IL PARCO DI PINEROLO- Cap.2 Il parco della Ribauda

IL PARCO DI PINEROLO

 Cap.2 Il parco della Ribauda 

E di come il vigile del comune ingoia il fischietto

 Al mattino il parco della Ribauda è abitato da formiche, uccelli, farfalle, bruchi, tre famiglie di ricci, nonni che si prendono il fresco sulle panchine, mamme con le carrozzine che portano i bambini piccoli a prendersi un po’ d’aria la mattina.

Alle due il parco viene invaso dagli adolescenti che escono da scuola con le loro cartelle giganti, le ridarelle compulsive e le facce da funerale, gli squadri torvi che cercano un colpevole per tutte le pene che affliggono questo povero mondo.

Alle quattro e mezza arrivano i bambini, con i genitori al seguito, che vanno a giocare sulla casetta con lo scivolo, le altalene e i dondoli a forma di cavallo e ippopotamo: urla e grida si alzano un po’ ovunque, gli uccelli cercano rifugio sui rami più alti degli alberi.

Dalle sei alle nove è il turno di chi corre con le cuffiette nelle orecchie e la tuta da ginnastica: un esercito di ragazzi e ragazze, signori e signore non più giovani che percorrono una gara silenziosa attorno al parco con la particolarità che nessuno vince nulla.

La sera qualche coppia, di ogni età, si attarda sulle panchine, c’è anche il signor Aldo di ottant’anni con la signora che lo guarda, parlano fitti fitti: lui le parla di un certo Ungaretti, un signore che scriveva poesie, e lei gli canta i versi di una certa Anna Gorenko, una signora che scriveva in russo.

Oggi è mercoledì pomeriggio, siamo a settembre e gli alberi nascondono chiazze di colore rosso, arancione e giallo tra le foglie verde scuro; fa ancora caldo e, per proteggersi dal sole, i nonni Gino e Franco sono seduti sulle panchine sotto l’ombra di una acacia.

Furio, un boxer che indossa un golfino rosso col cappuccio, odora le loro scarpe mentre la padrona, la signorina Maristella, legge un giornale.

Dario, lo studente universitario fuori sede, corre attorno all’isolato per fermarsi a fare stretching appoggiato al muro di ingresso.

Claudia porta suo figlio Mario agli scivoli:

-Ma perché gli ho messo la maglietta bianca! Non è certo l’ideale per andare ai giochi: sotto lo scivolo e le altalene c’è la terra, anzi l’erba.

Pensa tra sé e sé la madre.

L’erba del parco della Ribauda viene curato, oltre che dai giardinieri comunali, anche da tutti gli abitanti del quartiere: la signora Carlotta, nonna di ben tre nipoti, ha aperto anche un piccolo circolo e tutti i giovedì lei, insieme ad altri pensionati del quartiere, si dedicano a curare le aiuole; Questo per dire che l’erba, nonostante i bambini, è bella fitta e soffice ma non per questo macchia meno e per di più Claudia vede arrivare dall’entrata opposta Dalila con il piccolo Homar: Dalila è famosa per le sue scorte di cioccolatini da discount che distribuisce a tutti i bambini del parco;

-Addio maglietta bianca.

Pensa Claudia e Dalila, prima ancora di salutare, ha messo la mano in borsa.

Dietro una quercia Tina e Giovanna leggono il diario l’una dell’altra e ascoltano musica dallo stesso cellulare: sono sedute a terra, sopra i loro zaini e di tanto in tanto odorano l’inchiostro profumato che colora le pagine. Giovanna urla: un oggetto volante non identificato, probabilmente una vespina, le ronza attorno; le due ragazze iniziano a correre attorno all’albero.

Le mamme che allattano si siedono sulle panchine lontano dall’entrata e parlano fitte fitte delle terribili colichette dei loro bambini.

Hai provato a mangiare semi di finocchio?

Secondo me è l’acqua, bevi troppo poco.

Se fossero già i denti?

Ludovica, Francesca e Claudio si stiracchiano a turno dentro i marsupi in cotone biologico.

Arriva Mario con il piccolo Alberto, le mamme sorridono e gli fanno posto sulla panchina: Mario è un guardiano notturno della farmacia Cristelli, quella che è aperta anche il giorno di Natale.

Vicino al cancello di ingresso del parco della Ribauda Gianni, con la sua cartella in spalla, parla con il vigile del comune che vuole suonare il fischio di chiusura del parco.

-Da quando in qua il parco chiude? Non siamo mica al parco Kennedy dove ci sono gli orari. La Ribauda è sempre aperta.

-Ordinanza comunale.

Dice laconico il vigile avvicinandosi il fischietto alle labbra.

-Cosa vuol dire ordinanza comunale?

Dario continua a correre sul posto mentre si intromette tra il poliziotto e Gianni.

-Volete mettere un’orario di chiusura al parco? E io dove vado a fare stretching?

Il poliziotto allontana il fischietto dalle labbra e risponde infastidito che no, non è che vogliono mettere un orario, è che il parco va chiuso.

-Chiuso?

Urla Gianni, è un’urlo fortissimo: se chiudono il parco lui non potrà più vedere Tina che va in un’altra scuola e lui la può vedere solo al parco dopo il doposcuola: non che Tina lo sappia che lui è innamorato di lei, neanche si sono mai rivolti la parola.

-Volete chiudere il parco?

Chiede il signor Aldo che è sceso, assieme alla signora che lo accompagna, per fare una passeggiata.

-Che succede?

Claudia si avvicina al poliziotto sgranocchiando un cioccolatino alla nocciola.

-Vogliono chiudere il parco della Ribauda!

Dario continua a saltellare su un piede e poi sull’altro, il poliziotto si avvicina nuovamente il fischietto alle labbra quando Furio inizia ad abbaiare.

-Furio, smettila!

Maristella si avvicina a Dario inseguendo il cane.

-Si innervosisce se vede la gente correre, scusi.

-Vogliono chiudere il parco della Ribauda!

-Ma hanno già chiuso il parco di via del Raviolo ieri.

-Davvero?

Il poliziotto cerca di fischiare per la terza volta.

-Scusi signor poliziotto, ma perché volete chiudere i parco della Ribauda?

-Mario, hai sentito? Vogliono chiudere il parco!

-Avete sentito?

I nonni Franco e Gino lasciano le panchine, Furio gli si avvicina odorandoli.

-Non è possibile? Se ci chiudete il parco noi dove andiamo a prendere il fresco?

-E noi dove portiamo i bambini?

-E noi dove andiamo finita la scuola?

Il poliziotto è accerchiato, non è riuscito ad emettere un solo fischio e si trova fuori dal parco.

-Io devo far rispettare degli ordini!

Urla.

-Se non ve ne andate subito e non mi lasciate chiudere i cancelli io vi denuncio per resistenza a pubblico ufficiale.

E si mette finalmente il fischietto in bocca e inizia a fischiare e a fischiare.

-Pubblico che?

-Che ha detto?

-Che c’è resistenza.

-Resistenza? Di cosa parlano, Gino?

-Della Resistenza.

-A cosa bisogna resistere, scusate?

-Alla chiusura del parco.

-Ma chi lo vuole chiudere?

-Non lo so, proviamo a chiederlo al poliziotto.

-Non si può, continua a fischiare.

-Mamma, posso fischiare anche io come il signor poliziotto?

-Mamma, perché il signor poliziotto ha smesso di fischiare?

-Mamma, perché salta il signor poliziotto?

