LA RANA E LO SCORPIONE- ovvero della crocerossina.

immagine presa da internet

Sabbia in tasca e fuga. Due costanti insieme alla nebbia, l’umidità e la solitudine. Sarà che mi sto’ abituando al nulla ma oggi sono quasi felice. Il movimento fisico e l’illusione di avere uno scopo deve aver messo in moto una certa quantità di endorfine. Riesco quasi a riconoscere le diverse gradazioni di grigio nel cielo. Non sarà come un tramonto sul mare con le tonalità del rosa ma tutto ha un suo fascino, basta saperlo vedere. I fiori secchi su cui i ragni hanno annodato sottili ragnatele ricordano delle decorazioni natalizie, sopratutto al mattino quando sono ancora imperlate di brina. Altre ragnatele sono ricoperte da una spessa muffa bianca, ne trovo una con tanto di grosso ragno morto, una tarantola imbiancata. Questa muffa ricorda la neve spray con cui a volte si imbiancano  gli alberi di Natale.

Con questo umore inspiegabilmente giulivo mi accosto a un nuovo laghetto semi-ghiacciato. Sulla riva incontro uno scorpione meditabondo, mi fermo a debita distanza.

-Cosa c’è che non va in me?

Mi domanda lo scorpione.

– Io voglio essere collaborativo, entusiasta, costruttivo, realista ma anche sognatore, voglio vestirmi bene ma senza essere formale, voglio guadagnare ed essere vincente senza però essere schiavo del denaro e delle apparenze.

Questo scorpione è infelice e si tortura le chele, ha già fatto strazio dell’erba che gli è accanto. Mi siedo e raccolgo le ginocchia tra le braccia.

– Vedi, neanche vuoi starmi vicino, cosa ti ho fatto? Mi conosci? Ti ho mai fatto del male?

– No.

Gli dico, ed è vero. – Non mi ha mai fatto del male, è la prima volta che lo vedo in vita mia.

– Perché allora non ti siedi vicino a me? Io cerco di essere gentile, servizievole, altruista. Sempre sorridente, mai negativo.

– Ma la tua coda contiene veleno.

Lo scorpione si alza sulle zampe dietro e diventa rosso, il pigidio attaccato alla coda inizia a tremargli puntandomi pericolosamente. Io poggio lentamente le mani a terra pronta ad alzarmi, rimango in attesa vigile.

-Non voglio dire che tu lo userai contro di me, voglio dire che c’è e io non posso non tenerlo in conto. Sarebbe stupido da parte mia, non credi?

-Ma io non ti farei mai del male. Tu sei diversa. Tu lo sai che io sono bravo e mi apprezzi per questo. Tu non sei come quella stronza della rana che mi ha chiesto di cambiare e poi se ne è andata.

Noto che quella che io che credevo fosse erba in realtà sono piccole ossa di rana spezzate, in parte sono coperte da muffe gialle.

-La rana mi ha detto: voglio essere tua amica e io l’ho amata. Nessun animale ha mai voluto essere mio amico.

-Neanche altri scorpioni?

Chiedo prudentemente.

– Gli scorpioni sono animali falsi e cattivi.

Mi risponde lui sibilando.

-La rana, dopo essersi proposta come amica ha iniziato a mettere delle condizioni: “Devi cambiare” mi diceva “Devi farlo per me, perché io ti amo.” E io la seguivo ovunque andasse, mi trasportava, se dovevo attraversare il lago. Ero la sua ombra. Una rana con un ombra di scorpione.

Una rana con un ombra di scorpione? Mi ripeto tra me e me, non è una bella immagine e questo scorpione è incredibilmente grosso, è nero con alcune striature rosso sangue. Gli occhi sono tristi, neri e lisci. Mi guardano e lentamente si avvicina.

-Vuoi essere mia amica?

Mi dice in un filo di voce, guardandomi dal basso verso l’alto.

-Mi accompagni dall’altra parte del lago? Io sono tuo amico.

Gli sorrido, non ho voglia di morire oggi e forse neanche domani.

-La rana mi diceva: “Voglio aiutarti, con me sarà tutto diverso. Con me tu sarai giusto.” E io l’amavo e volevo essere come lei mi voleva. “Salta”, mi diceva, “salta perché tutti i giusti saltano.” E io provavo a saltare con le mie sei zampe magre, il mio sproporzionato pungiglione, e i miei due piedipalpi. Dice lo scorpione accarezzandosi dolcemente le tenaglie.

– Io urlavo quando atterravo, il mio carapace rimbombava, i miei peli sensoriali bruciavano. “Devi saltare più in alto.” Mi sussurrava  la mia amata e spiccava un salto alto e flessuoso contro la luce del sole. E io saltavo e ricadevo sui miei cinque occhi laterali.

– “Gracida,” mi ordinava la mia amata, “gracida, tutti i giusti gracidano.” E intonava una dolce canzone che parlava di amore e sacrificio, di dolce perdita del sé. “Mi annullo in te, mio amato.”  Gracidava. “Soffro per te e voglio salvarti.” E io aprivo le mie fauci ma non usciva nessun suono, provavo a soffiare dentro i cheliceri, come una cicala che strofina le zampe invece di cantare, ma ancora nulla.

– “Perché non canti? Perché non salti? Non ti sforzi abbastanza? Non mi ami abbastanza?” Mi ripeteva la mia amata con gli occhi umidi e io allora soffiavo più forte dentro i miei cheliceri che contornano la mia bocca vuota.

– Mangiavo mosche, perché è quello che mangiano le rane, e grilli e larve ma io non avevo più fame. Lei si gonfiava e si sgonfiava alla luce della luna, la sua pelle era liscia e lucida, morbida, invitante. “Salta, gracida!” Guardare quella pelle… Il pigidio mi si rizzava sopra la testa e la seguiva ovunque essa andasse. Io mi vergognavo e cercavo di nascondere il mio pungiglione malvagio. Quando lei cantava e si gonfiava e si sgonfiava i dodici segmenti del mio addome si srotolava sotto il mio pigidio irto e duro.

– “Andiamo a fare una gita sul lago, amore mio?” Mi chiese un giorno.

– No, risposi. No, non posso salire su quella tua pelle liscia e morbida che si alza e si abbassa, che si gonfia e si sgonfia.

