LA RANA E LO SCORPIONE- ovvero della crocerossina.

immagine presa da internet

Sabbia in tasca e fuga. Due costanti insieme alla nebbia, l’umidità e la solitudine. Sarà che mi sto’ abituando al nulla ma oggi sono quasi felice. Il movimento fisico e l’illusione di avere uno scopo deve aver messo in moto una certa quantità di endorfine. Riesco quasi a riconoscere le diverse gradazioni di grigio nel cielo. Non sarà come un tramonto sul mare con le tonalità del rosa ma tutto ha un suo fascino, basta saperlo vedere. I fiori secchi su cui i ragni hanno annodato sottili ragnatele ricordano delle decorazioni natalizie, sopratutto al mattino quando sono ancora imperlate di brina. Altre ragnatele sono ricoperte da una spessa muffa bianca, ne trovo una con tanto di grosso ragno morto, una tarantola imbiancata. Questa muffa ricorda la neve spray con cui a volte si imbiancano  gli alberi di Natale.

Con questo umore inspiegabilmente giulivo mi accosto a un nuovo laghetto semi-ghiacciato. Sulla riva incontro uno scorpione meditabondo, mi fermo a debita distanza.

-Cosa c’è che non va in me?

Mi domanda lo scorpione.

– Io voglio essere collaborativo, entusiasta, costruttivo, realista ma anche sognatore, voglio vestirmi bene ma senza essere formale, voglio guadagnare ed essere vincente senza però essere schiavo del denaro e delle apparenze.

Questo scorpione è infelice e si tortura le chele, ha già fatto strazio dell’erba che gli è accanto. Mi siedo e raccolgo le ginocchia tra le braccia.

– Vedi, neanche vuoi starmi vicino, cosa ti ho fatto? Mi conosci? Ti ho mai fatto del male?

– No.

Gli dico, ed è vero. – Non mi ha mai fatto del male, è la prima volta che lo vedo in vita mia.

– Perché allora non ti siedi vicino a me? Io cerco di essere gentile, servizievole, altruista. Sempre sorridente, mai negativo.

– Ma la tua coda contiene veleno.

Lo scorpione si alza sulle zampe dietro e diventa rosso, il pigidio attaccato alla coda inizia a tremargli puntandomi pericolosamente. Io poggio lentamente le mani a terra pronta ad alzarmi, rimango in attesa vigile.

-Non voglio dire che tu lo userai contro di me, voglio dire che c’è e io non posso non tenerlo in conto. Sarebbe stupido da parte mia, non credi?

-Ma io non ti farei mai del male. Tu sei diversa. Tu lo sai che io sono bravo e mi apprezzi per questo. Tu non sei come quella stronza della rana che mi ha chiesto di cambiare e poi se ne è andata.

Noto che quella che io che credevo fosse erba in realtà sono piccole ossa di rana spezzate, in parte sono coperte da muffe gialle.

-La rana mi ha detto: voglio essere tua amica e io l’ho amata. Nessun animale ha mai voluto essere mio amico.

-Neanche altri scorpioni?

Chiedo prudentemente.

– Gli scorpioni sono animali falsi e cattivi.

Mi risponde lui sibilando.

-La rana, dopo essersi proposta come amica ha iniziato a mettere delle condizioni: “Devi cambiare” mi diceva “Devi farlo per me, perché io ti amo.” E io la seguivo ovunque andasse, mi trasportava, se dovevo attraversare il lago. Ero la sua ombra. Una rana con un ombra di scorpione.

Una rana con un ombra di scorpione? Mi ripeto tra me e me, non è una bella immagine e questo scorpione è incredibilmente grosso, è nero con alcune striature rosso sangue. Gli occhi sono tristi, neri e lisci. Mi guardano e lentamente si avvicina.

-Vuoi essere mia amica?

Mi dice in un filo di voce, guardandomi dal basso verso l’alto.

-Mi accompagni dall’altra parte del lago? Io sono tuo amico.

Gli sorrido, non ho voglia di morire oggi e forse neanche domani.

-La rana mi diceva: “Voglio aiutarti, con me sarà tutto diverso. Con me tu sarai giusto.” E io l’amavo e volevo essere come lei mi voleva. “Salta”, mi diceva, “salta perché tutti i giusti saltano.” E io provavo a saltare con le mie sei zampe magre, il mio sproporzionato pungiglione, e i miei due piedipalpi. Dice lo scorpione accarezzandosi dolcemente le tenaglie.

– Io urlavo quando atterravo, il mio carapace rimbombava, i miei peli sensoriali bruciavano. “Devi saltare più in alto.” Mi sussurrava  la mia amata e spiccava un salto alto e flessuoso contro la luce del sole. E io saltavo e ricadevo sui miei cinque occhi laterali.