Il poliziotto è stato morso al polpaccio da Furio, infastidito dai fischi, e ha ingoiato inavvertitamente il fischietto; Dario, lo studente fuori sede, prova a prenderlo per le spalle e a dargli dei colpi secchi allo stomaco per farglielo sputare.

Le mamme di Ludovica, Francesca e Claudio raccontano di come abbiano sentito, da altre mamme incontrate in piscina o dal pediatra, che anche altri parchi della città sono stati chiusi.

Il poliziotto sputa finalmente il fischietto in faccia a Maristella che intanto si è avvicinata per guardare meglio Dario:

-Com’è carino…ahia!

-Non è possibile!

Urlano le mamme con i bambini nel marsupio.

-Il comune sta vendendo i nostri parchi pubblici, dobbiamo fare qualcosa!

-Vendendoli e a chi?

-Ho sentito al padrone dei centri commerciali di Pinerolo.

– Ma cosa se ne fa?

-Dobbiamo fare qualcosa.

Interviene Mario.

-Si!

I ragazzi del liceo e i ragazzetti delle medie sono già disposti attorno all’entrata del parco, pronti a tutto pur di non cedere il loro parco di quartiere.

-Giusto!

Claudia e Dalila, a nome di tutte le mamme con i bambini che vanno alle elementari, danno il loro appoggio.

-Che cosa?

Chiede dolorante Maristella a Dario.

-Uaf

Fa Furio leccandogli la mano.

-Vado subito a chiamare la signora Carlotta e il suo circolo di giardinaggio.

Dice Gino e si incammina verso il civico 3, una delle tante palazzine grigie e rosa che circondano il parco.

Il poliziotto, nella confusione generale, dopo essersi rimesso in piedi, scappa: silenzio, silenzio caso mai a qualcun altro gli venisse voglia di dargli qualche altro colpo sullo stomaco.

 Torna da scuola la quinta g, una delle classi più numerose del quartiere di Baudengo, Gianni gli racconta quel che è successo e subito si forma un cordone umano lungo tutto il perimetro del parco.

Alle otto, un po’ per curiosità, un po’ per cercare chi non sta tornando per cena, tutto il quartiere di Baudengo è radunato dentro il parco. Ai lampioni asfittici il signor Bruno, quello del negozio di cose per la casa, marito della signora Claudia, ha aggiunto una striscia di lampadine al led: quelle che si utilizzano per le decorazioni natalizie, e le ha attaccate tutte attorno alla zona degli scivoli.

A turno gli abitanti del quartiere prendono parola per cercare di capire il da farsi mentre i bambini giocano, controllati dai ragazzi più grandi.

IL PARCO DI PINEROLO- Cap.1 Studio di marketing

IL PARCO DI PINEROLO

 Cap.1 Studio di marketing  

E di come Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo decise di comprare tutti i parchi della città.

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo è seduto sulla sua poltrona gialla e guarda contrariato il grafico che il manager Chiambretti proietta sul muro di fronte alla scrivania. La mano del manager Chiambretti trema quando passa dall’entrate del mese di marzo a quelle di aprile.

-Marzo e a-aprile. A-a-a-aprile- ma-ma-ma-maggio e giu-giu-giu-giu-giu-

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo ha uno scatto d’ira e lancia una penna d’oro che, come una freccia, si va a conficcare nel muro vicino all’orecchio destro del manager Chiambretti.

-Che va giù lo vedo anche io!- Tuona il padrone dei centri commerciali di Pinerolo.

-Giugno, volevo dire giugno.- Replica il povero manager sudando freddo.

La linea rossa che va giù rappresenta i soldi che il padrone guadagna con i suoi centri commerciali, è un modo che hanno i manager per spiegare le cose: se ti devono dire che oggi hai mangiato più merendine di ieri scrivono su un foglio oggi e ieri e poi ci disegnano una linea che va in su, così:

grafico 1

Ora però la linea va in giù e allora vuol dire meno soldi, che sono le merendine dei padroni dei centri commerciali.

La linea rossa inizia a scendere ad aprile, a maggio, a giugno e a luglio la linea rossa giace sul fondo del grafico per rialzarsi ad agosto e ricrollare a settembre- ottobre per riprendere a salire a novembre.

No, non è la faccia di una scimmia che va a mangiare una caramella caduta a terra e neanche una piccola montagna tra due grandi montagne o una emme rovesciata.

No, non è la faccia di una scimmia che va a mangiare una caramella caduta a terra e neanche una piccola montagna tra due grandi montagne o una emme rovesciata.

Cosa è successo? Perché le vendite nei centri commerciali di Pinerolo crollano nei mesi di aprile, maggio, giugno e settembre ottobre? Cosa succede agli abitanti di Pinerolo in quei mesi? Perché non affollano entusiasti i centri commerciali spendendo tutti i soldi che hanno in vestiti, giocattoli, telefoni cellulari ma anche in pane, latte e biscotti? -perché nei centri commerciali di Pinerolo puoi anche fare la spesa- o spendere tutti i loro soldi nei cinema, nelle palestre, nelle sale giochi? -Perché i centri commerciali di Pinerolo sono dotati di ogni confort per il divertimento di tutti, grandi e piccini!-

Quando pensa il Padrone dei centri commerciali di Pinerolo non può fare a meno di sentire gli spot pubblicitari che trasmette Telecupole sui suoi negozi.

Pensare alla pubblicità lo rilassa e quindi smette di lanciare penne contro il povero manager Chiambretti che subito si sposta, sul muro rimane la sua sagoma disegnata con le penne d’oro conficcate nel muro.

-Cosa succede ad Aprile, maggio, giugno e settembre, ottobre?- Ripete il padrone.

-E a luglio e a novembre, ma dipende dal tempo.-Dice timidamente il manager Chiambretti.

-Il tempo?- Il padrone si gira di scatto verso il manager Chiambretti e gli tira una penna d’oro. Il manager prende il suo tablet e se lo mette davanti alla faccia, giusto in tempo perché la penna si conficchi sulla custodia di pelle arancione e non sulla sua fronte. Sempre tenendo il tablet alzato il manager fa capolino: -Se a luglio non fa troppo caldo e a novembre non c’è ancora troppo freddo le vendite crollano e la linea rossa va giù e voi perdete un sacco di soldi.

Il padrone dei centri commerciali tira un’altra penna d’oro contro il manager che sposta prontamente la tavoletta.

-Se invece a luglio fa troppo caldo e a novembre fa troppo freddo le vendite aumentano, la linea rossa sale e voi guadagnate un sacco di soldi.-

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo prende un’altra penna dal cassetto della scrivania, pieno di penne d’oro, e gliela lancia contro: il manager sposta il tablet.

-Voglio la soluzione! Voglio guadagnare di più: sempre, subito, ora! Non voglio che mi parli del tempo!-

Urla, come se urlando più forte il problema potesse risolversi.

-Allora bisogna convincere la gente a venire nei vostri centri commerciali anche quando c’è bel tempo.- Dice il manager spuntando da dietro la tavoletta, a furia di penne lanciate la custodia del tablet sembra un tiro a segno, il manager si sta prudentemente avvicinando alla porta dell’ufficio.

-Per farlo bisogna: o trovare il modo di far piovere sempre.

Il padrone si alza in piedi: -Che bella idea. Pioggia, sempre pioggia! Pinerolo diventerà una palude grigia e la gente verrà nei miei centri commerciali a ritrovare i colori e il calore a pagamento. Che idea grandiosa! Ma come facciamo? Oscuriamo il sole? Spariamo alle nuvole? Troppo costoso un’altra idea!