– E lei ha iniziato a vomitare crudeltà con quella sua lingua lunga e lunga, non finiva più quella lingua e io ad un tratto non la ascoltavo più e vedevo quella lingua attorno al mio pigidio. -Malvagio, crudele!- e questo spruzzava veleno e lei lo leccava -quella lingua, Dio quella lingua, quanto era lunga quella lingua.-

Io l’amavo! – Urla lo scorpione e trema, un tamburello che suona, sbatte tutti i suoi piattini di metallo assieme così lo scorpione si erge sui suoi piedipalpi dondolando il pigidio gonfio sul suo capo.

È scesa la notte, io mi sono prudentemente allontanata, il corpo dello scorpione riluce, sfosforescente nella notte.

– E lei mi disse: “sali su me.” E io non volevo ma non volevo neanche contraddirla -e rivedere quella lingua sbattere, Dio quella lingua!- . E io salii, salii su di lei, lei morbida, su di lei bagnata, calda e viscida, salii su di lei e trattenni il fiato per non sentirne l’odore invitante e muschioso. E lei nuotava nel lago e lei stava attenta che non mi si bagnassero le zampe perché mi amava e poi ad un tratto una mosca -maledetta mosca!- mi si è posata sulla schiena e lei -lei così bella, così verde, così bagnata- ha schioccato la sua lunga lingua -leccava, leccava- E io ho visto quella lingua danzare dentro i miei dodici occhi, entrare e uscire dal mio campo visivo. Entrare e uscire e poi il mio pigidio, gonfio di veleno, l’ha penetrata. Entrare e uscire e ancora e ancora. Anima mia, io volevo essere come tu mi volevi, io volevo essere un giusto ma la tua lingua -quella lingua, Dio, quella lingua!

Il canto di dolore dello scorpione è cupo, lui luna che si specchia in un lago nero. Entro dentro un boschetto, cammino e ancora sento il suo lamento. Forse è solo suggestione ma mi sembra che abbia iniziato a battere le ossicini della rana gli uni contro gli altri. Mi vengono i brividi e non solo per il freddo. Una rana con un ombra di scorpione. Cerco di salire su un albero mezzo accasciato, abbattuto da un veleno invisibile che ha bruciato la terra tutt’intorno. Non ho voglia di dormire per terra questa notte.

IL PARCO DI PINEROLO- Cap.1 Studio di marketing

IL PARCO DI PINEROLO

 Cap.1 Studio di marketing  

E di come Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo decise di comprare tutti i parchi della città.

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo è seduto sulla sua poltrona gialla e guarda contrariato il grafico che il manager Chiambretti proietta sul muro di fronte alla scrivania. La mano del manager Chiambretti trema quando passa dall’entrate del mese di marzo a quelle di aprile.

-Marzo e a-aprile. A-a-a-aprile- ma-ma-ma-maggio e giu-giu-giu-giu-giu-

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo ha uno scatto d’ira e lancia una penna d’oro che, come una freccia, si va a conficcare nel muro vicino all’orecchio destro del manager Chiambretti.

-Che va giù lo vedo anche io!- Tuona il padrone dei centri commerciali di Pinerolo.

-Giugno, volevo dire giugno.- Replica il povero manager sudando freddo.

La linea rossa che va giù rappresenta i soldi che il padrone guadagna con i suoi centri commerciali, è un modo che hanno i manager per spiegare le cose: se ti devono dire che oggi hai mangiato più merendine di ieri scrivono su un foglio oggi e ieri e poi ci disegnano una linea che va in su, così:

grafico 1

Ora però la linea va in giù e allora vuol dire meno soldi, che sono le merendine dei padroni dei centri commerciali.

La linea rossa inizia a scendere ad aprile, a maggio, a giugno e a luglio la linea rossa giace sul fondo del grafico per rialzarsi ad agosto e ricrollare a settembre- ottobre per riprendere a salire a novembre.

No, non è la faccia di una scimmia che va a mangiare una caramella caduta a terra e neanche una piccola montagna tra due grandi montagne o una emme rovesciata.

No, non è la faccia di una scimmia che va a mangiare una caramella caduta a terra e neanche una piccola montagna tra due grandi montagne o una emme rovesciata.

Cosa è successo? Perché le vendite nei centri commerciali di Pinerolo crollano nei mesi di aprile, maggio, giugno e settembre ottobre? Cosa succede agli abitanti di Pinerolo in quei mesi? Perché non affollano entusiasti i centri commerciali spendendo tutti i soldi che hanno in vestiti, giocattoli, telefoni cellulari ma anche in pane, latte e biscotti? -perché nei centri commerciali di Pinerolo puoi anche fare la spesa- o spendere tutti i loro soldi nei cinema, nelle palestre, nelle sale giochi? -Perché i centri commerciali di Pinerolo sono dotati di ogni confort per il divertimento di tutti, grandi e piccini!-

Quando pensa il Padrone dei centri commerciali di Pinerolo non può fare a meno di sentire gli spot pubblicitari che trasmette Telecupole sui suoi negozi.

Pensare alla pubblicità lo rilassa e quindi smette di lanciare penne contro il povero manager Chiambretti che subito si sposta, sul muro rimane la sua sagoma disegnata con le penne d’oro conficcate nel muro.

-Cosa succede ad Aprile, maggio, giugno e settembre, ottobre?- Ripete il padrone.

-E a luglio e a novembre, ma dipende dal tempo.-Dice timidamente il manager Chiambretti.

-Il tempo?- Il padrone si gira di scatto verso il manager Chiambretti e gli tira una penna d’oro. Il manager prende il suo tablet e se lo mette davanti alla faccia, giusto in tempo perché la penna si conficchi sulla custodia di pelle arancione e non sulla sua fronte. Sempre tenendo il tablet alzato il manager fa capolino: -Se a luglio non fa troppo caldo e a novembre non c’è ancora troppo freddo le vendite crollano e la linea rossa va giù e voi perdete un sacco di soldi.

Il padrone dei centri commerciali tira un’altra penna d’oro contro il manager che sposta prontamente la tavoletta.

-Se invece a luglio fa troppo caldo e a novembre fa troppo freddo le vendite aumentano, la linea rossa sale e voi guadagnate un sacco di soldi.-

Il padrone dei centri commerciali di Pinerolo prende un’altra penna dal cassetto della scrivania, pieno di penne d’oro, e gliela lancia contro: il manager sposta il tablet.

-Voglio la soluzione! Voglio guadagnare di più: sempre, subito, ora! Non voglio che mi parli del tempo!-

Urla, come se urlando più forte il problema potesse risolversi.

