LA RANA E LO SCORPIONE- ovvero della crocerossina.

immagine presa da internet

Sabbia in tasca e fuga. Due costanti insieme alla nebbia, l’umidità e la solitudine. Sarà che mi sto’ abituando al nulla ma oggi sono quasi felice. Il movimento fisico e l’illusione di avere uno scopo deve aver messo in moto una certa quantità di endorfine. Riesco quasi a riconoscere le diverse gradazioni di grigio nel cielo. Non sarà come un tramonto sul mare con le tonalità del rosa ma tutto ha un suo fascino, basta saperlo vedere. I fiori secchi su cui i ragni hanno annodato sottili ragnatele ricordano delle decorazioni natalizie, sopratutto al mattino quando sono ancora imperlate di brina. Altre ragnatele sono ricoperte da una spessa muffa bianca, ne trovo una con tanto di grosso ragno morto, una tarantola imbiancata. Questa muffa ricorda la neve spray con cui a volte si imbiancano  gli alberi di Natale.

Con questo umore inspiegabilmente giulivo mi accosto a un nuovo laghetto semi-ghiacciato. Sulla riva incontro uno scorpione meditabondo, mi fermo a debita distanza.

-Cosa c’è che non va in me?

Mi domanda lo scorpione.

– Io voglio essere collaborativo, entusiasta, costruttivo, realista ma anche sognatore, voglio vestirmi bene ma senza essere formale, voglio guadagnare ed essere vincente senza però essere schiavo del denaro e delle apparenze.

Questo scorpione è infelice e si tortura le chele, ha già fatto strazio dell’erba che gli è accanto. Mi siedo e raccolgo le ginocchia tra le braccia.

– Vedi, neanche vuoi starmi vicino, cosa ti ho fatto? Mi conosci? Ti ho mai fatto del male?

– No.

Gli dico, ed è vero. – Non mi ha mai fatto del male, è la prima volta che lo vedo in vita mia.

– Perché allora non ti siedi vicino a me? Io cerco di essere gentile, servizievole, altruista. Sempre sorridente, mai negativo.

– Ma la tua coda contiene veleno.

Lo scorpione si alza sulle zampe dietro e diventa rosso, il pigidio attaccato alla coda inizia a tremargli puntandomi pericolosamente. Io poggio lentamente le mani a terra pronta ad alzarmi, rimango in attesa vigile.

-Non voglio dire che tu lo userai contro di me, voglio dire che c’è e io non posso non tenerlo in conto. Sarebbe stupido da parte mia, non credi?

-Ma io non ti farei mai del male. Tu sei diversa. Tu lo sai che io sono bravo e mi apprezzi per questo. Tu non sei come quella stronza della rana che mi ha chiesto di cambiare e poi se ne è andata.

Noto che quella che io che credevo fosse erba in realtà sono piccole ossa di rana spezzate, in parte sono coperte da muffe gialle.

-La rana mi ha detto: voglio essere tua amica e io l’ho amata. Nessun animale ha mai voluto essere mio amico.

-Neanche altri scorpioni?

Chiedo prudentemente.

– Gli scorpioni sono animali falsi e cattivi.

Mi risponde lui sibilando.

-La rana, dopo essersi proposta come amica ha iniziato a mettere delle condizioni: “Devi cambiare” mi diceva “Devi farlo per me, perché io ti amo.” E io la seguivo ovunque andasse, mi trasportava, se dovevo attraversare il lago. Ero la sua ombra. Una rana con un ombra di scorpione.

Una rana con un ombra di scorpione? Mi ripeto tra me e me, non è una bella immagine e questo scorpione è incredibilmente grosso, è nero con alcune striature rosso sangue. Gli occhi sono tristi, neri e lisci. Mi guardano e lentamente si avvicina.

-Vuoi essere mia amica?

Mi dice in un filo di voce, guardandomi dal basso verso l’alto.

-Mi accompagni dall’altra parte del lago? Io sono tuo amico.

Gli sorrido, non ho voglia di morire oggi e forse neanche domani.

-La rana mi diceva: “Voglio aiutarti, con me sarà tutto diverso. Con me tu sarai giusto.” E io l’amavo e volevo essere come lei mi voleva. “Salta”, mi diceva, “salta perché tutti i giusti saltano.” E io provavo a saltare con le mie sei zampe magre, il mio sproporzionato pungiglione, e i miei due piedipalpi. Dice lo scorpione accarezzandosi dolcemente le tenaglie.