Ordina il padrone mettendosi a sedere e lanciando una nuova penna.

-Oppure impediamo alla gente di fare dell’altro.- Aggiunge il manager da dietro il tablet.

-Dove va la gente quando non viene nei suoi centri commerciali?

Il padrone dei centri commerciali lo guarda con curiosità, che a qualcuno venga in mente di andare da qualche altra parte è un’idea che non l’ha mai sfiorato. Dove vanno i Pinerolesi quando non sono nei centri commerciali? Al lavoro, a casa, all’ospedale, a scuola o…

-Nei giardini pubblici! Lo so che può sembrare una cosa incredibile ma la gente va nei giardini pubblici quando fa bel tempo.

Il padrone è strabiliato:

– Cosa fa la gente in un giardino pubblico?

-Perde tempo.- Sentenzia il manager e con un rapido gesto clicca sul computer e cambia l’immagine proiettata sul muro, compaiono scritte e grafici tutti colorati.

-Compriamo e facciamo chiudere tutti i giardini e i parchi pubblici di Pinerolo.- Dice e spiega come il costo di tutti i giardini pubblici di Pinerolo siano pari al solo mancato guadagno di maggio e giugno e che poi, i giardini pubblici, potevano sempre essere trasformati in nuovi centri commerciali, quindi in nuovi guadagni.

-Soldi!- Urla il padrone dei centri commerciali di Pinerolo e lancia un ultima penna d’oro proprio mentre il manager Chiambretti esce dall’ufficio e chiude la porta.

Toc! Fa la penna e il manager sospira, spalle contro la porta chiusa, felice di averla scampata anche questa volta. Guarda la signora Vilma, la segretaria, e il collo gli si allunga di due centimetri, la voce diviene più acuta e urla andandole incontro: -Presto, presto, signorina, chiami il comune, l’assessore e il sindaco! Gli dica che dobbiamo comprare tutti i giardini della città. Subito, subito, presto presto, non c’è tempo da perdere qua. I parchi… tempo un mese e non ci sarà più un solo parco pubblico aperto in tutta la città!-

E le lancia sulla scrivania tutte le penne d’oro che ha conficcate sulla custodia arancione della tavoletta, si sistema la cravatta verde chiaro ed esce.

LA FAVOLOSA STORIA DEL CAMMELLO MUSTAFA E DEL GENIO ADIN cap.2

Capitolo 2

Un’amicizia 

E di come la mamma di Mustafa non sia per niente contenta.

Il cammello Mustafà e il Genio Adin diventarono  amici per la pelle, oltre a rubare i datteri passavano le giornate a fare lunghe passeggiate nel deserto. Il Genio Adin, rimpicciolito e ben accomodato nell’orecchio di Mustafa,  gli raccontava delle storie: come quella del pirata che si era innamorato della figlia dello stregone del mare, che per sposarla bisognava avere otto vite, una per ogni figlio maschio dello stregone; o quella della bella raccoglitrice di mandorle che si ritrovò a condurre in battaglia un esercito di diecimila soldati armati fino ai denti, con un armatura verde fatta di scaglie di drago. Nessuno sapeva che era una donna e nel mezzo della battaglia un nemico le fece cadere l’elmo e se non fosse stato per quel drago che tanto le doveva… O come quella del bambino indovino che per golosità riuscì a diventare re; o quella della ranocchia puzzona che faceva delle scorreggie così forti che un giorno salvò lo stagno da sola da un branco di …

-Non mi piace.

Si lamentava la mamma di Mustafa col papà.

-Non mi piace che il nostro piccolo sia così in confidenza con un Genio. I Geni sono una razza pericolosa, attirano sventure a tutti quelli che gli stanno intorno. I Geni si portano sempre dietro persone avide che vogliono farsi esaudire chissà quali desideri. Non esistono Geni che siano morti nel loro letto serenamente, nonostante i loro incredibili poteri.

-Questo perché non hanno un letto, quando hanno sonno si rimpiccioliscono e si infilano in un dattero.

Il papà di Mustafa era un dromedario grande, dal manto giallo brunito e dalla barba scura. Si innervosiva facilmente per quel che concerneva il cibo o il trasporto di carichi pesanti ma per il resto accettava gli eventi della vita masticando foglie di cactus, le sue preferite.

-Non scherzare. I Geni sono amici pericolosi e un piccolo di Genio ancora di più. Che ne sappiamo dei suoi genitori, perché l’hanno abbandonato così piccolo? Un Genio di quelle dimensioni può essere mangiato da un camaleonte, altro ché. E se poi spuntano fuori e ci incolpano di qualcosa? Che so, di avergli rubato il figlio?

La mamma di Mustafa saltellava, sbuffando e digrignando i denti.

-Io non ho portato in grembo Mustafa per 15 mesi, datogli il latte per altri 24, per poi vedermelo trasformato in una zucca o in un un fico d’india.

Il padre di Mustafa continuava a masticare la  sua pala di cactus.

-Bisogna masticare il cactus almeno sessanta volte, non cinquanta, per spezzare bene le fibre.

La madre lo guardò come si guarderebbe uno scarafaggio rosso che balla la samba.

-Non mi ascolti, non ti interessa del pericolo che corre tuo figlio. Va bene, ci devo pensare io, come sempre. Questa sera parlerò con entrambi e gli spiegherò che le cose non possono continuare così. Questa amicizia non va bene. E deve interrompersi oggi stesso. Che questo piccolo genio ritorni da dove è venuto, non importa dove ma ben lontano da qui.

 

Quella sera Mustafa e Adin ritornarono a casa con una gran quantità di fiori spinosi. Adin li aveva tutti arrotolati in un bel bouquet e lo avevano regalato alla mamma di Mustafa. Poi le era salito sul muso e le aveva dato un bel bacio tra le narici.

-Alla dromedaria che può fare invidia alla rosa del deserto custodita nel forziere del sultano.

-E’ stato Adin che ha tanto insistito a portarteli mamma, io volevo mangiarmeli.

Disse Mustafà addentando una pala di fico d’india. Il padre gli diede un’occhiataccia, poi finì con calma la sua ed disse:

-Allora siete pronti per andare a vedere le corse di dromedari?

I due amici saltarono in piedi sorridendo, Adin si mise in groppa all’amico, ormai poteva raggiungere il metro di altezza senza grossi problemi, e seguirono il padre fuori dalla tenda.

– Non fate tardi.

Disse la mamma di Mustafa iniziando a mangiarsi il bel mazzo di fiori spinosi, il suo cibo preferito.

Lei non si era accorta di come si strizzavano l’occhio tutti e tre. Era stato il papà a suggerire ai due giovani di portare un dono alla mamma per quella sera, dicendo però che era stata un’idea di Adin. Il papà gli voleva bene e non desiderava che lui se ne andasse, sapeva raccontare belle storie e conosceva tutte le corse che c’erano nelle oasi. Le commentava pure, facendolo ridere di cuore.

-Il cammello Salim si porta in testa braccato a poca distanza dal dromedario Amin. La curva stretta fa cadere Salim che fa la figura del salam. Amin in testa, mancano solo due giri alla fine della corsa e rimangono solo cinque concorrenti in gara. Burgul recupera, dista solo trenta centimetri da Amin e…

La corsa era finita come al solito: Amin, Burgul e tutti gli altri dromedari avevano iniziato a tirare morsi a destra e a manca mentre i cammelli correvano a  nascondersi tra le piante di pomodoro e i pruni. I cavalli presenti nell’oasi, quattro in tutto, ben spazzolati e in carne, li guardavano con aria schifata.