-Allora bisogna convincere la gente a venire nei vostri centri commerciali anche quando c’è bel tempo.- Dice il manager spuntando da dietro la tavoletta, a furia di penne lanciate la custodia del tablet sembra un tiro a segno, il manager si sta prudentemente avvicinando alla porta dell’ufficio.

-Per farlo bisogna: o trovare il modo di far piovere sempre.

Il padrone si alza in piedi: -Che bella idea. Pioggia, sempre pioggia! Pinerolo diventerà una palude grigia e la gente verrà nei miei centri commerciali a ritrovare i colori e il calore a pagamento. Che idea grandiosa! Ma come facciamo? Oscuriamo il sole? Spariamo alle nuvole? Troppo costoso un’altra idea!

Ordina il padrone mettendosi a sedere e lanciando una nuova penna.

-Oppure impediamo alla gente di fare dell’altro.- Aggiunge il manager da dietro il tablet.

-Dove va la gente quando non viene nei suoi centri commerciali?

Il padrone dei centri commerciali lo guarda con curiosità, che a qualcuno venga in mente di andare da qualche altra parte è un’idea che non l’ha mai sfiorato. Dove vanno i Pinerolesi quando non sono nei centri commerciali? Al lavoro, a casa, all’ospedale, a scuola o…

-Nei giardini pubblici! Lo so che può sembrare una cosa incredibile ma la gente va nei giardini pubblici quando fa bel tempo.

Il padrone è strabiliato:

– Cosa fa la gente in un giardino pubblico?

-Perde tempo.- Sentenzia il manager e con un rapido gesto clicca sul computer e cambia l’immagine proiettata sul muro, compaiono scritte e grafici tutti colorati.

-Compriamo e facciamo chiudere tutti i giardini e i parchi pubblici di Pinerolo.- Dice e spiega come il costo di tutti i giardini pubblici di Pinerolo siano pari al solo mancato guadagno di maggio e giugno e che poi, i giardini pubblici, potevano sempre essere trasformati in nuovi centri commerciali, quindi in nuovi guadagni.

-Soldi!- Urla il padrone dei centri commerciali di Pinerolo e lancia un ultima penna d’oro proprio mentre il manager Chiambretti esce dall’ufficio e chiude la porta.

Toc! Fa la penna e il manager sospira, spalle contro la porta chiusa, felice di averla scampata anche questa volta. Guarda la signora Vilma, la segretaria, e il collo gli si allunga di due centimetri, la voce diviene più acuta e urla andandole incontro: -Presto, presto, signorina, chiami il comune, l’assessore e il sindaco! Gli dica che dobbiamo comprare tutti i giardini della città. Subito, subito, presto presto, non c’è tempo da perdere qua. I parchi… tempo un mese e non ci sarà più un solo parco pubblico aperto in tutta la città!-

E le lancia sulla scrivania tutte le penne d’oro che ha conficcate sulla custodia arancione della tavoletta, si sistema la cravatta verde chiaro ed esce.

Testa rossa. Capitolo 5. Carlo Chierici ha un piano.

Ritratto. Enrico Olia. Olio su tela 2010

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

Carlo Chierici, in casa di quell’estraneo che era suo figlio minore, accudito dalla gentilezza pelosa e sfacciata della nuora, era a disagio e decise che era meglio ritornare alla sua penultima dimora: la casa di riposo Ziama.

Non voleva rimanere in quella casa con le persiane perennemente chiuse. Contro chi combatteva la nuora? Contro la polvere o contro la luce? I soprammobili erano chiusi nelle vetrine, i mezzari e le tende ricoprivano finestre e divani; per terra, sopra la graniglia lucida, tappeti. A Carlo Chierici gli veniva l’asma solo a pensare ai miliardi di acari annidati in quella casa. Una volta partito il nipote con la compagna dai modi radicali e affettuosi e i terribili pro-nipotini, sarebbe rimasto solo con i “produttivi”. Espresse quindi il desiderio di tornare all’ospizio, perdon casa di riposo, entro sera. Erano le 18, in un’ora e mezza sarebbe stato nella sua camerata.

Il figlio si rabbuiò, la nuora sibilò qualche cosa all’orecchio del marito che si metteva la giacca, qualcosa riguardo al figliol prodigo.

Come poteva suo figlio Giulio vivere in un luogo così soffocante dopo che per tutta l’infanzia sua madre si era premurata di farli crescere in luoghi luminosi, aereosi, puliti. Carlo Chierici ricordò la loro casa al mare dove tutte le sere, al tramonto, la moglie posizionava le sedie rivolte ad occidente; e, riunita la famiglia, come davanti alla televisione, guardava il sole che sprofondava nel mare.

In macchina Carlo Chierici guardava quel figlio sessantenne che aveva costruito quella famiglia da solo, forse con l’aiuto della madre. Anche quel modo che aveva Giulio Chierici di continuare a parlare come se nulla fosse era di sua moglie. Ma a Carlo Chierici non gli importava di averlo ferito, messo nei guai con la nuora, pensava solo al suo primogenito che era solo in casa, lo sapeva. Era solo, come lui. Che quel bravo figlio non capisse, non lo capisse, non gli interessava; ma suo figlio, un medico come lui, lo trattasse così da pezzente, lo offendesse così con una sedia a rotelle quando lui si era ben raccomandato di volere uno scooter elettrico per anziani. Almeno in quanto medico, suo figlio, farlo sfigurare così, da pezzente, lo aveva trattato da pezzente. Duemila euro per quel bravo figlio erano una somma notevole con un figlio disoccupato, i nipoti; ma per suo figlio, un medico massimalista, solo, con una casa di proprietà a Milano, solo una? Forse ne aveva anche una in riviera. E due multiproprietà: una a San Giacomo, in montagna, e una a Parigi.

La sedia a rotelle nera era posteggiata vicino alle splendide motorette dei suoi amici: due rosse e una color crema. Il bravo figlio non entrò neppure a salutare la direttrice, ripartì di corsa per essere a Genova ad un’ora decente, la nuora doveva essere furiosa. Carlo Chierici approfittò della solitudine per spostare la sedia a rotelle nello stanzino, dove v’erano le sedie a rotelle a disposizione dei pazienti; l’indomani qualche OSS sudamericana si chiederà il  perché di una sedie a rotelle in più poi, visto che è in più e non in meno, non dirà nulla.