– Io urlavo quando atterravo, il mio carapace rimbombava, i miei peli sensoriali bruciavano. “Devi saltare più in alto.” Mi sussurrava  la mia amata e spiccava un salto alto e flessuoso contro la luce del sole. E io saltavo e ricadevo sui miei cinque occhi laterali.

– “Gracida,” mi ordinava la mia amata, “gracida, tutti i giusti gracidano.” E intonava una dolce canzone che parlava di amore e sacrificio, di dolce perdita del sé. “Mi annullo in te, mio amato.”  Gracidava. “Soffro per te e voglio salvarti.” E io aprivo le mie fauci ma non usciva nessun suono, provavo a soffiare dentro i cheliceri, come una cicala che strofina le zampe invece di cantare, ma ancora nulla.

– “Perché non canti? Perché non salti? Non ti sforzi abbastanza? Non mi ami abbastanza?” Mi ripeteva la mia amata con gli occhi umidi e io allora soffiavo più forte dentro i miei cheliceri che contornano la mia bocca vuota.

– Mangiavo mosche, perché è quello che mangiano le rane, e grilli e larve ma io non avevo più fame. Lei si gonfiava e si sgonfiava alla luce della luna, la sua pelle era liscia e lucida, morbida, invitante. “Salta, gracida!” Guardare quella pelle… Il pigidio mi si rizzava sopra la testa e la seguiva ovunque essa andasse. Io mi vergognavo e cercavo di nascondere il mio pungiglione malvagio. Quando lei cantava e si gonfiava e si sgonfiava i dodici segmenti del mio addome si srotolava sotto il mio pigidio irto e duro.

– “Andiamo a fare una gita sul lago, amore mio?” Mi chiese un giorno.

– No, risposi. No, non posso salire su quella tua pelle liscia e morbida che si alza e si abbassa, che si gonfia e si sgonfia.

– E lei ha iniziato a vomitare crudeltà con quella sua lingua lunga e lunga, non finiva più quella lingua e io ad un tratto non la ascoltavo più e vedevo quella lingua attorno al mio pigidio. -Malvagio, crudele!- e questo spruzzava veleno e lei lo leccava -quella lingua, Dio quella lingua, quanto era lunga quella lingua.-

Io l’amavo! – Urla lo scorpione e trema, un tamburello che suona, sbatte tutti i suoi piattini di metallo assieme così lo scorpione si erge sui suoi piedipalpi dondolando il pigidio gonfio sul suo capo.

È scesa la notte, io mi sono prudentemente allontanata, il corpo dello scorpione riluce, sfosforescente nella notte.

– E lei mi disse: “sali su me.” E io non volevo ma non volevo neanche contraddirla -e rivedere quella lingua sbattere, Dio quella lingua!- . E io salii, salii su di lei, lei morbida, su di lei bagnata, calda e viscida, salii su di lei e trattenni il fiato per non sentirne l’odore invitante e muschioso. E lei nuotava nel lago e lei stava attenta che non mi si bagnassero le zampe perché mi amava e poi ad un tratto una mosca -maledetta mosca!- mi si è posata sulla schiena e lei -lei così bella, così verde, così bagnata- ha schioccato la sua lunga lingua -leccava, leccava- E io ho visto quella lingua danzare dentro i miei dodici occhi, entrare e uscire dal mio campo visivo. Entrare e uscire e poi il mio pigidio, gonfio di veleno, l’ha penetrata. Entrare e uscire e ancora e ancora. Anima mia, io volevo essere come tu mi volevi, io volevo essere un giusto ma la tua lingua -quella lingua, Dio, quella lingua!

Il canto di dolore dello scorpione è cupo, lui luna che si specchia in un lago nero. Entro dentro un boschetto, cammino e ancora sento il suo lamento. Forse è solo suggestione ma mi sembra che abbia iniziato a battere le ossicini della rana gli uni contro gli altri. Mi vengono i brividi e non solo per il freddo. Una rana con un ombra di scorpione. Cerco di salire su un albero mezzo accasciato, abbattuto da un veleno invisibile che ha bruciato la terra tutt’intorno. Non ho voglia di dormire per terra questa notte.

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Parole dal nulla – Dialogo con Sisifo

E si che dovremmo esserci abituati all’essere effimeri e gettare nel nulla le nostre azioni.