Il cavallo dal manto bianco disse:

-Come fate a guardare uno spettacolo così riprovevole, e pensare che sarebbero anche veloci e resistenti, se solo non avessero questo brutto carattere.

Il cavallo dal manto bruno disse:

-Già, la corsa non è solo una questione di muscoli, ci vuole anche cervello.

Il cavallo dal manto nero stava zitto ma annuiva mentre il cavallo dal manto grigio disse:

-E stile, una cosa che hai dromedari manca proprio. Ahia!

Mustafa gli aveva morso il garretto e questo aveva iniziato a correre ma Adin, dal canto suo, non poteva permettere che i cavalli offendessero la specie del suo amico e quindi gli aveva legato le code, tutte e quattro in un grosso nodo. Più i cavalli cercavano di scappare, più il nodo delle code si stringeva.

Si dice in giro che siano dovuti arrivare dei contadini con una grossa spada e abbiano dovuto tranciare il nodo di netto, tagliando via anche gran parte della coda a tutti e quattro i cavalli. Con le code spennacchiate i cavalli non si fecero vedere in giro per l’oasi per parecchi giorni, se ne rimasero chiusi nella stalla, ruminando il loro odio nei confronti dei dromedari.

LO SPECCHIO E LE CAVALLERIZZE DI LUMINI

Damocle

Damocle

In questo nulla il tempo è fasullo, giorni che durano mesi e notti che sono degli istanti. O notti la cui luna non tramonta mai, apro gli occhi venti volte e lei è ancora lì. Passano settimane senza che il sole si decida a sorgere. Spesso faccio finta di dormire, mi accoccolo su me stessa e rallento il respiro fino a farlo diventare quasi immobile, neanche le zanzare si accorgono che sono viva.  Ma ci riesco solo di giorno, di notte i muscoli si muovono da soli, non riesco a controllarli e più mi muovo più il respiro diventa affannoso, l’aria si fa densa e mi invade i polmoni facendomi affogare, mi corrode dall’interno come un acido e pian piano invade altre parti del mio corpo come lo stomaco.

Forse è stato solo un’illusione l’essere scappata alla madre-ragno. Una goccia del suo acido deve essere entrata dentro me e ora mi sta sciogliendo lentamente atomo per atomo.

Una pelle di donna vuota che si aggira per questa landa vuota. Sono sola anche se a volte credo che ci siano altri uomini e altre donne che vaghino sole.  Mi sono persa. Mi fermo. Ai miei piedi giace uno specchio rotto. Guardo dentro e la mia immagine si rompe in cinque me stesse differenti. Mi allontano. Si specchiano il sole bianco, il cielo grigio. Mi riavvicino. Cinque piccole me, nude, ognuna di un colore differente è a cavalcioni di un lumino da morto. La fiamma è accesa in tutti e cinque i frammenti ma le cavallerizze non sembrano scottarsi. Nonostante la luce dei lumini esse sono avvolte nel buio, un buio che non c’è attorno a me, in questo nulla persino la notte è grigia, infestata dai fuochi fatui.

Le cavallerizze volano e cambiando direzione creano delle danze, a volte a sincrono a volte in di-sicronia.  Una cavallerizza è viola, i capelli sono neri e tirati in una lunga coda alta, le vene verdi risaltano quasi iridescenti. Tiene le mani direttamente sullo stoppino del lumino e compare e scompare nel fuoco. Cavalca come se avesse fretta di andare da qualche parte, poi si ferma bruscamente e contiene il fuoco della sua candela fino a quasi spegnerla, ci si accascia e rimane immobile, scompare nel buio del suo frammento di specchio per poi riaprirsi e riprendere la sua cavalcata furiosa. A volte sembra incastrata nello specchio e sbatte con i limiti del suo frammento, altre volte corre come se lo spazio non dovesse mai esaurirsi.

A fianco una cavallerizza arancione sta’ in sella al suo lumino come una ballerina di un circo. Il lumino corre nel suo frammento ad un ritmo regolare, agile, leggero mentre lei salta, volteggia, atterra su un solo piede; l’altro in area, le mani a cestino unite sopra la testa; i capelli rossi sono raccolti a chignon. ‘E incredibilmente snodata per essere una me stessa; a volte sembra che cada e più che una ballerina ricorda un pagliaccio, ogni movimento è accompagnato da un leggero stop come a lasciare  a un pubblico inesistente il tempo per applaudire.  Il lumino si ferma, lei si mette in piedi sopra il suo dorso di cera; la fiamma, curvandosi in avanti si ingrandisce. Lei cammina come in equilibrio su una palla, ogni tre tempi getta il piede destro contro l’orecchio destro e la mano sinistra contro l’orecchio sinistro, altri tre tempi e inverte, piede sinistro orecchio sinistro, mano destra orecchio destro. A un tratto si ferma: petto in fuori, mento alzato, dritta. Ha le braccia leggermente sollevate, le mani aperte, le sue dita ondeggiano come se si udisse il rullo dei tamburi, si accuccia leggermente e salta. Il lumino si impenna, la fiamma diventa un fuoco, poi un incendio fino a raggiungerne le sue punte dei piedi allungate, sospesa nel vuoto inizia a ballare una polka.

Accanto, un terzo frammento di specchio rivela una me stessa azzurrognola, a volte dai riflessi turchesi, a volte quasi perla. Tiene le mani sul bordo del lumino, Non rifugge il fuoco né lo ricerca, cavalca veloce, a tratti si ferma, quasi ad aspettare le altre, sembra conscia del gioco di luci che  loro cinque creano nello specchio rotto. Mentre aspetta si pettina i capelli castani con le dita smaltate di argento, oppure raccoglie una goccia di cera, attenta a non farsi scottare, se la passa sul corpo azzurro come una saponetta. Oppure cavalca sicura e il suo corpo si svela di un verde intenso.

La quarta cavallerizza ha dei seri problemi a cavalcare. Sembra dismetrica, perennemente indecisa sulla direzione da prendere. ‘E una cavallerizza totalmente bianca, dagli occhi sbarrati. Cambia perennemente posizione delle mani e dei piedi finendo per imbrattarsi di cera. Quando il suo lumino corre sembra che ne abbia perso il controllo ma, quando questo si ferma, lei lo aizza inutilmente. Calci, pugni, morsi, il lumino rimane fermo. Sono bianchi entrambi e, a volte, sono indistinguibili.

Il quinto frammento ospita una me stessa rosa, a volte rossa. Ha un seno enorme e una vagina sproporzionata. Più che cavalcare sembra accoppiarsi con il lumino.

Prendo i frammenti di specchio e li lancio in cinque direzioni diverse.

Urlo: Vorrei essere Dio per disperdere le genti, per poter far eruttare i vulcani e alzare i mari sopra le vostre città e invece sono soltanto un io che in questa realtà di nulla si è persa.

La precarietà oscilla sulla mia testa come una spada di Damocle. Un giorno la realtà mi chiederà indietro tutti i giorni che le ho sottratto. Anche il nulla ha un costo.

Sono in ginocchio e prego un Dio a cui non credo. Alzo gli occhi e vedo la spada di Damocle prima evocata. Il filo della lama luccica come lacrime. Voglio scappare ma non riesco a muovermi.

Ho chiamato la spada e questa è comparsa? In questo mondo di nulla io stessa creo i miei mostri? Volontà di potenza che chiede la sua stessa morte per potersi perpetuare.