Carlo Chierici andò in camera e non uscì fino al giorno successivo. Avrebbe voluto restare chiuso in camera e fingersi malato come Gianni Montaldo detto Aldo ma non né aveva il carattere né la follia, quindi il giorno dopo scese a fare colazione. I suoi amici erano già al tavolo a programmare gite, tra le mani le tazze di tè con il limone e i cucchiaini di plastica per girare il dolcificante. Erano felici che fosse tornato prima, anche loro avevano anticipato il rientro per poter stare assieme. Gianni Montaldo detto Aldo raccontò con orrore la Pasqua con la figlia Chiara, ammise che la sua geniale trovata aveva minato la stabilità mentale della figlia e per nulla migliorato la sua cucina. Tutti risero, in fondo che male c’è a maltrattare una perfetta estranea, che non nutre nessun affetto per quell’ammasso di ossa ricoperte di pelle sottile e quegli occhi lattiginosi e vivaci. I quattro amici erano divisi in due padri amati e due padri ignorati (del figlio Giulio e della figlia di Aldo, Carlo Chierici non se ne ricordava). E se i figli non amano i loro genitori perché i vecchi padri devono amare quegli estranei egoisti che hanno tanto disatteso i loro sogni e le loro aspettative? Quanto potevano vivere ancora? Per quanto sarebbero stati ancora lucidi e presenti a se stessi? Che senso aveva preoccuparsi per degli adulti ben più fortunati e più sani di loro?

Gli amici uscirono quello stesso pomeriggio, in sella alle loro motorette, due rosse e una color crema. Carlo Chierici disse che aveva bruciore di stomaco e rimase in camera sua. Gli veniva da piangere. Si sentiva come un ragazzino a cui i genitori hanno fatto credere che gli avrebbero regalato il motorino e poi sotto l’albero c’era una motoretta giocattolo. Si sentiva tradito, offeso. Era arrabbiato e più era arrabbiato e più si arrabbiava. Non era consono ad un uomo di ottant’anni passati essere così arrabbiato. Gli sarebbe venuto un colpo. Non era mai stato un uomo collerico, era anche abbastanza razionale da capire che era meglio prendere le sue pastiglie per la pressione. Scese dal letto e andò in bagno. Il vecchio ragioniere, con cui condivideva la stanza da quasi tre anni, aveva pisciato ancora fuori dalla tazza. Carlo Chierici aprì l’armadietto a specchio e pensò ai suoi figli: Giulio aveva un fisico sano e forte ma un carattere debole e mite; Mario, al contrario, aveva sempre avuto un  carattere aggressivo ed egoista ma un cuore debole, soffriva di pressione alta già a vent’anni, un infarto a cinquant’anni lo aveva ancora più incattivito ma, con uno stend e un’arteria ricostruita, era ancora più rampante e abbronzato.

Il vecchio medico prese le pillole, un sorso d’acqua dal bicchiere di plastica lasciato dalle Oss accanto al lavandino. Suo figlio Mario prendeva ancora il Cumadin? Che speranza di vita poteva avere? Paradossalmente minore della sua?  -No, non esageriamo- si disse tra sé. Ma se  fosse morto prima Mario di lui, i soldi dell’eredità a chi sarebbero andati? Mario non si era mai sposato, non aveva messo al mondo degli infelici, gli unici parenti diretti erano lui, Carlo Chierici -il padre- e suo fratello Giulio Chierici con famiglia al seguito.

E se l’eredità fosse andata alla Direttrice Giovanna Giovanardi? Forse una parte ma tremila euro per una testa rossa sicuramente ci sarebbero usciti.

-Il Cumadin- pensò il vecchio medico, -Che cosa interagisce con il Cumadin in maniera mortale?- Qualcosa che poteva reperire facilmente, senza lasciare tracce? Forse si.

Quella sera Carlo Chierici stette male. Era un pessimo attore, a differenza del suo amico Aldo, ma il medico lo assecondò prescrivendo una dose omeopatica di tutti i farmaci che chiedeva. La sera stessa le scatole delle medicine adornavano il suo comodino. Carlo Chierici si sentì subito molto meglio e le pastiglie sparirono dal comodino. Solitamente le Oss recuperavano le scatole mezze piene ma, quella volta, la malattia del vecchio dottore fu tanto fugace che nessuno si ricordò che gli  fossero stati prescritti anche dei farmaci.

Carlo Chierici guarì anche dalla sua malinconia e gli amici lo invitarono ad uscire con loro, facendo a turno con le motorette e lui, per sdebitarsi, aiutava a pulirle e dava consigli su come ingannare il medico della mutua, spia assoldata dalla direttrice Giovanna Giovanardi per fermare le loro uscite pomeridiane.

Le giornate si stavano allungando e le Oss, come uccellini, diventavano più gentili e distratte. Anche loro, i quattro amici, avevano perso quell’aria stantia e rassegnata e salutavano ogni nuovo giorno con progetti di passeggiate vere o virtuali. Franco Scaduto aveva trovato un nuovo sito dove delle persone leggevano i libri, gli audiolibri si chiamavano, e la sera i quattro amici si riunivano in camera ad ascoltarli. Finiva sempre con Carlo Parodi che russava ma la cosa li divertiva di più della televisione. Potevano rileggere i libri che avevano letto in gioventù e scoprirono quante letture avevano in comune, in fondo appartenevano alla stessa generazione, avevano fatto le scuole negli stessi anni, anche se poi ebbero esperienze di vita diverse. Molte cose per cui avevano lottato in gioventù avevano perso significato e la politica italiana degli anni cinquanta risuonava lontana alle loro orecchie. La loro amicizia era l’unico presente.

Dopo un paio di settimane Carlo Chierici chiamò il figlio Giulio. Lo chiamò con Skype, giusto per non essere da meno dei suoi amici, e poi anche Giulio aveva skype e così poté fargli vedere la sua faccia risoluta che gli chiedeva di vederlo, o meglio chiedeva di poter vedere i suoi due figli da soli. Voleva vederli per raccontargli una cosa importante, una cosa che riguardava lui e loro madre. Giulio sbiancò e si prese l’incarico di chiamare il fratello per organizzare l’incontro. Carlo aggiunse che, in occasione di quell’incontro, sarebbe andato volentieri a Milano, ospite del figlio Mario.

Giulio incassò quell’ennesima  preferenza paterna senza dire nulla.