– “Gracida,” mi ordinava la mia amata, “gracida, tutti i giusti gracidano.” E intonava una dolce canzone che parlava di amore e sacrificio, di dolce perdita del sé. “Mi annullo in te, mio amato.”  Gracidava. “Soffro per te e voglio salvarti.” E io aprivo le mie fauci ma non usciva nessun suono, provavo a soffiare dentro i cheliceri, come una cicala che strofina le zampe invece di cantare, ma ancora nulla.

– “Perché non canti? Perché non salti? Non ti sforzi abbastanza? Non mi ami abbastanza?” Mi ripeteva la mia amata con gli occhi umidi e io allora soffiavo più forte dentro i miei cheliceri che contornano la mia bocca vuota.

– Mangiavo mosche, perché è quello che mangiano le rane, e grilli e larve ma io non avevo più fame. Lei si gonfiava e si sgonfiava alla luce della luna, la sua pelle era liscia e lucida, morbida, invitante. “Salta, gracida!” Guardare quella pelle… Il pigidio mi si rizzava sopra la testa e la seguiva ovunque essa andasse. Io mi vergognavo e cercavo di nascondere il mio pungiglione malvagio. Quando lei cantava e si gonfiava e si sgonfiava i dodici segmenti del mio addome si srotolava sotto il mio pigidio irto e duro.

– “Andiamo a fare una gita sul lago, amore mio?” Mi chiese un giorno.

– No, risposi. No, non posso salire su quella tua pelle liscia e morbida che si alza e si abbassa, che si gonfia e si sgonfia.

– E lei ha iniziato a vomitare crudeltà con quella sua lingua lunga e lunga, non finiva più quella lingua e io ad un tratto non la ascoltavo più e vedevo quella lingua attorno al mio pigidio. -Malvagio, crudele!- e questo spruzzava veleno e lei lo leccava -quella lingua, Dio quella lingua, quanto era lunga quella lingua.-

Io l’amavo! – Urla lo scorpione e trema, un tamburello che suona, sbatte tutti i suoi piattini di metallo assieme così lo scorpione si erge sui suoi piedipalpi dondolando il pigidio gonfio sul suo capo.

È scesa la notte, io mi sono prudentemente allontanata, il corpo dello scorpione riluce, sfosforescente nella notte.

– E lei mi disse: “sali su me.” E io non volevo ma non volevo neanche contraddirla -e rivedere quella lingua sbattere, Dio quella lingua!- . E io salii, salii su di lei, lei morbida, su di lei bagnata, calda e viscida, salii su di lei e trattenni il fiato per non sentirne l’odore invitante e muschioso. E lei nuotava nel lago e lei stava attenta che non mi si bagnassero le zampe perché mi amava e poi ad un tratto una mosca -maledetta mosca!- mi si è posata sulla schiena e lei -lei così bella, così verde, così bagnata- ha schioccato la sua lunga lingua -leccava, leccava- E io ho visto quella lingua danzare dentro i miei dodici occhi, entrare e uscire dal mio campo visivo. Entrare e uscire e poi il mio pigidio, gonfio di veleno, l’ha penetrata. Entrare e uscire e ancora e ancora. Anima mia, io volevo essere come tu mi volevi, io volevo essere un giusto ma la tua lingua -quella lingua, Dio, quella lingua!

Il canto di dolore dello scorpione è cupo, lui luna che si specchia in un lago nero. Entro dentro un boschetto, cammino e ancora sento il suo lamento. Forse è solo suggestione ma mi sembra che abbia iniziato a battere le ossicini della rana gli uni contro gli altri. Mi vengono i brividi e non solo per il freddo. Una rana con un ombra di scorpione. Cerco di salire su un albero mezzo accasciato, abbattuto da un veleno invisibile che ha bruciato la terra tutt’intorno. Non ho voglia di dormire per terra questa notte.

Testa rossa. Capitolo 6. Carlo Chierici e la sua moto.