Fine di me e prolungamento di me. Mi sembra di vedere gli occhi verdi della mia cavallerizza che mi guardano. Dove l’ho lanciata? Ho paura a distogliere lo sguardo dalla lama.

D’improvviso un colpo, sento qualcosa che mi stringe la gola e il petto. Cado all’indietro. Sento il peso di qualcuno che mi ha fatto cadere fuori dalla portata della lama. Sul viso sento pungere la lana grezza del suo vestito. Il corpo sopra di me si alza e mi trascina per il braccio destro. Io Lo seguo sempre guardando la spada. Allontanandomi la riesco a scorgere nella sua totalità: è immobile, enorme, sospesa nel vuoto. Ha una forma geometrica:  la lama è una semisfera attaccata a un trapezio allungato.

Non so chi mi sta trascinando e non voglio neanche saperlo, corro guardando all’indietro.

LA FAVOLOSA STORIA DEL CAMMELLO MUSTAFA E DEL GENIO ADIN

Capitolo 1

Mustafa e Adin

Di come il cammello Mustafa incontra il Genio Adin 

oasi

Nell’oasi i datteri erano maturi, dalle palme scendevano dei rami pieni di frutti gialli, ovali e gonfi. Il cammello Mustafa si era già mangiato quasi tutti i frutti delle palme più basse quando questi erano ancora verdi. Lo doveva fare di nascosto perché se no i contadini si sarebbero arrabbiati e lo avrebbero picchiato con una foglia di palma secca.

-Aspetta, gli diceva la mamma, aspetta ancora qualche settimana e vedrai come sono buoni i datteri.

-Qualche settimana è tanti giorni e io ho fame subito. Rispondeva Mustafa con la bocca piena.

-Aspetta ancora qualche giorno e vedrai come saranno dolci i datteri. Insisteva la mamma

-Ma io ho fame adesso, tra qualche giorno… tra qualche giorno sarò morto di fame!

E si mangiava tutto: datteri, ramo che li teneva attaccati alla palma e nocciolo.

-Prima o poi ti nascerà una palma in pancia, Mustafa.

Gli diceva scherzando la mamma, che scherzasse era certo visto che anche lei si ingoiava il nocciolo, ma Mustafa non era affatto sicuro e, a volte, sentiva un solletichino in gola: – Che siano le foglie della palma che mi vogliono uscire dalla bocca? Si chiedeva ma, per quanto aprisse la bocca e per quanto si guardasse nello specchio d’acqua dell’abbeveratoio, non vedeva proprio nulla. Per sicurezza Mustafa iniziò a sputare i noccioli di dattero. L’aveva visto fare ai contadini che curavano le palme dell’oasi quando i frutti hanno cominciato a essere dolci.

-E’ anche divertente. Bisogna: stare bene attenti che nessuno ti veda, prendere il dattero tra le labbra, staccarlo dal ramo, masticarlo senza ingoiarlo, prendere la mira e sputare il nocciolo. –

A volte colpiva il tronco della palma, a volte li lanciava in acqua, altre volte prendeva di mira un posto a caso nella sabbia, ci disegnava una ics con la mente e poi fuoco! Il nocciolo rimaneva incastrato nella sabbia, proprio lì dove lui aveva deciso.

Un giorno un nocciolo, dopo essersi conficcato nella sabbia, saltò via. Mustafa si avvicinò incuriosito: -Che sia un nocciolo magico? Come quello della favola che mi ha raccontato la mamma? Un nocciolo che se lo ingoi ti può…

-Ma non puoi stare un po’ più attento? Per poco non mi ammazzavi!

La voce che proveniva dal nocciolo era stridula.

-Magari è un nocciolo parlante, uno di quelli che risponde a tutte le domande e conosce la verità e il futuro? Sarebbe bello- pensò Mustafa – Un nocciolo parlante da attaccarmi al collo come un ciondolo.-

-Ma dove guardi, caprone?

Mustafa scosse la testa: -Sarai anche un nocciolo magico e parlante ma io non sono una capra, sono un cammello! Non la vedi la mia gobba?

-Le vedo ma sei tu che non vedi me, e dire che ormai sono abbastanza grande.

Vicino al nocciolo di dattero c’era un piccolo omino dalla pelle viola, vestito con un caftano giallo e con un turbante verde. Era più piccolo del nocciolo di dattero e si contorceva tutto nell’intento di ingrandirsi. Dopo qualche minuto era diventato grande come un braccio, era tutto sudato e dalla bocca penzolava una lingua verde come il turbante.

-Visto! Esclamò quando ebbe ripreso fiato.

Mustafa era rimasto a guardarlo per tutto quel tempo, immobile.

-Che sia… non può essere altro che…Sei un Genio?

-Certo che sono un Genio! Per chi mi hai preso, per una pulce del deserto?

-Effettivamente…

-Effettivamente cosa?

-Effettivamente sei un Genio, cioè di quelli che fanno le magie non quelli che sono solo molto intelligenti.

– Dilla tutta: un Genio dai grandi poteri!

-Giusto. Disse Mustafa mentre pensava: -Allora c’era qualcosa di magico, anzi di più magico, visto che i Geni sono più magici di un nocciolo parlante.-

-E per poco non mi ammazzavi! Il piccolo genio viola lo guardava con aria di rimprovero.

– Ma se sei un Genio potente come ti poteva ammazzare un nocciolo di dattero? Ribatté Mustafa.

-Ma sei proprio una capra!

-No, sono un cammello.

-Sei una capra, mèèèè, lo sanno tutti che i piccoli di Genio possono essere uccisi da un nocciolo di dattero, e poi da quando in qua i cammelli sputano i noccioli di dattero?

-Non sono una capra, sono un cammello, e sputo i noccioli di dattero perché ho paura che mi cresca una palma nella pancia.

Il Genio guardò quel piccolo cammello arrabbiato e scoppiò a ridere.

– Una palma in pancia…Una palma in pancia! Così quando hai fame hai già i datteri in bocca e devi solo masticare! Ma sei proprio una capra! Mèèèè!

Mustafa, a vedere il piccolo Genio viola rotolarsi nella sabbia dal ridere con quella lingua verde smeraldo vennero i cinque minuti e, voltatogli le spalle, se ne andò offeso.

-Dai, scherzavo, non volevo farti andare via.

Il piccolo Genio si era attaccato alla coda di Mustafa che oscillava a una parte all’altra del suo sedere.

Mustafa provò a mordere per toglierselo di torno ma il piccolo Genio saltò sulla sua schiena.

-Guarda che se qualcuno ti vede mentre cerchi di morderti la coda penserà che sei matto .

-E tu levati, pulce del deserto! Gli disse Mustafa mostrandogli i denti.

-Dai che stavo scherzando, dove vai?

-Fatti miei. Torno a casa dalla mia mamma e dal mio papà.

-Posso venire con te?

-No.

-Per favore?

-No

-Non dirò più che sei una capra.

-Noo

-Mèèè

-Noo

-Mèè

-Non sei per niente divertente, perché non torni a casa tua?

-Non ce l’ho un casa. Sono solo.

Mustafa guardò quel piccolo Genio viola che stava in piedi sulla sua gobba. Cosa avrebbe fatto lui, Mustafa, senza la sua mamma e il suo papà?

-Non sono una capra.

-No, sei un cammello.

-Non è vero che sono un cammello, sono un dromedario, ho una gobba sola. I cammelli ne hanno due.