Carlo Chierici attese pazientemente notizie per una settimana, poi si spazientì. Era anziano, non era difficile sapere che in qualunque momento poteva passare dalla vita alla morte, scrutava il suo corpo come in attesa di qualche segnale infausto, si misurava la pressione tre volte al giorno e calibrava i pasti. Quell’ascolto ininterrotto del proprio stato di salute divenne ossessivo, non parlava quasi più per paura di distrarsi, teneva il cellulare in carica e spesso lo osservava. Gli amici si preoccuparono e iniziarono a fargli visita in ogni momento trascurando persino le loro uscite motorizzate. Quando Carlo Chierici si accorse della preoccupazione che aveva dato agli amici chiese aiuto loro: doveva andare a Milano da suo figlio Mario, questi non voleva incontrarlo, quindi desiderava andarci di nascosto per evitare un rifiuto, voleva andare da solo, doveva assolutamente dirgli una cosa. Carlo Parodi gli chiese di suo figlio Giulio ma la sua domanda rimase sospesa e poi dimenticata. Quel bravo figlio era stato sicuramente maltrattato da Mario, quel rampante medico  di mezza età non aveva nessuna intenzione di perdere tempo con un vecchio demente. Con un vecchio paraplegico visto il regalo che gli aveva fatto qualche mese prima. E il buon Giulio forse ancora lo supplicava.

Via internet Franco Scaduto comprò i biglietti del treno, intercity e di prima classe :  Carlo Chierici sarebbe dovuto arrivare a Milano centrale entro le 15, il treno delle ore 17 lo avrebbe riportato alla casa di riposo Ziama in tempo per la cena. Cinque ore di assenza erano troppe per una semplice passeggiata quindi i quattro amici organizzarono una visita specialistica a nome di Carlo Chierici ma poi realmente effettuata da Carlo Parodi. Sarebbero andati in motoretta alla stazione e sarebbero  ritornati entro un’ora, le Oss si sarebbero messe a cercare Carlo Parodi e, dopo un po’ di ricerche, sarebbe venuto fuori che era dal medico insieme a Carlo Chierici; Carlo Parodi sarebbe tornato dicendo che il medico che visitava Carlo Chierici era in ritardo ma che comunque sarebbe arrivato per cena. Questo funzionava se le ferrovie dello stato non fossero state in ritardo e quel giorno non lo furono.

Carlo Parodi aveva lasciato la sua moto Vita color crema a Carlo Chierici. Il vecchio medico sfrecciava con il vento tra i radi capelli accanto ai suoi amici dalle moto rosse. Il paesaggio luvego correva attorno a loro, correva era una parola grossa, camminava a passo spedito, a un passo al quale loro non potevano più andare. Gianni Montaldo detto Aldo sbagliava strada ogni volta che incontravano un incrocio, alle parole degli amici ritornava veloce sui suoi passi sterzando la motoretta. Dovevano correre, andavano al massimo della velocità, 18/20 km /h. Dovevano arrivare alla stazione prima dell’arrivo del treno. Gli ultimi metri fecero anche una gara. Poi Carlo Chierici salì sul treno diretto a Milano e i due amici re-inforcarono le motorette, dovevano far scoprire l’assenza di Carlo Parodi per far guadagnare un ora all’amico, quell’ora del ritardo del medico. Non si chiesero cosa andasse a fare Carlo Chierici a Milano, non aveva importanza, erano come dei soldati chiusi nell’ultima trincea sul l’ultimo fronte. I soldati non chiedono, cercano di rimanere vivi.

Parole dal nulla. NINANANNE. La grande madre

Ho sonno,  questo vagare senza meta tra nebbie e terreni incolti mi appesantisce. So che sono nel pieno delle mie forze, sono giovane, oh quanto sono giovane, una ragazzina (?!) eppure mi trascino in queste lande desolate e perdo tempo, l’unico mio bene. Non riesco a decidere di fare nulla e quel poco che ho mi scivola tra le dita.  In realtà sono distratta, come se fosse primavera, come se potesse entrare la primavera in questa coltre lattiginosa. Avevo una meta? Cosa volevo fare? Perché sono venuta qui? In lontananza sento una nenia, la seguo fino a giungere a una grotta, sarebbe meglio dire un buco, potrebbe abitarci una volpe, vorrei infilarci la testa per vedere chi ci abita. Una gazza mi precede e mi supera, le penne della sua coda mi pizzicano il naso, poi cadono tutte assieme, attaccate a un corpo mozzato. Dal buco esce una testa di donna dal viso adunco, con la bocca aperta che litiga con la testa di gazza che le morde la lingua. Poi, per mettere fine a quel lugubre litigio, l’addenta. La testa  della donna è attaccata alla terra tramite i capelli, un polpo dai mille sottili tentacoli che la trascinano dentro il buco. I capelli sembrano fotosensibili mentre i suoi occhi mi guardano.Ha fame e io ero il suo pranzo. Non ha gradito la povera gazza le cui zampe ancora fremono vicino ai miei piedi. La testa di donna, dopo aver sputato il pezzo di volatile ed essersi massaggiata visibilmente la lingua tra le guance, riprende a cantare.

– Ninna nanna ninna oh,

Vieni bimba mia tesoro

Vieni qui dalla tua mamma

Che ti ama e ti consola
Ninna nanna ninna oh,che ti apprezza e ti adora.

Un castello le darò.

Le darò i miei sorrisi …       –

Continua a cantare e la mia stanchezza è diventata insopportabile.

Cosa ero venuta a fare qui? Perché devo continuare a camminare senza sapere cosa fare? La testa canta e la sua voce è familiare, vorrei potermi fidare di lei, vorrei potermi riposare nella sua piccola grotta, riscaldata dai suoi tanti e avvolgenti capelli. Sono neri, ondulati e partono a raggiera dal suo volto. Sono una coperta che lei mi rimboccherebbe tutte le sere, che mi abbraccerebbero stretta, stretta. Mi farebbero riposare, finalmente. Ma so che non è vero, anche se vorrei non saperlo. La sua bocca, baciandomi, inietterebbe  nel mio corpo un acido che scioglierebbe i miei organi lasciandomi un involucro di pelle. Un guanto di me stessa.   Devo andare avanti, anche se la voce è così assicurante, i suoi occhi così amorevoli. Se mi avvicinassi ancora potrei riposare, si, per un po’, per sempre. Mi dispiace doverla deludere ma mi congedo avvicinandole il resto della gazza. La grande madre però non apprezza, fa uno scatto in avanti cercando di afferrarmi il piede mezzo nascosto dal corpo di gazza. Mi tiro indietro cadendo rovinosamente su un cespuglio di more che urla dal dolore, io pure a dire la verità ma ho scampato un pericolo ben più grande che qualche spina nel sedere. La bocca dell’aracnide  vomita una sostanza marrone scura da cui schiocca, come una frusta, la lingua affilata. Nel rigurgito melmoso nuotano parole così cattive che i miei occhi non possono staccarsene. Vorrei avvicinarmi per poterle vedere meglio ma la lingua mi tiene a distanza. Il veleno di quelle parole mi gela il sangue, ho paura di muovermi per non rompere le vene. Leggo che non uscirò mai più da questa nebbia, leggo che la nebbia è la mia incapacità, leggo che sono troppo piccola per capire e troppo vecchia per imparare, leggo che secco tutte le piante che incontro, sia reali che metaforiche. Leggo che mi sono perduta per non dovermi riconoscere. Leggo che rifiuto il suo amore e che quindi nessun altro mi amerà. Leggo che sono donna e che dovrò stare a casa ad allevare i figli e tenere pulita la casa. Leggo che i miei figli mi odieranno. Leggo che l’ho delusa, che le ho spezzato il cuore e che ora sanguina.