2012-12-04 11.22.08

Enrico Olia 2008

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 

Carlo Chierici era seduto davanti a una ragazza magra dai capelli corti e il naso affilato. La ragazza aveva un cappello di lana cotta nero a fiori verdoni coordinato col cappotto. Stava leggendo su un computer piccolo come un vecchio libro tascabile. Quando lei lo posò sulle ginocchia per rispondere al cellulare lui vide che era in bianco e nero e non emetteva luce. Un libro-computer? Chissà se Franco Scaduto sapeva cos’era? Come si chiamava? Come si usava? Franco Scaduto gli aveva ridato la curiosità nella vita. Quando Carlo Chierici era entrato nella casa protetta Ziama pensava di dover restare solo in attesa, in attesa di quell’ultimo giorno di cui nessuno vuole più parlare, come se così non dovesse più esistere. Ora sentiva di aver troppo da scoprire e poco tempo da vivere. Ogni minuto era prezioso e voleva viverlo con le uniche persone che ancora lo amavano e lo stimavano: i suoi amici. Questa amicizia aveva un ostacolo ora: lui non aveva una motoretta elettrica. Il colpevole era suo figlio Mario. Giulio no, Giulio non avrebbe mai potuto capire, aveva altri problemi: una moglie antipatica, un figlio disoccupato, i nipoti da crescere. Mario invece era un medico come lui. Un massimalista come lui. Mentre pensava queste cose Carlo Chierici si rigirava la scatola bianca nella tasca del cappotto. Il cappello stretto nell’altra mano, adagiato sulle ginocchia. Cambiò mano al cappello e strinse le chiavi di casa di suo figlio Mario dentro l’altra tasca del cappotto: la chiave del portone, le due chiavi della porta di casa, il portachiavi con San Paolo. Prima di essere trasferito alla casa di riposo Ziama aveva vissuto per qualche settimana sballottato tra i due figli, giusto il tempo di fare qualche lavoro prima di mettere in vendita la sua casa. Giulio avrebbe voluto che stesse esclusivamente da lui ma la moglie era stata male, una colecisti; fu Carlo Chierici a chiamare Mario per farsi venire a prendere. Quella volta il primogenito non si lamentò del vecchio padre rincoglionito e lo accolse in casa. Mantennero un atteggiamento composto e distante per una settimana poi Carlo Chierici ritornò dal secondogenito. La settimana di villeggiatura a Milano venne ripetuta altre  tre volte a scadenze bi o trisettimanali, infine il vecchio medico venne trasferito alla casa protetta per persone autosufficienti Ziama. Per qualche strana ragione i figli gli avevano lasciato una copia delle chiavi delle loro case, quasi si vergognassero di chiederle indietro e lui non aveva pensato a restituirle. Forse non aveva voluto pensarci, come se quel terzo trasferimento non dovesse essere l’ultimo o il penultimo.

Carlo Chierici guardò fuori dal finestrino del treno. La periferia di Milano faceva mostra dei suoi capannoni e delle sue stazioni imbrattate. Aveva poco tempo, ogni spostamento doveva essere fatto con discrezione, se tutto fosse filato liscio sarebbe entrato in casa del figlio Mario, avrebbe sostituito i farmaci nel suo armadietto in bagno, sarebbe riuscito e avrebbe preso il treno in tempo per non far scattare l’allarme alla casa di riposo. Nessuno avrebbe messo in relazione il vecchio padre quasi novantenne, internato in un ospizio, con la prematura scomparsa di un medico di mezza età. E anche se qualche medico zelante avesse effettuato tutti i test tossicologici? Cosa altamente improbabile visto che era banale infarto di un cardiopatico, quindi soggetto a rischio. E anche se quel medico zelante trovasse traccia del suo potente antinfiammatorio? Un farmaco di uso comune, chi avrebbe mai sospettato di lui, delle pastiglie che un medico ligure gli aveva prescritto settimane in avanti per una malattia che nessuno ricordava più? E anche se fosse stato scoperto, e anche se fosse stato arrestato che cosa rischiava? Era troppo vecchio per finire in prigione e comunque nessun direttore di nessuna prigione sarebbe stato più indisponente della signora Giovanna Giovanardi. Si rese conto che la odiava e sorrise di questo sentimento, lui che credeva di non avere neanche il diritto di giudicare, di compatire, di vivere.

La luce in stazione era abbagliante, grosse televisioni pendevano dal soffitto in ferro trasmettendo la pubblicità di una compagnia telefonica, l’audio dei televisori si ammutoliva quando l’altoparlante della stazione annunciava l’arrivo o la partenza dei treni. La stazione centrale di Milano gli ricordava la scena di Totò e Peppino che arrivano in piazza Duomo con con la pelliccia e il colbacco.

Uscì dalla stazione e fece la fila per salire su un taxi. Aveva davanti a sé un inglese col cappello e una valigia piccola con quattro rotelle; un tassista disse ad un altro che si rifiutava di far salire un uomo con un cappello come quello, mentre lo diceva sorrideva all’inglese il quale sorrideva di rimando. Finalmente si decise a farlo salire.