-Anche io non è vero che ho grandi poteri, sono troppo piccolo per averne, non riesco neanche ad ingrandirmi più di così. Però posso rimpicciolirmi, vuoi vedere?

Detto questo il Genio si restrinse talmente che Mustafa non poté più distinguerlo dai peli della sua gobba.

-E comunque io mi chiamo Adin. Disse la voce stridula del Genio, lui era scomparso ma la voce era forte e vicina.

-Dove sei? Sei diventato invisibile? Chiese Mustafa guardandosi attorno.

-No, sono nel tuo orecchio destro. Rispose la voce stridula.

-Esci subito di lì, pulce.

Adin saltò giù dall’orecchio di Mustafa e si ingrandì abbastanza da poter essere visto. La duna di sabbia era di un giallo più scuro del suo mantello e con la sua carnagione viola sembrava un frutto maturo.

-E io mi chiamo Mustafa. Rispose il dromedario che chinò la testa per permettere al Genio di salirci sopra.

IL DIO RANA

300px-Rana_pipiens_complex01Un vento freddo mi alza il vestito e mi porta il gracidare di una rana. Il gracidio sembra venire da un punto argenteo distante parecchie centinaia metri, forse anche qualche chilometro. Mi incammino cercando la rana, sicuramente sarà qui da qualche parte, non è possibile che sia allo stagno, è troppo distante. Magari anche la rana si è perduta in questa nebbia. La solitudine inizia a pesare, come l’umidità che ormai ha ridotto le mie ossa a una poltiglia molliccia: se potessi pulirle dalla carne che ci è attaccata sfoggerebbero una muffa verde.

Non c’è sole e sotto i piedi sorridono gli insetti aspettando la pioggia che li annegherà.

Il gracidio della rana si ode solo quando arriva il vento, come  un postino. Per quanto cerchi di allungare il passo il laghetto è sempre distante e sta per scendere la notte.

Come faccio da qualche tempo mi accoccolo per terra stringendomi nel vestito, quasi a formare un bozzolo. Cerco di tirare dentro più corpo possibile così da recuperare il calore, le maniche del vestito penzolano vuote. Sono sicura che non ci sia nessun essere umano in questa terra del nulla.  Persino la testa l’ho ritirata nel colletto del vestito. Nella notte ascolto il battito d’ali delle falene, sembrano allegre, felici.

Tiro fuori un occhio da sotto il mio nascondiglio portatile. Vorrei sapere il perché di tanta felicità tra le nebbie ma le falene sono già scomparse.

All’alba mi alzo, il sole è talmente pallido che la differenza tra il giorno e la notte si intuisce ma non si vede. Riacquisto la mia forma umana e mi incammino verso lo stagno. A ben guardare sembra che tutta la vita terrestre e aerea si stia dirigendo lì.  Odo una parola che aleggia nell’aria pesante: Dio.

La frenesia degli abitanti di questo limbo contrasta con i colori e il vapore in cui vivono. Questa distanza tra il grigio del nulla e l’atteggiamento allegro degli insetti mi fa diventare cattiva e vorrei compiere una strage di formiche. Alzo il piede ma vedendole camminare in fila, così ordinate che sembrano indossare il vestito buono, mi trattengo. Una mosca mi si posa sull’orecchio e sussurra: cosa porti in dono a Dio?

Vorrei cacciarla  e mi sventolo l’orecchio con la mano ma questa ritorna importunandomi con la sua domanda: cosa porti in dono a Dio?

Cosa porto in dono a Dio?

Come spinta da questi insetti trepidanti anche io inizio a correre.

Cosa porto in dono a Dio? Non ho niente, se non una vita che mi scivola tra le mani come sabbia, subisco la realtà come un’attesa ineluttabile, la gioia sono amnesie, un’effetto collaterale. Cosa porto in dono a Dio?

Dio: una grande luce, bianca, accecante, che mi scioglierà la pelle, la carne, i nervi, farà evaporare il mio sangue per accogliermi, per fondermi. Non più sola in questa terra pallida e fredda. C’è la mosca/messaggera, ci sono gli insetti/pellegrini. Corro. Il fiato corto. Sprofondo con i piedi nel fango. Continuo comunque a correre, a fatica. I miei movimenti diventano sempre più larghi e scomposti ma il fruscio di ali dei coleotteri mi sostiene: tutti andiamo verso di Lui. E non mi sento più sola, ultima donna in questa terra nebulosa. La nebbia si alza dall’acqua stagnante. L’odore delle piante putrefatte pizzica nelle narici, Io corro seguendo i coleotteri che presto spariscono nel grigio. La mosca curiosa continua a seguirmi ma ora mi pare di sentirla cantare, ha la voce di un violino. Compagna, compagna mosca, anche tu figlia di Dio. Il mio cuore fluttua nella cassa toracica. Sorella mosca, canta che Lui ci ama.

Uno schiocco mi fa fermare. Una gamba alzata, l’altra nel fango. Dal grigio è uscita una lunga e sottile lingua prensile, si è attaccata alla mia guancia spiaccicando sorella mosca, la sento dibattersi flebilmente. La lingua scivola tagliente sulla guancia, mi lascia un velo di bava pruriginosa portandosi via sorella mosca ormai muta. La lingua è scomparsa. Corro in avanti, per quel che riesco lottando contro il fango. Dopo due cadute rovinose giungo al bordo dello stagno. L’acqua mi arriva già fino all’inguine. Mi fermo, o meglio vorrei fermarmi ma non ci riesco, continuo ad affondare. Cado all’indietro e a quattro zampe riesco a raggiungere un tronco divelto che giace nel pantano. Ci salgo sopra. Ho freddo e la guancia brucia a contatto con il fango e con il sudore. Quella lingua assassina ritorna e punta verso di me. Riesco ad alzare il braccio per proteggere la faccia, la lingua vi si attorciglia e mi trascina in acqua. Mi aggrappo a un moncone di tronco. Mi si spella il palmo della mano. Stringo le gambe a cavalcioni dell’albero morto. Resisto quasi senza rendermene conto, è l’istinto di sopravvivenza che si è liberato. Il bruciore alla guancia ha lasciato spazio a un intorpidimento della parte, mi si sta addormentando il labbro superiore. La mano sinistra inizia a farmi male quando un nuvolo di moscerini arriva danzando, mi sorpassano e la lingua si scioglie dal mio braccio e, compiendo una curva, si porta via qualche decina di moscerini. Indietreggio velocemente, sempre seduta, facendo leva sulle mani e aiutandomi con le gambe, guardo il punto lattiginoso dove è scomparsa la lingua. Scendo dal tronco e continuo a indietreggiare, facendo passi leggeri sul fango affondo meno. I moscerini continuano a danzare. Sono abbastanza distante per voltarmi. Sento un sibilo e faccio a tempo a girarmi e a vedere la lingua che ritorna all’attacco. Mi scosto. La lingua compie una curva ma riesco a evitarla comunque. Vedo un cespuglio secco pieno di spine. Mi ci butto vicina, lo metto tra me e la lingua. Me lo lascio alle spalle e corro, una direzione vale l’altra e almeno ho le spalle coperte. Cosa ho portato in dono a Dio? La mia paura.

Testa rossa. Capitolo 6. Carlo Chierici e la sua moto.

