italia, poi li aveva visti in televisione. Aveva smesso quando Benedetto, il primogenito, si era sposato con Brenda ed era partito per l’America. Aveva ripreso a guardare il giro d’Italia con la pensione, ma senza il figlio si sentiva a disagio. Solo dopo qualche anno aveva scoperto la formula uno, il figlio era venuto in Italia un paio di volte per il giro di Monza. Quando quattro anni fa era entrato nella casa di riposo Ziama, comunità alloggio per anziani autosufficienti, aveva chiesto unicamente di poter vedere le partenze e gli arrivi dei maggiori campionati di formula uno.

Alla vigilia della partenza del campionato di Malesia la direttrice Giovanna Giovanardi annunciò l’arrivo di un nuovo ospite che avrebbe finalmente occupato la stanza 5, quella di Carlo Parodi.

I tre amici erano in ansia. Rischiare di non poter vedere il campionato di Malesia era impensabile. In via del tutto eccezionale decisero di incontrarsi clandestinamente. Si diedero appuntamento in giardino alle dieci e un quarto, nonostante il freddo pungente.

Carlo Chierici fu il primo ad arrivare e si posizionò sulla panchina di plastica gialla, con il giornale aperto. Dopo poco Carlo Parodi uscì dalla sala mensa e lo raggiunse zoppicando leggermente. Gianni Montaldo detto Aldo arrivò, dritto, magro, forse un po’ rigido. Non si lamentarono del freddo, né dei dolori articolari o digestivi che li affliggevano. Aspettarono che Alex finisse di raccogliere le foglie cadute a terra e, senza quasi guardarsi, esposero il problema e le possibili soluzioni.

La posizione di Carlo Parodi era di chiamare le figlie e di impugnare la clausola con cui era entrato nel pensionato: doveva poter vedere le partenze e gli arrivi  della formula uno. Se le sue tre figlie non avessero capito l’importanza avrebbe chiamato fin suo figlio Benedetto, in America. Gianni Montaldo detto Gianni non disse che, se neanche il figlio Benedetto avesse fatto qualcosa, avrebbe chiamato sua nipote Jennifer per bombardarli con una bomba al fosforo. Non lo disse ma sospirò, di chiedere aiuto ai suoi figli non era neanche da prendere in considerazione: – “Farò lo sciopero della fame” annunziò con voce solenne, ” o ci fanno vedere la partenza del campionato di Malesia o mi farò morire di inedia, come le dolci fanciulle dei romanzi di appendice”.

“Così ti nutriranno con un sondino naso gastrico”  gli rispose Carlo Chierici. “Non è una buona idea”.

“Ma avvertiremo i giornali, gli daremo una veste politica: non possono trattarci così, abbiamo dei diritti anche noi, vogliamo la nostra libertà, la libertà di vederci la partenza del campionato di Malesia.”

Carlo Chierici non rispose, pensò solo che un ultra ottantenne che veniva nutrito artificialmente non era una grande notizia. Toccava a lui dire qualcosa, non gli veniva in mente nulla. Ai suoi figli poteva chiedere di intercedere per lui? No, lo avrebbero preso per uno scemunito, un inizio di demenza senile. Poteva chiedere una televisione portatile. Il figlio Giulio ne aveva regalato una alla madre, quando era ricoverata in ospedale, magari c’era ancora, da qualche parte. ” ‘E abbastanza piccola da poterla nascondere in un armadietto e poi vederla in bagno, seduti uno sul gabinetto, uno nel seggiolino della doccia  e l’altro nella sedia a rotelle del corridoio portata dentro. Non era il massimo ma è meglio di niente.” Propose agli amici.

Il pomeriggio stesso ognuno mise in pratica i propri propositi.

Il pensionato guardava “Amici”, programma fondamentale per la vita sociale all’interno della casa di riposo Ziama, tanto che persino Gianni Montaldo detto Aldo si era piegato a osservarlo rigido, su una poltroncina in terza fila, sbirciando appena uno dei suoi Enaudi scritti ormai troppo piccoli. Nel salottino la signora Chiara Valle, novantacinque anni, insultava tutte le ballerine che entravano in scena. Nella sala mensa la signora Carla Zucchi lodava le medesime natiche con un: “è brava e bella, le daranno un programma tutto suo?”, al cambio di natiche continuava con un: “poverina, ha avuto un aborto sei mesi fa. A questa gli è morto il babbo di cancro”.

Gianni Montaldo detto Aldo si alzò e andò in camera sua lamentando un po’ di male alla schiena e iniziò a redigere una complicata lettera alla direttrice, Giovanna Giovanardi. La lettera iniziava in maniera ossequiosa, continuava con delle minacce, si intramezzava con una poesia, un inno al suo seno e si concludeva con delle oscenità. In calce disegnò una macchina della formula uno, una Ducati precisamente, dal cui tubo di scappamento usciva la parola “libertà”.