Carlo Chierici salì sul taxi successivo. Diede un indirizzo distante duecento metri dalla casa di suo figlio Mario. In macchina pensò a tutti i possibili inconvenienti: e se in casa ci fosse stato il figlio? Se ci avesse trovato una donna delle pulizie? Un’amante? Se  una vicina lo avesse visto entrare? Il tassista restò muto per tutto il tragitto, riuscì solo a dire il costo della corsa che era tre volte superiore al prezzo del biglietto del treno. Finita quest’avventura forse il vecchio medico avrebbe avuto un sacco di soldi, di lì a qualche mese, ma sicuramente non avrebbe potuto offrire neanche un caffè agli amici fino ad allora.

Si fece coraggio e aprì il portone. Il palazzo anni sessanta era arredato con passerella rossa, doppia fila di porte in vetro, piante finte da interni. Vicino all’ascensore uno specchio da strada scopriva un angolo buio: negli anni ottanta i tossici usavano quella rientranza del portone per nascondersi e fare gli agguati agli inquilini; ora i tossici erano stati tutti decimati dall’Aids ma lo specchio era rimasto. Arrivò l’ascensore, Carlo Chierici entrò, schiacciò il numero 7, l’ascensore i fermò al piano. Non c’era nessuno nel corridoio, il vecchio si avvicinò alla porta: nessun rumore proveniva dall’interno dell’appartamento. Carlo Chierici mise la chiave nella toppa in basso, girò; poi in quella in alto, la porta si aprì.

Pile di libri ovunque, scatole di scarpe, cioccolatini, bottiglie di vino o di superalcolici. La casa era luminosa nonostante l’ingombro disordinato di tutti quei regali accumulati che pazienti riconoscenti dovevano aver consegnato a suo figlio per anni. Nonostante la sala il resto della casa era in ordine, probabilmente la donna delle pulizie aveva deciso che quel caos in sala non era di sua competenza e si limitava a passare lo straccio tra una pila e l’altra. La casa era iper-riscaldata. Carlo Chierici entrò in bagno, aprì l’armadietto. Si, suo figlio prendeva ancora il Coumadin. Tre scatole facevano bella mostra di s? tra un rasoio elettrico e due dopo barba. Aprì la scatola bianca che aveva portato con sé nella tasca sinistra del cappotto e sostituì alcune pastiglie incidendo le cartine con un piccolo Opinel. Aveva dovuto rimodellare le pastiglie ad una ad una ma ora erano perfette, tenendo conto che nessun paziente cronico controlla le pastiglie che prende.

Un antinfiammatorio potente finì così tra i farmaci salva vita del figlio. Il Coumadin è un farmaco che ha iterazioni mortali con farmaci anche banali, a volte anche con alcuni cibi. Il Coumadin somministrato assieme a un buon antinfiammatorio produce un embolo celebrale. Una morte veloce e priva di sofferenza, quasi un’eutanasia.

Carlo Chierici, dopo la sostituzione, chiuse tutto: scatola, armadietto, porta del bagno, porta di ingresso. Girò le due chiavi nelle rispettive toppe, schiacciò il pulsante dell’ascensore, era ancora al piano. Uscì dal palazzo senza che nessuno lo avesse visto, le pastiglie che aveva ora in tasca erano della stessa grandezza e della stessa forma di quelle che aveva portato lui: stessa forma, stessa grandezza, principio diverso:  un principio, per uno come suo figlio Mario, mortale.

Avrebbe voluto correre ma non lo fece, non tanto per il suo ginocchio ma per non dare nell’occhio, si sentiva stupido e felice. Era anche in anticipo. Scorse una fermata della metropolitana, studiò attentamente la cartina e comprò un biglietto.

Arrivò in stazione centrale con un largo margine e comprò un pacchetto di sigari Davidoff e un accendino, se li mise in tasca. Andò al binario accompagnato da quelle decine di schermi dall’audio altalenante. Ma di che colore era diventata l’Italia? C’erano più negri o cinesi che italiani, ai sudamericani non faceva caso, ci era abituato visto che nella casa di riposo, sotto gli ottant’anni, erano la maggioranza, escludendo la direttrice, il contabile e il medico della mutua. Due carabinieri in divisa camminavano quasi all’unisono nel marciapiede difronte al suo. Una donna di colore, con una bambina legata sulla schiena, camminava facendo dondolare il maniera ipnotica un enorme sedere avvolto in stoffe colorate e lucide. Dietro di lei gli occhi dei pendolari dondolavano a loro volta. I pendolari avevano delle borse nere di pelle abbinate alle scarpe. I televisori sopra le loro teste emisero un boato da stadio subito interrotto dall’annuncio del suo treno. Veloce Carlo Chierici ci si rifugiò. Cercò il suo scompartimento e la sua poltrona passando tra le porte a pulsante. Era a quattro vagoni di distanza dal suo, forse avrebbe fatto prima a scendere invece che accanirsi su quelle porte automatiche lente e, a volte, difettose ma quel treno era il suo ritorno a casa, non voleva scendere, non voleva rischiare di perderlo. Seduto nella carrozza cinque posto 32 decise che, arrivato in piazza, avrebbe comprato anche una bottiglia di whisky da cinquanta cl. Con quello che aveva risparmiato prendendo la metropolitana invece del taxi poteva permetterselo.