2012-12-04 11.22.08

Enrico Olia 2008

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 

Carlo Chierici era seduto davanti a una ragazza magra dai capelli corti e il naso affilato. La ragazza aveva un cappello di lana cotta nero a fiori verdoni coordinato col cappotto. Stava leggendo su un computer piccolo come un vecchio libro tascabile. Quando lei lo posò sulle ginocchia per rispondere al cellulare lui vide che era in bianco e nero e non emetteva luce. Un libro-computer? Chissà se Franco Scaduto sapeva cos’era? Come si chiamava? Come si usava? Franco Scaduto gli aveva ridato la curiosità nella vita. Quando Carlo Chierici era entrato nella casa protetta Ziama pensava di dover restare solo in attesa, in attesa di quell’ultimo giorno di cui nessuno vuole più parlare, come se così non dovesse più esistere. Ora sentiva di aver troppo da scoprire e poco tempo da vivere. Ogni minuto era prezioso e voleva viverlo con le uniche persone che ancora lo amavano e lo stimavano: i suoi amici. Questa amicizia aveva un ostacolo ora: lui non aveva una motoretta elettrica. Il colpevole era suo figlio Mario. Giulio no, Giulio non avrebbe mai potuto capire, aveva altri problemi: una moglie antipatica, un figlio disoccupato, i nipoti da crescere. Mario invece era un medico come lui. Un massimalista come lui. Mentre pensava queste cose Carlo Chierici si rigirava la scatola bianca nella tasca del cappotto. Il cappello stretto nell’altra mano, adagiato sulle ginocchia. Cambiò mano al cappello e strinse le chiavi di casa di suo figlio Mario dentro l’altra tasca del cappotto: la chiave del portone, le due chiavi della porta di casa, il portachiavi con San Paolo. Prima di essere trasferito alla casa di riposo Ziama aveva vissuto per qualche settimana sballottato tra i due figli, giusto il tempo di fare qualche lavoro prima di mettere in vendita la sua casa. Giulio avrebbe voluto che stesse esclusivamente da lui ma la moglie era stata male, una colecisti; fu Carlo Chierici a chiamare Mario per farsi venire a prendere. Quella volta il primogenito non si lamentò del vecchio padre rincoglionito e lo accolse in casa. Mantennero un atteggiamento composto e distante per una settimana poi Carlo Chierici ritornò dal secondogenito. La settimana di villeggiatura a Milano venne ripetuta altre  tre volte a scadenze bi o trisettimanali, infine il vecchio medico venne trasferito alla casa protetta per persone autosufficienti Ziama. Per qualche strana ragione i figli gli avevano lasciato una copia delle chiavi delle loro case, quasi si vergognassero di chiederle indietro e lui non aveva pensato a restituirle. Forse non aveva voluto pensarci, come se quel terzo trasferimento non dovesse essere l’ultimo o il penultimo.

Carlo Chierici guardò fuori dal finestrino del treno. La periferia di Milano faceva mostra dei suoi capannoni e delle sue stazioni imbrattate. Aveva poco tempo, ogni spostamento doveva essere fatto con discrezione, se tutto fosse filato liscio sarebbe entrato in casa del figlio Mario, avrebbe sostituito i farmaci nel suo armadietto in bagno, sarebbe riuscito e avrebbe preso il treno in tempo per non far scattare l’allarme alla casa di riposo. Nessuno avrebbe messo in relazione il vecchio padre quasi novantenne, internato in un ospizio, con la prematura scomparsa di un medico di mezza età. E anche se qualche medico zelante avesse effettuato tutti i test tossicologici? Cosa altamente improbabile visto che era banale infarto di un cardiopatico, quindi soggetto a rischio. E anche se quel medico zelante trovasse traccia del suo potente antinfiammatorio? Un farmaco di uso comune, chi avrebbe mai sospettato di lui, delle pastiglie che un medico ligure gli aveva prescritto settimane in avanti per una malattia che nessuno ricordava più? E anche se fosse stato scoperto, e anche se fosse stato arrestato che cosa rischiava? Era troppo vecchio per finire in prigione e comunque nessun direttore di nessuna prigione sarebbe stato più indisponente della signora Giovanna Giovanardi. Si rese conto che la odiava e sorrise di questo sentimento, lui che credeva di non avere neanche il diritto di giudicare, di compatire, di vivere.

La luce in stazione era abbagliante, grosse televisioni pendevano dal soffitto in ferro trasmettendo la pubblicità di una compagnia telefonica, l’audio dei televisori si ammutoliva quando l’altoparlante della stazione annunciava l’arrivo o la partenza dei treni. La stazione centrale di Milano gli ricordava la scena di Totò e Peppino che arrivano in piazza Duomo con con la pelliccia e il colbacco.

Uscì dalla stazione e fece la fila per salire su un taxi. Aveva davanti a sé un inglese col cappello e una valigia piccola con quattro rotelle; un tassista disse ad un altro che si rifiutava di far salire un uomo con un cappello come quello, mentre lo diceva sorrideva all’inglese il quale sorrideva di rimando. Finalmente si decise a farlo salire.

Carlo Chierici salì sul taxi successivo. Diede un indirizzo distante duecento metri dalla casa di suo figlio Mario. In macchina pensò a tutti i possibili inconvenienti: e se in casa ci fosse stato il figlio? Se ci avesse trovato una donna delle pulizie? Un’amante? Se  una vicina lo avesse visto entrare? Il tassista restò muto per tutto il tragitto, riuscì solo a dire il costo della corsa che era tre volte superiore al prezzo del biglietto del treno. Finita quest’avventura forse il vecchio medico avrebbe avuto un sacco di soldi, di lì a qualche mese, ma sicuramente non avrebbe potuto offrire neanche un caffè agli amici fino ad allora.

Si fece coraggio e aprì il portone. Il palazzo anni sessanta era arredato con passerella rossa, doppia fila di porte in vetro, piante finte da interni. Vicino all’ascensore uno specchio da strada scopriva un angolo buio: negli anni ottanta i tossici usavano quella rientranza del portone per nascondersi e fare gli agguati agli inquilini; ora i tossici erano stati tutti decimati dall’Aids ma lo specchio era rimasto. Arrivò l’ascensore, Carlo Chierici entrò, schiacciò il numero 7, l’ascensore i fermò al piano. Non c’era nessuno nel corridoio, il vecchio si avvicinò alla porta: nessun rumore proveniva dall’interno dell’appartamento. Carlo Chierici mise la chiave nella toppa in basso, girò; poi in quella in alto, la porta si aprì.

Pile di libri ovunque, scatole di scarpe, cioccolatini, bottiglie di vino o di superalcolici. La casa era luminosa nonostante l’ingombro disordinato di tutti quei regali accumulati che pazienti riconoscenti dovevano aver consegnato a suo figlio per anni. Nonostante la sala il resto della casa era in ordine, probabilmente la donna delle pulizie aveva deciso che quel caos in sala non era di sua competenza e si limitava a passare lo straccio tra una pila e l’altra. La casa era iper-riscaldata. Carlo Chierici entrò in bagno, aprì l’armadietto. Si, suo figlio prendeva ancora il Coumadin. Tre scatole facevano bella mostra di s? tra un rasoio elettrico e due dopo barba. Aprì la scatola bianca che aveva portato con sé nella tasca sinistra del cappotto e sostituì alcune pastiglie incidendo le cartine con un piccolo Opinel. Aveva dovuto rimodellare le pastiglie ad una ad una ma ora erano perfette, tenendo conto che nessun paziente cronico controlla le pastiglie che prende.