Le lettere vengono assorbite dalla terra che diventa ancora più arida. La testa continua a contorcersi trascinata dai suoi capelli. Finalmente i capelli hanno la meglio e il voltoaquilino scompare nel buco. Del rigurgito rimane solo una bava giallognola che scivola sulla parola sanguina.  Con attenzione mi avvicino e la raccolgo, me la infilo in tasca e mi allontano. Le lettere tintinnano nella mia tasca, sembrano fatte di cristalli di sale. Dopo qualche metro mi fermo, metto la mano in tasca ma c’è solo un pugno di polvere e una g mezza rovinata. La lancio in mezzo a un cespuglio di miseria rivoltandomi le tasche. Infondo mi ha fatto piacere incontrarla, è sempre piacevole sentirsi amati, anche se da un aracnide mannaro che si finge una sirena. E così pensando mi allontano, scomparendo nella nebbia
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Testa rossa. Capitolo 1. Carlo Chierici e i suoi amici

-TESTA ROSSA E’ IN REVISIONE-

-A PRESTO LA SECONDA STESURA-

 Carlo Chierici era uscito nel giardino. Il fico piangeva grosse foglie gialle che Alex combatteva con il suo rastrello sdentato. Erano le 10 e un quarto, gli ospiti della casa di riposo Ziama erano riuniti nella sala mensa. Un’animatrice della cooperativa “Sole in inverno” aveva organizzato la tombola. L’animatrice non sapeva che le pedine erano truccate, c’erano una sovrabbondanza di 13, 44, 77 e 89. Le pedine, e le schedine, le aveva truccate Mario Ginevrini due anni prima. Poi se n’era dimenticato. Si era dimenticato anche che si chiamava Mario Ginevrini e passava tutta la giornata a letto a pisciare nel catetere.

A Carlo Chierici non piaceva la cooperativa “Sole in inverno”, erano quasi tutti sudamericani e lui aveva il sospetto che non fossero realmente infermieri, OSS o come diavolo si facevano chiamare.

” Secondo me l’infermiere era un addetto mensa la settimana scorsa.”

“Ma come fai a riconoscerli, sono tutti uguali.”

Gianni Montaldo detto Aldo e Carlo Parodi erano i suoi amici, giocavano a carte assieme, si scambiavano il giornale, erano tutti e tre appassionati di Formula uno.

Così, tanto per appassionarsi di qualcosa e avere delle date da segnarsi sul calendario. Carlo Chierici era stato un medico di famiglia, quando la medicina si faceva per davvero, con le diagnosi e pochi strumenti. Oggi suo figlio Mario, medico generico a Sesto San Giovanni, non sapeva riconoscere un infarto da un mal di schiena senza un elettrocardiografo.

Al culmine della sua carriera era diventato dirigente U.S.L. e a questo Carlo Chierici fa risalire ogni suo male perché, all’età di 65 anni era stato mandato in pensione, senza poter prolungare l’età lavorativa. Se almeno avesse mantenuto qualche paziente. Magari da privato avrebbe potuto seguirne ancora qualcuno ma ormai era tardi, era vecchio, solo, senza uno straccio di hobby con il quale far passare le ore.

Giocare a carte non lo entusiasmava ma giochi semplici come cirulla o scopa lo divertivano, soprattutto se c’era Gianni Montaldo detto Aldo. Era il più giovane, aveva 85 anni, era un ingegnere, aveva passato tutta la sua vita tra il nord Africa e il Belgio. Si erano un po’ preoccupati quando tre mesi fa aveva iniziato a parlare in francese senza alcun motivo, poi era passato al latino. Per fortuna il geriatra gli aveva fornito delle pillole azzurre da prendere tre volte al giorno che lo avevano restituito all’italiano. Scherzando Gianni Montaldo detto Aldo aveva detto che solo se iniziava a parlare greco antico c’era da preoccuparsi veramente, con il francese e con il latino faceva confusione anche a trent’anni. Gianni Montaldo detto Aldo era così, scherzava su tutto e riempiva di disegni tutto quello che gli capitava sotto mano. Aveva anche una collezione di disegni fatti con la sua macchina da scrivere olivetti lettera 22 rossa. Erano disegni di uccelli, nidi, fiori, anche donne e posizioni del kamasutra, tutti fatti con i caratteri della vecchia olivetti e gli spazzi vuoti. Erano in una cartellina beige che tirava fuori una volta al mese quando pioveva e pensava a sua moglie. Contraddicendo le statistiche le loro mogli erano tutte passate a miglior vita ma forse Gianni Montaldo detto Aldo era l’unico a cui mancasse veramente. A Carlo Chierici mancava più la sua poltrona e il caffé della sua moka, non gli piaceva il caffé della casa di riposo Ziama, sapeva di sciacquatura dei piatti. Forse era perché Gianni Montaldo detto Aldo e sua moglie non avevano vissuto sempre assieme, ma si erano inseguiti per il mondo come due uccelli migratori. La metafora era sua, confessata in una sera di pioggia davanti al disegno che raffigurava la posizione del missionario creata con una Olivetti del ’78. Aveva avuto anche altre donne nelle sue imprese estere e le raccontava con disinvoltura tanto che i suoi figli avevano, prima evitato di portare i nipoti, poi avevano diradato le visite che si erano stabilizzate in una comparsata nelle feste comandate. Non che questo dispiacesse a Gianni Montaldo detto Aldo che trovava noioso il figlio maschio, Aristide Montaldo e antipatica la femmina, Chiara Montaldo. Impiegato comunale uno e maestra elementare l’altra. Scherzando insinuava che anche la moglie doveva essere stata poco fedele negli anni dell’Etiopia per aver messo al mondo quelle due salme. Giocando a cirulla Gianni Montaldo detto Aldo dava fondo alle sue storie divertenti e battute di spirito tanto che, una volta su tre la partita finiva con la direttrice, Giovanna Giovanardi, che ritirava il mazzo di carte e mandava tutti in camera o in saletta a guardare la televisione.