Il figlio Giulio arrivò alla casa di riposo Ziama otto giorni più tardi, era vestito di nero. “Papà, perché volevi vederci? ” chiese il figlio con gli occhi infossati. “Per chiedervi perdono.” avrebbe voluto rispondere il vecchio medico, ma dopo che per una settimana aveva pensato e ripensato a quale risposta avrebbe dovuto dare a questa domanda aveva deciso che la linea melodrammatica era per lui insostenibile, per cui  preferì passare per deficiente: “l’ho dimenticato.”

La morte di un figlio probabilmente si addice al melodramma e il figlio Giulio non gli credette: “A volte il sangue capisce cose che la ragione non si immagina neanche”,  esclamò piangendo. Carlo Chierici restò impassibile, in attesa della notizia della morte del primogenito.

“Papà, scusami, Mario è morto”. Carlo Chierici non volle soffermarsi su cosa doveva scusarsi Giulio, gli interessava sapere come fosse morto Mario, se era stato un evento naturale o meno. “Di infarto, papà, lo sai del suo stato, non ha mai voluto pesare su di noi ma era malato da anni”. Non ha mai voluto farlo pesare? Al fratello forse ma a lui si. Anche quello gli aveva rinfacciato suo figlio, il cuore malandato che aveva ereditato dai i geni paterni. “E ora? che ne sarà di me?” Chiese Carlo Chierici trattenendo il respiro. Il figlio Giulio lo abbracciò e gli disse, “Non ti preoccupare papà, Mario ha lasciato tutto a me e io ti accudirò come ho sempre fatto.”

Quella notte Carlo Chierici, chiuso nella camera di Franco Scaduto e di Carlo Parodi insieme all’amico Gianni Montaldo detto Aldo, aprì il whisky e offrì un Davidoff a ciascun amico. La puzza di sigaro rimase impregnata nel bagno nonostante la ventola accesa e a Gianni Montaldo detto Aldo che rovesciò un intera boccetta di colonia per sovrastarne la puzza.

Carlo Chierici chiamava tutti i giorni il figlio Giulio e pian piano scoprì anche di amarlo quello buon figlio. Decisero assieme di utilizzare parte dei soldi dell’eredità per comprare una casa al nipote. Con grande sorpresa di tutti il nipote Giacomo comprò una casa nell’entroterra ligure, vicino alla casa di riposo Ziama. Più che una casa era una cascina, con un ricovero per gli animali, molto terreno e persino un corso d’acqua: ne avrebbero fatto un bed&breakfast con enoteca e avviato una azienda per la produzione di latte e salumi.

Decisero di far coincidere l’inaugurazione della casa con la festa per la pensione di Giulio, il nonno si sarebbe trasferito insieme al figlio e alla nuora per aiutarli nella gestione dell’azienda, come ex bancario aveva dimestichezza nella contabilità e avrebbe potuto essere utile. La moglie Antonella avrebbe fatto la pendolare tra Genova e il paese ancora per qualche anno, fino al raggiungimento della pensione.

Il nipote Giacomo stava illustrando il progetto agli amici: maiali e mucche felici, dal produttore al consumatore grazie ai negozi e ai mercatini biologici, visite guidate per i bambini delle scuole, laboratori di mungitura e di pane fatto in casa col lievito madre.  Giulio e la moglie distribuivano salame e focaccia, Antonella era meno grigio verde del solito, come se avesse smesso gli abiti da cittadina che mal le donavano e avesse ritrovato una sua dimensione. Lei in quel paese irto, in quella gola di valle v’era nata e vi aveva passato parte dell’infanzia. Si scoprì che la direttrice della residenza protetta Ziama, Giovanna Giovanardi, era una sua vecchia amica di infanzia e, quando questa arrivò, si salutarono baciandosi affettuosamente e nominandosi: Lina e Nina.

Giovannino e Gilda arrivarono urlando giù per la discesa che portava alla casa insieme a un nugolo di bambini e ragazzini: “Stanno arrivando!” Tutti si girarono verso la strada comunale: tre motorette rosse e una beige spiccavano tra i l giallo dell’autunno. Sopra ognuna di esse un uomo dalla pelle secca e dai capelli radi sorrideva.