Un antinfiammatorio potente finì così tra i farmaci salva vita del figlio. Il Coumadin è un farmaco che ha iterazioni mortali con farmaci anche banali, a volte anche con alcuni cibi. Il Coumadin somministrato assieme a un buon antinfiammatorio produce un embolo celebrale. Una morte veloce e priva di sofferenza, quasi un’eutanasia.

Carlo Chierici, dopo la sostituzione, chiuse tutto: scatola, armadietto, porta del bagno, porta di ingresso. Girò le due chiavi nelle rispettive toppe, schiacciò il pulsante dell’ascensore, era ancora al piano. Uscì dal palazzo senza che nessuno lo avesse visto, le pastiglie che aveva ora in tasca erano della stessa grandezza e della stessa forma di quelle che aveva portato lui: stessa forma, stessa grandezza, principio diverso:  un principio, per uno come suo figlio Mario, mortale.

Avrebbe voluto correre ma non lo fece, non tanto per il suo ginocchio ma per non dare nell’occhio, si sentiva stupido e felice. Era anche in anticipo. Scorse una fermata della metropolitana, studiò attentamente la cartina e comprò un biglietto.

Arrivò in stazione centrale con un largo margine e comprò un pacchetto di sigari Davidoff e un accendino, se li mise in tasca. Andò al binario accompagnato da quelle decine di schermi dall’audio altalenante. Ma di che colore era diventata l’Italia? C’erano più negri o cinesi che italiani, ai sudamericani non faceva caso, ci era abituato visto che nella casa di riposo, sotto gli ottant’anni, erano la maggioranza, escludendo la direttrice, il contabile e il medico della mutua. Due carabinieri in divisa camminavano quasi all’unisono nel marciapiede difronte al suo. Una donna di colore, con una bambina legata sulla schiena, camminava facendo dondolare il maniera ipnotica un enorme sedere avvolto in stoffe colorate e lucide. Dietro di lei gli occhi dei pendolari dondolavano a loro volta. I pendolari avevano delle borse nere di pelle abbinate alle scarpe. I televisori sopra le loro teste emisero un boato da stadio subito interrotto dall’annuncio del suo treno. Veloce Carlo Chierici ci si rifugiò. Cercò il suo scompartimento e la sua poltrona passando tra le porte a pulsante. Era a quattro vagoni di distanza dal suo, forse avrebbe fatto prima a scendere invece che accanirsi su quelle porte automatiche lente e, a volte, difettose ma quel treno era il suo ritorno a casa, non voleva scendere, non voleva rischiare di perderlo. Seduto nella carrozza cinque posto 32 decise che, arrivato in piazza, avrebbe comprato anche una bottiglia di whisky da cinquanta cl. Con quello che aveva risparmiato prendendo la metropolitana invece del taxi poteva permetterselo.

Il figlio Giulio arrivò alla casa di riposo Ziama otto giorni più tardi, era vestito di nero. “Papà, perché volevi vederci? ” chiese il figlio con gli occhi infossati. “Per chiedervi perdono.” avrebbe voluto rispondere il vecchio medico, ma dopo che per una settimana aveva pensato e ripensato a quale risposta avrebbe dovuto dare a questa domanda aveva deciso che la linea melodrammatica era per lui insostenibile, per cui  preferì passare per deficiente: “l’ho dimenticato.”

La morte di un figlio probabilmente si addice al melodramma e il figlio Giulio non gli credette: “A volte il sangue capisce cose che la ragione non si immagina neanche”,  esclamò piangendo. Carlo Chierici restò impassibile, in attesa della notizia della morte del primogenito.

“Papà, scusami, Mario è morto”. Carlo Chierici non volle soffermarsi su cosa doveva scusarsi Giulio, gli interessava sapere come fosse morto Mario, se era stato un evento naturale o meno. “Di infarto, papà, lo sai del suo stato, non ha mai voluto pesare su di noi ma era malato da anni”. Non ha mai voluto farlo pesare? Al fratello forse ma a lui si. Anche quello gli aveva rinfacciato suo figlio, il cuore malandato che aveva ereditato dai i geni paterni. “E ora? che ne sarà di me?” Chiese Carlo Chierici trattenendo il respiro. Il figlio Giulio lo abbracciò e gli disse, “Non ti preoccupare papà, Mario ha lasciato tutto a me e io ti accudirò come ho sempre fatto.”

Quella notte Carlo Chierici, chiuso nella camera di Franco Scaduto e di Carlo Parodi insieme all’amico Gianni Montaldo detto Aldo, aprì il whisky e offrì un Davidoff a ciascun amico. La puzza di sigaro rimase impregnata nel bagno nonostante la ventola accesa e a Gianni Montaldo detto Aldo che rovesciò un intera boccetta di colonia per sovrastarne la puzza.

Carlo Chierici chiamava tutti i giorni il figlio Giulio e pian piano scoprì anche di amarlo quello buon figlio. Decisero assieme di utilizzare parte dei soldi dell’eredità per comprare una casa al nipote. Con grande sorpresa di tutti il nipote Giacomo comprò una casa nell’entroterra ligure, vicino alla casa di riposo Ziama. Più che una casa era una cascina, con un ricovero per gli animali, molto terreno e persino un corso d’acqua: ne avrebbero fatto un bed&breakfast con enoteca e avviato una azienda per la produzione di latte e salumi.

Decisero di far coincidere l’inaugurazione della casa con la festa per la pensione di Giulio, il nonno si sarebbe trasferito insieme al figlio e alla nuora per aiutarli nella gestione dell’azienda, come ex bancario aveva dimestichezza nella contabilità e avrebbe potuto essere utile. La moglie Antonella avrebbe fatto la pendolare tra Genova e il paese ancora per qualche anno, fino al raggiungimento della pensione.

Il nipote Giacomo stava illustrando il progetto agli amici: maiali e mucche felici, dal produttore al consumatore grazie ai negozi e ai mercatini biologici, visite guidate per i bambini delle scuole, laboratori di mungitura e di pane fatto in casa col lievito madre.  Giulio e la moglie distribuivano salame e focaccia, Antonella era meno grigio verde del solito, come se avesse smesso gli abiti da cittadina che mal le donavano e avesse ritrovato una sua dimensione. Lei in quel paese irto, in quella gola di valle v’era nata e vi aveva passato parte dell’infanzia. Si scoprì che la direttrice della residenza protetta Ziama, Giovanna Giovanardi, era una sua vecchia amica di infanzia e, quando questa arrivò, si salutarono baciandosi affettuosamente e nominandosi: Lina e Nina.

Giovannino e Gilda arrivarono urlando giù per la discesa che portava alla casa insieme a un nugolo di bambini e ragazzini: “Stanno arrivando!” Tutti si girarono verso la strada comunale: tre motorette rosse e una beige spiccavano tra i l giallo dell’autunno. Sopra ognuna di esse un uomo dalla pelle secca e dai capelli radi sorrideva.

Scesi dalle selle Carlo Chierici fece le presentazioni, suo figlio Giulio aveva un vassoio di salame e, invece di stringere mani, offriva fette di Sant’Olcese. La moglie Antonella strinse le mani nodose sotto gli occhi compiaciuti dell’amica Giovanna Giovanardi mentre il nipote e la moglie abbracciarono e baciarono gli anziani.

Carlo Chierici passò la mano sulla testa dei pronipoti che sorrisero e Gilda chiese: “Nonno, sono i tuoi amici?” “Si cara” rispose lui  “Sono Carlo Paodi, Franco Scaduto e Gianni Montaldo detto Aldo, i migliori amici del tuo bis-nonno.”

FINE