La televisione, sempre accesa, scandiva le giornate della casa di riposo Ziama, faro luminoso gracidava a volumi sempre più alti storie vere o quasi vere. Ogni stanza aveva la sua televisione appoggiata su una apposita mensola in alto. I telecomandi erano in possesso delle OSS e della direttrice. Nella saletta le sedie erano disposte a semicerchio davanti alla televisione più grande, anche nella sala mensa c’erano tre televisioni, e poi una in ogni camera.

La televisione era la soluzione di tutti i problemi. Se ti comportavi bene potevi scegliere il programma alla televisione, se ti comportavi male ti mandavano a vedere la televisione, se mancava l’animatrice per fare la tombola si guardava la televisione.

Questa possibilità di poter scegliere il programma della televisione creava l’altra occupazione del gruppo di amici: cercare di vedere tutte le partenze e tutti gli arrivi della formula uno. Si iniziava a rigare dritto ben due giorni prima della partenza, ogni partita di carte era sospesa, quasi non si rivolgevano la parola per il timore di dire o fare qualcosa che potesse allontanare la possibilità di scelta su un, almeno un televisore. Carlo Parodi era l’estrema soluzione. Dormiva in camera da solo ormai da otto mesi e, nel caso frequente che le vecchiaccie  del pensionato si rifiutassero di sentire il rombo dei motori della Renault (Carlo Chierici) o della McLaren(Gianni Montaldo detto Aldo) o della Ferrari (Carlo Parodi), ci si rifugiava da lui. Era stata una fortuna costata la vita a due sconosciuti che avevano tirato il gambino uno il giorno prima di arrivare alla casa di riposo Ziama e l’altro la notte stessa che era arrivato. Carlo Parodi non se n’era neanche accorto. Era andato a far colazione che il nuovo arrivato dormiva ancora, russava a suo dire, poi, quando le OSS erano andate a svegliarlo, era già morto. La cosa non gli aveva fatto né caldo né freddo, non si erano quasi presentati e tanto meno dati il buongiorno. Carlo Parodi era stato un dirigente dell’Agenzia delle entrate, siciliano. Aveva vissuto molto in America e, per via di alcuni avvenimenti di guerra, possedeva anche il doppio passaporto. Prelevato in un campo di prigionia in Marocco era stato arruolato come interprete dall’esercito americano alla fine della guerra. Era tornato in Italia nel ’46, giusto in tempo per mettere incinta la moglie del terzo figlio. Era padre di quattro figli, nonno di otto nipoti, bis-nonno di due pro-nipotini. Uno dei suoi figli era  andato a vivere in California e Jennifer, la prima nipote, si era arruolata e aveva combattuto nella prima guerra in Iraq. Alla casa di riposo Ziama arrivavano cartoline da Monterrey con stampate Harley Devinson e foto di un neonato con scarpette, bavaglino, porta-ciuccio Harley che facevano ridere Gianni Montaldo detto Aldo.

Inizialmente Carlo Parodi era appassionato di ciclismo, prima del 1954 partiva, con il figlio più grande al seguito, per vedere il giro d’Italia, poi li aveva visti in televisione. Aveva smesso quando Benedetto, il primogenito, si era sposato con Brenda ed era partito per l’America. Aveva ripreso a guardare il giro d’Italia con la pensione, ma senza il figlio si sentiva a disagio. Solo dopo qualche anno aveva scoperto la formula uno, il figlio era venuto in Italia un paio di volte per il giro di Monza. Quando quattro anni fa era entrato nella casa di riposo Ziama, comunità alloggio per anziani autosufficienti, aveva chiesto unicamente di poter vedere le partenze e gli arrivi dei maggiori campionati di formula uno.

Alla vigilia della partenza del campionato di Malesia la direttrice Giovanna Giovanardi annunciò l’arrivo di un nuovo ospite che avrebbe finalmente occupato la stanza 5, quella di Carlo Parodi.

I tre amici erano in ansia. Rischiare di non poter vedere il campionato di Malesia era impensabile. In via del tutto eccezionale decisero di incontrarsi clandestinamente. Si diedero appuntamento in giardino alle dieci e un quarto, nonostante il freddo pungente.

Carlo Chierici fu il primo ad arrivare e si posizionò sulla panchina di plastica gialla, con il giornale aperto. Dopo poco Carlo Parodi uscì dalla sala mensa e lo raggiunse zoppicando leggermente. Gianni Montaldo detto Aldo arrivò, dritto, magro, forse un po’ rigido. Non si lamentarono del freddo, né dei dolori articolari o digestivi che li affliggevano. Aspettarono che Alex finisse di raccogliere le foglie cadute a terra e, senza quasi guardarsi, esposero il problema e le possibili soluzioni.

La posizione di Carlo Parodi era di chiamare le figlie e di impugnare la clausola con cui era entrato nel pensionato: doveva poter vedere le partenze e gli arrivi  della formula uno. Se le sue tre figlie non avessero capito l’importanza avrebbe chiamato fin suo figlio Benedetto, in America. Gianni Montaldo detto Gianni non disse che, se neanche il figlio Benedetto avesse fatto qualcosa, avrebbe chiamato sua nipote Jennifer per bombardarli con una bomba al fosforo. Non lo disse ma sospirò, di chiedere aiuto ai suoi figli non era neanche da prendere in considerazione: – “Farò lo sciopero della fame” annunziò con voce solenne, ” o ci fanno vedere la partenza del campionato di Malesia o mi farò morire di inedia, come le dolci fanciulle dei romanzi di appendice”.

“Così ti nutriranno con un sondino naso gastrico”  gli rispose Carlo Chierici. “Non è una buona idea”.

“Ma avvertiremo i giornali, gli daremo una veste politica: non possono trattarci così, abbiamo dei diritti anche noi, vogliamo la nostra libertà, la libertà di vederci la partenza del campionato di Malesia.”