Scesi dalle selle Carlo Chierici fece le presentazioni, suo figlio Giulio aveva un vassoio di salame e, invece di stringere mani, offriva fette di Sant’Olcese. La moglie Antonella strinse le mani nodose sotto gli occhi compiaciuti dell’amica Giovanna Giovanardi mentre il nipote e la moglie abbracciarono e baciarono gli anziani.

Carlo Chierici passò la mano sulla testa dei pronipoti che sorrisero e Gilda chiese: “Nonno, sono i tuoi amici?” “Si cara” rispose lui  “Sono Carlo Paodi, Franco Scaduto e Gianni Montaldo detto Aldo, i migliori amici del tuo bis-nonno.”

FINE

Testa rossa. Capitolo 5. Carlo Chierici ha un piano.

Ritratto. Enrico Olia. Olio su tela 2010

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici, in casa di quell’estraneo che era suo figlio minore, accudito dalla gentilezza pelosa e sfacciata della nuora, era a disagio e decise che era meglio ritornare alla sua penultima dimora: la casa di riposo Ziama.

Non voleva rimanere in quella casa con le persiane perennemente chiuse. Contro chi combatteva la nuora? Contro la polvere o contro la luce? I soprammobili erano chiusi nelle vetrine, i mezzari e le tende ricoprivano finestre e divani; per terra, sopra la graniglia lucida, tappeti. A Carlo Chierici gli veniva l’asma solo a pensare ai miliardi di acari annidati in quella casa. Una volta partito il nipote con la compagna dai modi radicali e affettuosi e i terribili pro-nipotini, sarebbe rimasto solo con i “produttivi”. Espresse quindi il desiderio di tornare all’ospizio, perdon casa di riposo, entro sera. Erano le 18, in un’ora e mezza sarebbe stato nella sua camerata.

Il figlio si rabbuiò, la nuora sibilò qualche cosa all’orecchio del marito che si metteva la giacca, qualcosa riguardo al figliol prodigo.

Come poteva suo figlio Giulio vivere in un luogo così soffocante dopo che per tutta l’infanzia sua madre si era premurata di farli crescere in luoghi luminosi, aereosi, puliti. Carlo Chierici ricordò la loro casa al mare dove tutte le sere, al tramonto, la moglie posizionava le sedie rivolte ad occidente; e, riunita la famiglia, come davanti alla televisione, guardava il sole che sprofondava nel mare.

In macchina Carlo Chierici guardava quel figlio sessantenne che aveva costruito quella famiglia da solo, forse con l’aiuto della madre. Anche quel modo che aveva Giulio Chierici di continuare a parlare come se nulla fosse era di sua moglie. Ma a Carlo Chierici non gli importava di averlo ferito, messo nei guai con la nuora, pensava solo al suo primogenito che era solo in casa, lo sapeva. Era solo, come lui. Che quel bravo figlio non capisse, non lo capisse, non gli interessava; ma suo figlio, un medico come lui, lo trattasse così da pezzente, lo offendesse così con una sedia a rotelle quando lui si era ben raccomandato di volere uno scooter elettrico per anziani. Almeno in quanto medico, suo figlio, farlo sfigurare così, da pezzente, lo aveva trattato da pezzente. Duemila euro per quel bravo figlio erano una somma notevole con un figlio disoccupato, i nipoti; ma per suo figlio, un medico massimalista, solo, con una casa di proprietà a Milano, solo una? Forse ne aveva anche una in riviera. E due multiproprietà: una a San Giacomo, in montagna, e una a Parigi.

La sedia a rotelle nera era posteggiata vicino alle splendide motorette dei suoi amici: due rosse e una color crema. Il bravo figlio non entrò neppure a salutare la direttrice, ripartì di corsa per essere a Genova ad un’ora decente, la nuora doveva essere furiosa. Carlo Chierici approfittò della solitudine per spostare la sedia a rotelle nello stanzino, dove v’erano le sedie a rotelle a disposizione dei pazienti; l’indomani qualche OSS sudamericana si chiederà il  perché di una sedie a rotelle in più poi, visto che è in più e non in meno, non dirà nulla.