Sisifo ha un bell’urlare la sua angoscia ma dopo qualche eternità avrebbe dovuto farci il callo; invece è sempre lì, sguardo stravolto, fisso sul masso che cade inesorabile; ferito dalle urla dei diavoli; i brividi per le correnti fredde che circolano sull’altura brulla, la carne dentro che brucia, per lo sforzo e la calura che ha accumulato a valle.

Sisisfo urla, ogni volta, in ugual misura.

Io invece mi deprimo. La sanità nazionale dovrebbe prevenire le terribili malattie che il logorio del nulla aprirà sulla mia carne. Forse però non si prenderà più la briga di curarle e mi lascerà corrodere come una bistecca dimenticata in fondo al sacchetto della spesa, nello scompartimento in basso del frigo.

Non sono padrona del mio destino né della mia vita, ogni mia voce risuona nel nulla e neanche l’eco riesce a raggiungerla per riportare indietro brandelli di possibilità.

Ed è proprio l’inutilità delle mie azioni, l’impossibilità di cambiare, di agire sul corso degli eventi che mi fa venir voglia di urlare a Sisifo: – E fermati! Lascia il masso a valle, seditici sopra. I diavoli arriveranno a torturarti? Ignorali, tanto ti torturano ugualmente.

– E poi?- mi risponde Sisifo,- e poi che cosa ci ho guadagnato? Non ho fatto nulla, non mi sono mosso. Sono rimasto seduto. No, non sono i diavoli il problema, neanche il masso per la verità, ma io, Sisifo, in relazione al mio masso.

-Masso, quale masso? -ribatto io, abbozzolata nella mia frustrazione- Lascia stare quel benedetto masso, cambia masso, trasporta dell’altro.

Sisifo paziente, sotto il peso del suo destino, ribatte: -E pensi che questo cambierebbe le cose? I massi in realtà sono tutti uguali, cadono. Credo che si chiami forza di gravità.

– Allora bisogna cambiare la strada. – Lo esorto io e ormai gli cammino affianco su per l’erta salita. – Va in discesa, o in piano.

– Interessante- Risponde lui sbuffando – è proprio dalla discesa che nascono tutti i miei problemi. In realtà ho provato più volte a cambiare strada, è che ho troppi pochi elementi per poter scegliere: mi illudo di scegliere, di trovare alternative, poi mi trovo sempre davanti a una salita che, inevitabilmente, si trasforma in discesa.

– Che destino del piffero: è tutto inutile.- Esclamo esasperata.

– Bella scoperta, vuoi angustiarmi ancora per tanto con queste dissertazioni da due soldi? Non sai cantare o ballare o magari raccontarmi qualche pettegolezzo succulento accaduto in questo tempo? Se vuoi possiamo appartarci dietro il masso e farci una ciulatina. Una sveltina non allarmerà i diavoli e portarsi appresso un masso così grosso può avere i suoi vantaggi.

– Scopare con Sisifo? Che idea del cavolo. A che servirebbe?

– Che domanda è? A godere, avere bei ricordi quando porto il masso e divertirsi in solitaria dopo.

Mi fermo. Sisifo continua a procedere curvo sotto il peso, è sudato, coperto solo da uno straccio che gli penzola fradicio. Dallo sforzo i muscoli sono contratti e asciutti, sembra un manichino di uno studio di anatomia.

Un Sisifo beccaccione non era quello che mi aspettavo, scendo a valle.

Arrivata in fondo alzo lo sguardo e intravedo il masso in bilico sulla vetta, prima che il masso cada, volto le spalle. Continuo la mia passeggiata nel nulla.

Forse dovrei fottermene come dice Sisifo? ( meglio, lui voleva fottermi e non so se è uguale).

Ma ha senso e di che senso vado blaterando?

Non voglio fare come la cicala che canta quando è estate e muore d’inverno, mi sembra però inevitabile perché ora mi sbatto e mi angustio come una formica ma rischio di morir di fame come una cicala quando giunge l’inverno.

Forse dovrei parlare con loro.

Annaspando nella nebbia dolciastra che penetra nei polmoni mi metto a cercare i due insetti della favola. Il naso è rivolto a terra, mi guardo i piedi, forse paurosa di schiacciarle, proprio ora che ho bisogno del loro aiuto.