Carlo Chierici non rispose, pensò solo che un ultra ottantenne che veniva nutrito artificialmente non era una grande notizia. Toccava a lui dire qualcosa, non gli veniva in mente nulla. Ai suoi figli poteva chiedere di intercedere per lui? No, lo avrebbero preso per uno scemunito, un inizio di demenza senile. Poteva chiedere una televisione portatile. Il figlio Giulio ne aveva regalato una alla madre, quando era ricoverata in ospedale, magari c’era ancora, da qualche parte. ” ‘E abbastanza piccola da poterla nascondere in un armadietto e poi vederla in bagno, seduti uno sul gabinetto, uno nel seggiolino della doccia  e l’altro nella sedia a rotelle del corridoio portata dentro. Non era il massimo ma è meglio di niente.” Propose agli amici.

Il pomeriggio stesso ognuno mise in pratica i propri propositi.

Il pensionato guardava “Amici”, programma fondamentale per la vita sociale all’interno della casa di riposo Ziama, tanto che persino Gianni Montaldo detto Aldo si era piegato a osservarlo rigido, su una poltroncina in terza fila, sbirciando appena uno dei suoi Enaudi scritti ormai troppo piccoli. Nel salottino la signora Chiara Valle, novantacinque anni, insultava tutte le ballerine che entravano in scena. Nella sala mensa la signora Carla Zucchi lodava le medesime natiche con un: “è brava e bella, le daranno un programma tutto suo?”, al cambio di natiche continuava con un: “poverina, ha avuto un aborto sei mesi fa. A questa gli è morto il babbo di cancro”.

Gianni Montaldo detto Aldo si alzò e andò in camera sua lamentando un po’ di male alla schiena e iniziò a redigere una complicata lettera alla direttrice, Giovanna Giovanardi. La lettera iniziava in maniera ossequiosa, continuava con delle minacce, si intramezzava con una poesia, un inno al suo seno e si concludeva con delle oscenità. In calce disegnò una macchina della formula uno, una Ducati precisamente, dal cui tubo di scappamento usciva la parola “libertà”.

Parole dal nulla – Dialogo con Sisifo

E si che dovremmo esserci abituati all’essere effimeri e gettare nel nulla le nostre azioni.

Sisifo ha un bell’urlare la sua angoscia ma dopo qualche eternità avrebbe dovuto farci il callo; invece è sempre lì, sguardo stravolto, fisso sul masso che cade inesorabile; ferito dalle urla dei diavoli; i brividi per le correnti fredde che circolano sull’altura brulla, la carne dentro che brucia, per lo sforzo e la calura che ha accumulato a valle.

Sisisfo urla, ogni volta, in ugual misura.

Io invece mi deprimo. La sanità nazionale dovrebbe prevenire le terribili malattie che il logorio del nulla aprirà sulla mia carne. Forse però non si prenderà più la briga di curarle e mi lascerà corrodere come una bistecca dimenticata in fondo al sacchetto della spesa, nello scompartimento in basso del frigo.

Non sono padrona del mio destino né della mia vita, ogni mia voce risuona nel nulla e neanche l’eco riesce a raggiungerla per riportare indietro brandelli di possibilità.

Ed è proprio l’inutilità delle mie azioni, l’impossibilità di cambiare, di agire sul corso degli eventi che mi fa venir voglia di urlare a Sisifo: – E fermati! Lascia il masso a valle, seditici sopra. I diavoli arriveranno a torturarti? Ignorali, tanto ti torturano ugualmente.

– E poi?- mi risponde Sisifo,- e poi che cosa ci ho guadagnato? Non ho fatto nulla, non mi sono mosso. Sono rimasto seduto. No, non sono i diavoli il problema, neanche il masso per la verità, ma io, Sisifo, in relazione al mio masso.

-Masso, quale masso? -ribatto io, abbozzolata nella mia frustrazione- Lascia stare quel benedetto masso, cambia masso, trasporta dell’altro.

Sisifo paziente, sotto il peso del suo destino, ribatte: -E pensi che questo cambierebbe le cose? I massi in realtà sono tutti uguali, cadono. Credo che si chiami forza di gravità.

– Allora bisogna cambiare la strada. – Lo esorto io e ormai gli cammino affianco su per l’erta salita. – Va in discesa, o in piano.

– Interessante- Risponde lui sbuffando – è proprio dalla discesa che nascono tutti i miei problemi. In realtà ho provato più volte a cambiare strada, è che ho troppi pochi elementi per poter scegliere: mi illudo di scegliere, di trovare alternative, poi mi trovo sempre davanti a una salita che, inevitabilmente, si trasforma in discesa.

– Che destino del piffero: è tutto inutile.- Esclamo esasperata.

– Bella scoperta, vuoi angustiarmi ancora per tanto con queste dissertazioni da due soldi? Non sai cantare o ballare o magari raccontarmi qualche pettegolezzo succulento accaduto in questo tempo? Se vuoi possiamo appartarci dietro il masso e farci una ciulatina. Una sveltina non allarmerà i diavoli e portarsi appresso un masso così grosso può avere i suoi vantaggi.

– Scopare con Sisifo? Che idea del cavolo. A che servirebbe?

– Che domanda è? A godere, avere bei ricordi quando porto il masso e divertirsi in solitaria dopo.

Mi fermo. Sisifo continua a procedere curvo sotto il peso, è sudato, coperto solo da uno straccio che gli penzola fradicio. Dallo sforzo i muscoli sono contratti e asciutti, sembra un manichino di uno studio di anatomia.

Un Sisifo beccaccione non era quello che mi aspettavo, scendo a valle.

Arrivata in fondo alzo lo sguardo e intravedo il masso in bilico sulla vetta, prima che il masso cada, volto le spalle. Continuo la mia passeggiata nel nulla.

Forse dovrei fottermene come dice Sisifo? ( meglio, lui voleva fottermi e non so se è uguale).

Ma ha senso e di che senso vado blaterando?

Non voglio fare come la cicala che canta quando è estate e muore d’inverno, mi sembra però inevitabile perché ora mi sbatto e mi angustio come una formica ma rischio di morir di fame come una cicala quando giunge l’inverno.

Forse dovrei parlare con loro.

Annaspando nella nebbia dolciastra che penetra nei polmoni mi metto a cercare i due insetti della favola. Il naso è rivolto a terra, mi guardo i piedi, forse paurosa di schiacciarle, proprio ora che ho bisogno del loro aiuto.