Carlo Chierici andò in camera e non uscì fino al giorno successivo. Avrebbe voluto restare chiuso in camera e fingersi malato come Gianni Montaldo detto Aldo ma non né aveva il carattere né la follia, quindi il giorno dopo scese a fare colazione. I suoi amici erano già al tavolo a programmare gite, tra le mani le tazze di tè con il limone e i cucchiaini di plastica per girare il dolcificante. Erano felici che fosse tornato prima, anche loro avevano anticipato il rientro per poter stare assieme. Gianni Montaldo detto Aldo raccontò con orrore la Pasqua con la figlia Chiara, ammise che la sua geniale trovata aveva minato la stabilità mentale della figlia e per nulla migliorato la sua cucina. Tutti risero, in fondo che male c’è a maltrattare una perfetta estranea, che non nutre nessun affetto per quell’ammasso di ossa ricoperte di pelle sottile e quegli occhi lattiginosi e vivaci. I quattro amici erano divisi in due padri amati e due padri ignorati (del figlio Giulio e della figlia di Aldo, Carlo Chierici non se ne ricordava). E se i figli non amano i loro genitori perché i vecchi padri devono amare quegli estranei egoisti che hanno tanto disatteso i loro sogni e le loro aspettative? Quanto potevano vivere ancora? Per quanto sarebbero stati ancora lucidi e presenti a se stessi? Che senso aveva preoccuparsi per degli adulti ben più fortunati e più sani di loro?

Gli amici uscirono quello stesso pomeriggio, in sella alle loro motorette, due rosse e una color crema. Carlo Chierici disse che aveva bruciore di stomaco e rimase in camera sua. Gli veniva da piangere. Si sentiva come un ragazzino a cui i genitori hanno fatto credere che gli avrebbero regalato il motorino e poi sotto l’albero c’era una motoretta giocattolo. Si sentiva tradito, offeso. Era arrabbiato e più era arrabbiato e più si arrabbiava. Non era consono ad un uomo di ottant’anni passati essere così arrabbiato. Gli sarebbe venuto un colpo. Non era mai stato un uomo collerico, era anche abbastanza razionale da capire che era meglio prendere le sue pastiglie per la pressione. Scese dal letto e andò in bagno. Il vecchio ragioniere, con cui condivideva la stanza da quasi tre anni, aveva pisciato ancora fuori dalla tazza. Carlo Chierici aprì l’armadietto a specchio e pensò ai suoi figli: Giulio aveva un fisico sano e forte ma un carattere debole e mite; Mario, al contrario, aveva sempre avuto un  carattere aggressivo ed egoista ma un cuore debole, soffriva di pressione alta già a vent’anni, un infarto a cinquant’anni lo aveva ancora più incattivito ma, con uno stend e un’arteria ricostruita, era ancora più rampante e abbronzato.

Il vecchio medico prese le pillole, un sorso d’acqua dal bicchiere di plastica lasciato dalle Oss accanto al lavandino. Suo figlio Mario prendeva ancora il Cumadin? Che speranza di vita poteva avere? Paradossalmente minore della sua?  -No, non esageriamo- si disse tra sé. Ma se  fosse morto prima Mario di lui, i soldi dell’eredità a chi sarebbero andati? Mario non si era mai sposato, non aveva messo al mondo degli infelici, gli unici parenti diretti erano lui, Carlo Chierici -il padre- e suo fratello Giulio Chierici con famiglia al seguito.

E se l’eredità fosse andata alla Direttrice Giovanna Giovanardi? Forse una parte ma tremila euro per una testa rossa sicuramente ci sarebbero usciti.

-Il Cumadin- pensò il vecchio medico, -Che cosa interagisce con il Cumadin in maniera mortale?- Qualcosa che poteva reperire facilmente, senza lasciare tracce? Forse si.

Quella sera Carlo Chierici stette male. Era un pessimo attore, a differenza del suo amico Aldo, ma il medico lo assecondò prescrivendo una dose omeopatica di tutti i farmaci che chiedeva. La sera stessa le scatole delle medicine adornavano il suo comodino. Carlo Chierici si sentì subito molto meglio e le pastiglie sparirono dal comodino. Solitamente le Oss recuperavano le scatole mezze piene ma, quella volta, la malattia del vecchio dottore fu tanto fugace che nessuno si ricordò che gli  fossero stati prescritti anche dei farmaci.

Carlo Chierici guarì anche dalla sua malinconia e gli amici lo invitarono ad uscire con loro, facendo a turno con le motorette e lui, per sdebitarsi, aiutava a pulirle e dava consigli su come ingannare il medico della mutua, spia assoldata dalla direttrice Giovanna Giovanardi per fermare le loro uscite pomeridiane.

Le giornate si stavano allungando e le Oss, come uccellini, diventavano più gentili e distratte. Anche loro, i quattro amici, avevano perso quell’aria stantia e rassegnata e salutavano ogni nuovo giorno con progetti di passeggiate vere o virtuali. Franco Scaduto aveva trovato un nuovo sito dove delle persone leggevano i libri, gli audiolibri si chiamavano, e la sera i quattro amici si riunivano in camera ad ascoltarli. Finiva sempre con Carlo Parodi che russava ma la cosa li divertiva di più della televisione. Potevano rileggere i libri che avevano letto in gioventù e scoprirono quante letture avevano in comune, in fondo appartenevano alla stessa generazione, avevano fatto le scuole negli stessi anni, anche se poi ebbero esperienze di vita diverse. Molte cose per cui avevano lottato in gioventù avevano perso significato e la politica italiana degli anni cinquanta risuonava lontana alle loro orecchie. La loro amicizia era l’unico presente.

Dopo un paio di settimane Carlo Chierici chiamò il figlio Giulio. Lo chiamò con Skype, giusto per non essere da meno dei suoi amici, e poi anche Giulio aveva skype e così poté fargli vedere la sua faccia risoluta che gli chiedeva di vederlo, o meglio chiedeva di poter vedere i suoi due figli da soli. Voleva vederli per raccontargli una cosa importante, una cosa che riguardava lui e loro madre. Giulio sbiancò e si prese l’incarico di chiamare il fratello per organizzare l’incontro. Carlo aggiunse che, in occasione di quell’incontro, sarebbe andato volentieri a Milano, ospite del figlio Mario.

Giulio incassò quell’ennesima  preferenza paterna senza dire nulla.

Carlo Chierici attese pazientemente notizie per una settimana, poi si spazientì. Era anziano, non era difficile sapere che in qualunque momento poteva passare dalla vita alla morte, scrutava il suo corpo come in attesa di qualche segnale infausto, si misurava la pressione tre volte al giorno e calibrava i pasti. Quell’ascolto ininterrotto del proprio stato di salute divenne ossessivo, non parlava quasi più per paura di distrarsi, teneva il cellulare in carica e spesso lo osservava. Gli amici si preoccuparono e iniziarono a fargli visita in ogni momento trascurando persino le loro uscite motorizzate. Quando Carlo Chierici si accorse della preoccupazione che aveva dato agli amici chiese aiuto loro: doveva andare a Milano da suo figlio Mario, questi non voleva incontrarlo, quindi desiderava andarci di nascosto per evitare un rifiuto, voleva andare da solo, doveva assolutamente dirgli una cosa. Carlo Parodi gli chiese di suo figlio Giulio ma la sua domanda rimase sospesa e poi dimenticata. Quel bravo figlio era stato sicuramente maltrattato da Mario, quel rampante medico  di mezza età non aveva nessuna intenzione di perdere tempo con un vecchio demente. Con un vecchio paraplegico visto il regalo che gli aveva fatto qualche mese prima. E il buon Giulio forse ancora lo supplicava.

Via internet Franco Scaduto comprò i biglietti del treno, intercity e di prima classe :  Carlo Chierici sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale entro le 15, il treno delle ore 17 lo avrebbe riportato alla casa di riposo Ziama in tempo per la cena. Cinque ore di assenza erano troppe per una semplice passeggiata quindi i quattro amici organizzarono una visita specialistica a nome di Carlo Chierici ma poi realmente effettuata da Carlo Parodi. Sarebbero andati in motoretta alla stazione e sarebbero  ritornati entro un’ora, le Oss si sarebbero messe a cercare Carlo Parodi e, dopo un po’ di ricerche, sarebbe venuto fuori che era dal medico insieme a Carlo Chierici; Carlo Parodi sarebbe tornato dicendo che il medico che visitava Carlo Chierici era in ritardo ma che comunque sarebbe arrivato per cena. Questo funzionava se le ferrovie dello stato non fossero state in ritardo e quel giorno non lo furono.

Carlo Parodi aveva lasciato la sua moto Vita color crema a Carlo Chierici. Il vecchio medico sfrecciava con il vento tra i radi capelli accanto ai suoi amici dalle moto rosse. Il paesaggio luvego correva attorno a loro, correva era una parola grossa, camminava a passo spedito, a un passo al quale loro non potevano più andare. Gianni Montaldo detto Aldo sbagliava strada ogni volta che incontravano un incrocio, alle parole degli amici ritornava veloce sui suoi passi sterzando la motoretta. Dovevano correre, andavano al massimo della velocità, 18/20 km /h. Dovevano arrivare alla stazione prima dell’arrivo del treno. Gli ultimi metri fecero anche una gara. Poi Carlo Chierici salì sul treno diretto a Milano e i due amici re-inforcarono le motorette, dovevano far scoprire l’assenza di Carlo Parodi per far guadagnare un ora all’amico, quell’ora del ritardo del medico. Non si chiesero cosa andasse a fare Carlo Chierici a Milano, non aveva importanza, erano come dei soldati chiusi nell’ultima trincea sul l’ultimo fronte. I soldati non chiedono, cercano di rimanere vivi.